Non ricordo che all'Università gli studenti miei colleghi amavano molto la "Psicologia Generale". Ci sarà ancora lo studio della "Psicologia generale"? Non lo so, ma immagino di sì. Oggi è cambiata l'organizzazione del corso di laurea in psicologia e non sono sempre aggiornata su ogni aspetto. Ma allora, circa 17 anni fa, quando, al primo anno, mi preparavo a sostenere l'esame di "Psicologia generale" mi accorsi subito che non era molto amato.
Cosa capissi realmente di quell'esame, sono in grado di valutarlo perfettamente adesso. Assolutamente nulla. Non capivo assolutamente nulla. Non lo amavo e non lo odiavo. Aspettavo che il tempo passasse per vedere se un giorno mi si sarebbe schiarita la nebbia nella quale ero avvolta.
Dopo questo esame, ne vennero altri. Anche quelli poco amati dai colleghi. Tutti ai primi anni. Ricordo che i miei colleghi studenti mostravano segni di impazienza. Ma insomma, quando arrivava la vera psicologia: la clinica?
Su questo invece mi permettevo di dissentire. Mi permettevo è una parola grossa. Allora il dissenso era nei miei pensieri e nella prospettiva che mi si schiudeva ogni volta che affrontavo un nuovo esame, ma non ne parlavo con gli altri che aspettavano finalmente che arrivassero le "cliniche".
Io mi sentivo già nella psicologia, anche con materie così odiate come lo studio dei "Fondamenti anatomo-fisiologici dell'attività psichica". Con quegli studi, mi si era aperto un mondo, anzi un universo. Con la passione che l'apprendere qualcosa di nuovo scatena sempre in me, avevo provato un fascino illimitato nell'apprendere le basi del movimento. Ed insieme al mio stupore affascinato di fronte a tanta bellezza, provavo un cocente senso di vergogna. "Come era stato possibile per me vivere 18 anni in questo mondo senza mostrare mai la benché minima curiosità verso il movimento? Come avevo fatto a non chiedermi mai come facesse un essere umano a muoversi?"
Ero appassionata ma già allora mi sentivo sola nella mia passione. E questa solitudine nel vivere la mia materia in un modo che sembra strano ai colleghi mi fa sentire straniera a casa.
Uno dei più grossi limiti della mia mente è che non riesce a frammentare un individuo, non trova interessante focalizzarsi sullo studio di una facoltà mentale isolata. E' fortemente attratta verso lo studio del sistema, dell'organizzazione e della relazione tra le parti.
Sono una psicologa clinica fin nel midollo, sono una psicoterapeuta e quando ho di fronte una persona, mi interessa la persona, mi interessa la parte psicologica, la parte corporea e, perché no, anche la sua spiritualità. Il problema grave è che non riesco a dividerle, le uso come parole distinte, ma non riesco a dividerle quando lavoro.
Sono in una situazione talmente grave da essermi iscritta alla facoltà di medicina, dove finirò nuovamente per sentirmi straniera a casa, qualora dovessi riuscire a terminare gli studi. E non si tratta di una "profezia che si autoverifica", ma di semplice "esperienza diretta".
Se penso ad un cervello, penso ad un sistema di parti in connessione, se penso ad un individuo penso ad un sistema di parti in connessione, se penso ad un corpo penso ad un sistema di parti in connessione. Ed ogni persona mi sembra un insieme di queste parti in connessione.
Così, lo studio dei singoli approcci in psicologia non mi ha mai soddisfatto.
Provo a spiegarmi in maniera semplificata, non per banalizzare ma per vedere se mi riesce di inviare la sostanza del mio discorso che può non essere condivisibile ma cerca di essere almeno comprensibile.
Sento di dover chiedere scusa a menti più complesse e più preparate della mia. Considero infatti la mia mente una mente semplice.
Ebbene, mentre studiavo, la psicoanalisi classica nel campo clinico mi sembrava basasse tanto del suo lavoro psicologico sulla sfera emotiva. I pazienti che hanno fatto un percorso psicoanalitico spesso hanno una buona consapevolezza emotiva, ma molte volte sono fermi lì, molte volte non fanno quel salto che li permette di modificare alcune parti della propria vita.
E così per tutti gli altri approcci classici. Il comportamentismo era partito dall'apprendimento, il cognitivismo dal pensiero, la gestalt dalla percezione, gli approcci sistemici dall'inserimento del singolo nel gruppo. Alla fine ognuno aveva dato un contributo inestimabile nell'approfondire qualche aspetto, un contributo che non volevo perdere ma che non volevo rendere unico oggetto di studio per me.
