Continuano le riflessioni sul mio oggetto di studio: il mio rapporto con la medicina La mia è una prospettiva olistica anche se mi piace studiare le singole parti di un sistema e poi guardarne le connessioni. La prospettiva sistemica non mi interessa soltanto nello studio del comportamento umano. Affatto.
Se sono in un bosco a passeggiare, vorrei capire che cosa gli fa assumere quella forma, come fanno le forme di vita a creare equilibri cangianti e quali sono questi equilibri, che cosa entra a far parte del sistema e cosa ne rimane fuori, come si modifica, come si oppone al cambiamento e come lo permette, come reagisce all'introduzione di un elemento nuovo. Insomma, per me queste domande riguardano l'equilibrio tra la vita e la morte, tra la stabilità e l'instabilità, tra la tradizione e la novità, tra il progresso e la stasi.
Che cosa mantiene una situazione in equilibrio e che cosa glielo fa perdere o lo fa modificare? Che differenza c'è tra un sistema chiuso ed un sistema aperto, qualunque sia il sistema aperto, fosse pure il corpo umano? E che cosa comporta per la nostra conoscenza del corpo umano dire che esso è un sistema aperto? E per la nostra conoscenza della mente?
Studiando medicina mi accorgo di quante implicazioni i medici perdano delle cose che loro stessi affermano. Per esempio, ricordo una lezione del primo anno di medicina. Lezione di istologia ed embriologia: ebbene, la prof. ad un certo punto dice che il sistema nervoso in quanto sistema che ci mette in comunicazione con il mondo deriva embriologicamente dall'ectoderma da cui deriva anche la nostra pelle che, aggiungo io, di fatto ci separa, ci protegge, in un certo senso ci "individua" ma ci mette anche in comunicazione con l'esterno.
Questo dato di fatto mi colpì notevolmente e, da allora, la cosa che continua a sconvolgermi di più è proprio la constatazione che in medicina non ci si rende spesso conto di che cosa implica ciò che loro stessi scoprono studiando il corpo. Ed allora, vorrei chiedere, perché, se il sistema nervoso deriva dal foglietto embriologico ectodermico lo trattate come un sistema chiuso? Quando si parla di sistema nervoso, lo studioso medio del corpo umano fa iniziare il processo dal recettore sensoriale e lo fa terminare all'effettore periferico (muscolare o altro). La medicina studia la sequenza di eventi che, a partire dalla fisiologia recettoriale, culminerà nella attivazione di alcuni muscoli (o altro).
Tutto il resto non esiste o è come se non esistesse.
Tutto il resto non esiste e se esiste può essere ridotto ad una concezione di "buon senso".
Sia ben chiaro, gli studiosi sanno di sicuro che il recettore ha la funzione di farci percepire qualcosa presente all'esterno del corpo-mente, ma ciò che dobbiamo percepire non è interessante e complicato, anzi, diciamocelo chiaramente!?, si tratta di stimoli piuttosto banali degni delle leziosaggini di un gruppo di studiosi a cui piace complicarsi la vita e che se ne occupano perdendo di vista gli aspetti fondamentali del processo. E, sempre per essere ben chiari, gli studiosi del corpo umano sanno di sicuro che i muscoli servono per farci camminare o quant'altro, ma che le contrazioni muscolari sono comportamenti e che questi comportamenti fanno da stimolo per altri sistemi nervosi è anche questa una leziosaggine da perditempo, una inutile complicazione di un numero di comportamenti che basta sempre un po' di buon senso per poter classificare e capire. Non faccio altro che sentir parlare di questo buon senso che riduce il comportamento psicologico degli individui ad un quadro immobile, in bianco e nero e con scarsa luminosità, in modo che basta un colpo d'occhio per poterlo cogliere! E mica un occhio ed un sistema correlato come il nostro!! Affatto!
Ed intanto, il nostro bagaglio genetico avrebbe permesso ad ognuno di noi lo sviluppo della percezione di quadri in movimento, colorati e con varia luminosità sempre per pura leziosaggine, perché è esso stesso un bagaglio genetico da perdigiorno che non fa altro che complicare gli stimoli del mondo esterno quando basterebbero 1) molti meno geni per cogliere certi eventi e 2) occhi e sistemi meno complicati di quelli di cui siamo stati dotati!!
Così secondo questo punto di vista piuttosto diffuso nella nostra cultura, gli studiosi del comportamento umano e della mente umana sarebbero una marea di deficienti che spreca anni della propria vita per la comprensione di processi che tutto sommato sembra comprendere meglio una persona di buon senso.
Ho affermato prima che il pezzo della catena di cui si occupano gli studiosi del corpo umano è il pezzo che va dal recettore sensoriale all'effettore periferico. Ebbene, anche all'interno di questa catena manca un pezzo...e che pezzo!!!
Mancano le facoltà cognitive superiori, mancano gli aspetti più caratteristici della percezione, mancano le emozioni ed i loro circuiti, mancano le facoltà cognitive ed immaginative in senso stretto, manca il linguaggio, ecc...
Insomma anche questo pezzo di catena assolutamente fondamentale salta negli studi del corpo umano.
E la catena risulta spezzata all'interno dello stesso corpo, dove tra le componenti sensoriali e quelle motorie c'è un buco nero che corrisponde ad un non ben specificato "processo di elaborazione delle informazioni" che rimane messo lì nel mezzo ed a cui non si sa bene che valore attribuire. Insomma una cosa astratta e non ben specificata di cui non ci si rende ben conto a cosa serva, casomai servisse a qualcosa!