I singoli capitoli della psicologia generale, i capitoli relativi alle funzioni cognitive superiori, le aree in cui frammentiamo il Sistema Nervoso così come il corpo umano, i differenti approcci clinici psicologici sono importantissimi nella loro componente di analisi ma sterili e vuoti se il clinico non passa all'operazione della sintesi e dell'integrazione.
Voglio dire che mi sembrava che la maggior parte avesse puntato il cannocchiale prevalentemente su un capitolo (al meglio qualche capitolo) della psicologia generale e che qualcun altro si fosse preoccupato di studiare il sistema in cui è inserito un individuo dimenticandosi comunque di considerare l'individuo come sistema.
E sono più che cosciente che con l'andare degli anni, molti approcci si sono, per così dire, ammorbiditi, nel senso che molti nuovi esponenti hanno iniziato a completare la costellazione iniziale, il quadro di studio, come aveva fatto la psicoanalisi sociale nei confronti della psicoanalisi classica. Anche nel cognitivismo è stato così: il nuovo modo clinico di operare non tiene conto solo della struttura cognitiva, ma ha imparato a doverla completare con le emozioni e con il comportamento.
Eppure, tutto questo non mi bastava, ogni ammorbidimento era insufficiente per me.
Inoltre, pensavo che ogni aspetto non strettamente considerato da un approccio (quando non addirittura apertamente avversato) finisse comunque con il portare il suo contributo "inconscio" all'operare del terapeuta.
Per esempio, nell'opera di Berne "Analisi transazionale e psicoterapia", nell'introduzione scrive: "Uno stato dell'Io si può descrivere fenomenologicamente come un sistema compatto di sentimenti riferito ad un determinato soggetto, e operativamente come un insieme di compatti modelli di comportamento; o pragmaticamente come un sistema di sentimenti che motivano il corrispondente insieme di modelli di comportamento." (Le sottolineature sono mie). Leggendo questo passo, appare chiaro che la prospettiva cognitiva manca, ma io non credo affatto che Berne all'epoca lavorasse con i pazienti senza tener conto della dimensione "pensiero". Doveva quindi lavorare su questa dimensione implicitamente, senza che questa venisse esplicitata e trattata in un contesto teorico.
Insomma, per usare una metafora, se ogni abilità mentale fosse un colore, io volevo vedere il mondo a colori e non isolare una o qualche tinta e studiarla separatamente dalle altre.
Ogni approccio mi affascinava, qualcuno più, qualcuno meno. Ogni approccio aveva aspetti di pregio, qualcuno più, qualcuno meno, ma nessuno poteva soddisfarmi pienamente.
Mi iscrissi, dopo la laurea, ad una scuola di psicoterapia cognitivo-comportamentale. I motivi che mi indussero a quella scelta sono chiari per me ma il parlarne esula dallo scopo che mi sono prefissa qui. E' stato importante prendere una strada e seguirla nel formarmi, ma poi, una volta lasciata la scuola, ho iniziato a lavorare integrando una serie di aspetti che avevo studiato nel frattempo.
Questo inverno, durante le vacanze di Natale, ho rivisto con gioia una collega degli anni della specializzazione. Mentre la ascoltavo parlare, mi accorgevo di come è cambiato il mio modo di lavorare, di come ho stravolto tutto. Non me ne ero quasi accorta. Sentendola parlare mi tornavano alla memoria antichi modi di fare ormai dimenticati oppure integrati in altri contesti.
Non considero il mio modo migliore, ma solo diverso ed il motivo per cui ne parlo è che sono convinta che il modo migliore di progredire per una mente umana (nella fattispecie la mia) è incontrare non solo chi non è d'accordo affatto con te oppure chi è completamente d'accordo, ma chi lo è nella giusta misura perché abbia voglia di parlarti e non lo è al punto di permetterti di evolvere.
Il disaccordo eccessivo è solo polemizzante e frustrante (come si sta verificando nella facoltà di medicina dove sono isolata e, nella migliore delle ipotesi, ignorata) ed il completo accordo è una sterile lusinga per la crescita personale buona solo a promuovere l'ipertrofia dell'IO.
Non desidero né l'uno né l'altro. Voglio dialogare e crescere.
Voglio trovare interlocutori per dialogare e crescere.
Finora non sono riuscita ad integrarmi nel mondo dei colleghi. I giovani non sembrano interessati a far gruppo e tutti i gruppi di crescita e confronto professionale che io e mio marito abbiamo cercato di promuovere non trovano consensi. I meno giovani sono inseriti in percorsi professionali che li assorbono completamente e non hanno altro spazio mentale da dedicare.
In tutto questo, un contesto di incontro potrebbe essere il convegno ma questa volta sono io che non li amo molto e non mi piace andarci. Preferisco di gran lunga i gruppi di studio con i colleghi, proprio quelli che non riusciamo ad avviare.
Parlando di convegni e congressi, ho l'occasione di chiarire un altro aspetto che riguarda il mio insegnamento. In uno dei pochi congressi a cui ho assistito, vi era un relatore straniero che desiderava parlare di …. caspita!! …quello che lessi sul programma mi fece l'effetto di una folgorazione: vi vedevo scritto un mio pensiero. "Abbiamo dimenticato quello che sapevamo già."
Era proprio così: ABBIAMO DIMENTICATO QUELLO CHE SAPEVAMO GIA'.
Non ricordo se la sua relazione avesse esattamente quel titolo, ma il significato era quello.
Ecco, ciò che avevo di fronte a me e sul tabellone lì in alto esprimeva bene il mio pensiero.
Prima di andare verso più alte vette, volgiamo uno sguardo allo studio che è stato già fatto. Molte teorie si sono dimostrate infondate ma molte teorie possono essere ancora oggi dei punti di riferimento e con l'andare della storia della psicologia sono magari entrate in contesti più validi. Non mi piace che ci siano vecchi modi di procedere tuttora, soprattutto quando si lavora utilizzando vecchie idee storicamente importanti ma ormai fallimentari. Credo che l'importanza storica che hanno avuto nel procedere del pensiero psicologico non sminuisca affatto la loro importanza, sono l'anello che ci ha permesso di sviluppare le teorie future ed in quanto tali importanti. Ma sappiamo che non hanno più una validità operativa.
Altre sono state ingiustamente dimenticate per procedere alla ricerca del nuovo oltre misura, della tendenza, della rivoluzione. Ma una rivoluzione di paradigma è un evento raro e non segue il ritmo delle pubblicazioni in nessun campo.
Così è da un po' di tempo che mi sembra di non assistere a delle rivoluzioni nel nostro campo, anzi spesso mi sembra di sentire solo una Babele di lingue e di voci che si sovrappongono e di sentir produrre vocaboli su vocaboli che non intaccano e non rinnovano in modo sconvolgente la visuale psicologica già presente. Per carità, possono completarla e definirla sempre meglio ma possono anche creare tanta confusione.
La mia scelta è stata dunque quella di riscoprire alcune perle dei vari approcci a partire dai loro inizi e quindi riscoprire cosa della storia della psicologia si mantiene ancora vitale, trasmetterla non in modo astratto ma concreto, riunire l'individuo in ogni sua componente finora nota e studiata, avere presente le neuroscienze che amo ed adopero attivamente nei percorsi di psicoterapia con i miei pazienti perché quello che mi interessa è far toccare con mano la praticità della nostra materia.
Altro che essere astratta!!
Così non voglio aggiungere un altro linguaggio a quelli già presenti. E non sono in grado di portare una rivoluzione oppure un cambio di paradigma nella mia materia.
E non voglio che uno studente vada avanti verso auliche teorie della mente e poi guardando un video che mostra in qualche minuto un chiaro meccanismo di difesa, non sappia coglierlo. Ma mi chiedo a cosa gli serve continuare a studiare quando non ha capito nulla di quello che ha appreso finora e quando i processi mentali più semplici gli passano davanti agli occhi quando non sotto il naso e non sa riconoscere un atto assertivo da uno aggressivo neanche quando è palese e lampante.
Così la mia scelta di proporre un master in cui (pur non trattando i meccanismi neurofisiologici che appesantirebbero notevolmente il percorso in termini di ore) gli allievi imparino a prendere dalla NOSTRA STORIA delle perle regalateci che magari non usiamo più ed in cui una persona venga fatta vedere in tutte le sue sfaccettature emotive, linguistiche, cognitive, motivazionali, comportamentali, percettive, sociali. Una vera e propria danza armonica tra le parti, una vera melodia.
(Maria Cristina Foglia Manzillo)