A dire la verità di questo buco nero, dell'esistenza di questo universo che spezza la catena all'interno dello stesso corpo non c'è percezione tra gli studiosi medi del corpo umano. O, per dirla in altro modo, non hanno ancora scoperto la macchia cieca della retina mentale!!
Non era questo ciò che cercavo nella facoltà di medicina. I miei obiettivi erano altri: in primo luogo aggiungere un altro pezzetto al puzzle della vita ed imparare a guardare le cose da un altro punto di vista per averne due a portata di mano; in secondo luogo, non incancrenire il mio cervello dandogli da mangiare sempre lo stesso cibo ed in terzo luogo scambiarsi esperienze, parlare, dialogare con i medici, con chi della vita ha un altro punto di vista.
I primi due obiettivi sono nelle mie mani e gli studi di medicina si sono rivelati entusiasmanti per me, al punto di cercare ad ogni costo di portarli avanti nonostante lo sforzo che faccio essendo una libera professionista.
Studiando il cervello, infatti, mi ero accorta che quando il cervello adotta una nuova prospettiva ed impara qualcosa che prima non sapeva o non sapeva fare oppure scopre qualcosa, ebbene quello è il massimo della sua espressione...almeno per me. Mi piace sentire che il mio cervello è al lavoro ma per raggiungere un nuovo punto di vista bisogna faticare!!
Inoltre, il cervello percepisce per confronto. Quando non può fare il confronto non percepisce più. Bisogna muovere la mano per capire se una superficie è liscia o ruvida, calda o fredda ma se smetto di muoverla dopo un po' i recettori si adattano e non scaricano più. Alla fine, io non percepisco.
Così, dopo aver studiato psicologia sono arrivata al punto in cui ho pensato che, se avessi adottato questa prospettiva per tutta la vita, avrei finito con il non riuscire più a vedere esattamente le dinamiche psicologiche su cui avrei lavorato con i miei pazienti. Lo osservavo in alcuni professionisti adulti, li sentivo parlare, vedevo che si erano rassegnati, che avevano iniziato a ricorrere alla genetica oltre il dovuto (la genetica nel comportamento umano ha sicuramente la sua parte ed anche una parte importante) oppure che provavano risentimento verso i pazienti, verso il proprio lavoro e non riuscivano più a reinventarlo, a pensarlo in un maniera nuova.
Sono convinta, infatti, che prendere una strada per la vita e diventare una studiosa di un solo campo, prima o poi restringe il campo visivo. Tutti i costrutti relativi diventano assoluti ed alla fine la mia mente non riesce a partorire più nulla.
Questo è il motivo per cui non credo al professionista che si occupa di un fenomeno per l'intera vita.
Non dubito che ha esperienza, ma quello che penso è che la novità, l'approccio diverso, un altro punto di vista viene partorito prevalentemente dai giovani che magari non hanno esperienza ma non difettano di creatività. Ecco perché alle volte pensando a quando ero giovane professionista in erba con ancora un lavoro da avviare (non che adesso io sia anziana e navigata!) provo nostalgia.
Ricordo che ero molto creativa, ricordo ancora le soluzioni che riuscivo a pensare di fronte a certe situazioni, ricordo quello spirito diverso del pioniere, dell'esploratore che può non andare da nessuna parte, può farsi male ma può anche trovare una strada nuova. Ricordo come sono riuscita a sbloccare certe situazioni, riflettendoci sopra e provando cose piuttosto poco tradizionali (o forse dovrei definirle meno rassegnate) ma innovative per me e che i grandi non riuscivano a suggerirmi.
Adoro trovare nuove strade, penso spesso che laddove io non riesco a partorire nulla, esiste al mondo una mente che al contrario saprebbe cosa fare con efficacia. Non ho l'ambizione di arrivare dappertutto, ma mi piace l'idea che una soluzione potrebbe esistere, mi dispongo almeno a cercarla, non mi do per vinta a priori.
E' anche vero che non mi piace la figura di Don Chisciotte e quindi cerco di attingere molto dall'esperienza e di non ripetere gli errori.
Poi, con l'andare del tempo, mi accorgo che la mia mente si standardizza, si chiude, spesso si preclude nuove strade e questo non mi piace. Mi accorgo che oggi perdo brillantezza, divento opaca e sbiadita.
Avevo bisogno di continuare gli studi, di fare qualcosa di diverso che rimettesse in moto una nuova conformazione della mia mente, che mi impedisse di incancrenirmi ma allo stesso tempo potesse rappresentare per me un prosieguo dei miei studi e mi permettesse di mantenere uno sguardo fisso alla strutturazione delle parti in un sistema.
Medicina era il naturale prosieguo, anche perché già alla facoltà di psicologia mi ero accorta di quanto amassi la neurofisiologia, la psicofisiologia e tutto quanto concerne il Sistema nervoso centrale. Già allora mi ero detta che prima o poi mi sarei iscritta alla facoltà di medicina.
Per il terzo punto invece la mia esperienza è stata tristemente deludente e fallimentare.
Mi sono accorta ben presto che in quella facoltà quasi nessuno voleva parlare con me.
Ci ho provato con discrezione ma prima per la differenza di età e poi per la mia provenienza culturale quando se ne viene a conoscenza, sono stata isolata.
A questo punto mi sono isolata da sola ed adesso non desidero più parlare del corpo-mente con loro.
Ritorno al mio vecchio sistema: vado in libreria a cercare libri di persone che si pongono da una prospettiva simile alla mia nella ricerca di un dialogo con altre figure professionali sognando di trovare anch'io, prima o poi, un interlocutore.
(Maria Cristina Foglia Manzillo)