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Lo psicologo onnipotente o impotente....

(a cura di Maria Cristina Foglia Manzillo)

I FATTI:

1)In questi giorni ho ripreso a studiare alcuni testi di psicologia che mi hanno formato e dispense della scuola di specializzazione in psicoterapia. Risalgono a vari anni fa ma sentivo la necessità di verificare i cambiamenti occorsi in me durante questi anni. Ebbene, ho notato come, in una dispensa tratta da sbobinature di uno dei nostri docenti appare di continuo la frase “Io sono diventato più potente nel fare questo al paziente, io posso fare X al paziente, io posso fare Y, ormai so esattamente come trattare questo aspetto Z piuttosto che quest’altro W.” Le continue notazioni durante una sola lezione mi hanno fatto rimanere di stucco. Avevo dimenticato le caratteristiche di narcisismo che pure avevamo osservato in quell’occasione nel nostro docente, ma sono rimasta di stucco perché in quelle parole mancava qualcosa, o meglio c’era qualcosa di strano alle mie orecchie. Di ancora più strano oggi che mentre le ascoltavo quando effettivamente accadevano.

 2)Insegno a colleghi, di solito giovani colleghi psicologi che spessissimo non hanno mai lavorato ed il cui tirocinio clinico è risultato insoddisfacente e, tutto sommato, “poco clinico”. I giovani psicologi che ci scelgono (e che secondo me potrebbero avere caratteristiche particolari rispetto al resto della categoria professionale dei giovani psicologi) hanno l’angoscia di dover assolutamente essere di aiuto verso il paziente, il che di solito ottiene assolutamente l’esatto contrario. Loro si sentono assolutamente responsabili verso i pazienti che vedono o che potrebbero vedere in futuro ed hanno una fantasia di assoluta catastrofe e disastro imminente del loro operato clinico che incute paura ed impedisce di muoversi e di agire scioltamente in ambito pratico. Altri invece agiscono a tutti i costi ma in maniera maldestra e facendo un casino via l’altro. In ogni caso, oltre alla loro COMPLETA assunzione di responsabilità, vi è la convinzione che tocca a loro fare TUTTO perché se il paziente lo potesse fare, non sarebbe venuto a cercare aiuto. All’atto pratico, la loro idea del rapporto con il paziente è quella di una mamma chioccia verso il brutto anatroccolo. E del brutto anatroccolo come di un essere indifeso, colpito dalla vita ed “impossibilitato a reagirvi”, verso il quale provare affetto e benevolenza. Ovviamente, ragionando in questo modo, non si aspettano né che possa decidere né che possa essere motivato o meno al lavoro psicologico. Chiariamo per bene questo aspetto: se il paziente viene, è perché da solo non riesce e su questo siamo d’accordo. Se ha una possibilità di modifica, è all’interno di una relazione “differente” con un essere umano, meglio se estraneo al suo entourage. E su questo possiamo essere abbastanza d’accordo ma … questo non implica che il nostro compito è quello di scalciare il paziente dal posto di guida sulla sua auto e fargli vedere come si guida la sua auto. Ed è proprio su questo che non siamo d’accordo, di solito. Non si impara a guidare la propria auto stando perennemente vicino ad uno che la guida e che ci fa così capire che la guida meglio di noi. Magari cercando in tutti i modi di portarci a Berlino laddove l’altro vorrebbe andare a Madrid. Impariamo nel momento in cui FACCIAMO NOI e DECIDIAMO NOI LA ROTTA ed abbiamo eventualmente qualcuno vicino che ci sostiene. Intendiamoci: capita spessissimo, dopo aver condiviso questo punto con il paziente, che questi ci fa le sue rimostranze perché gradirebbe la bacchetta magica o meglio lo chauffeur magico e desidererebbe essere scarrozzato nella sua stessa vettura. Di sicuro qualcuno che viaggia guidato da uno chauffeur c’è. Ma non dovrebbe essere tra i compiti della nostra professione “desiderare di fare lo chauffeur” per i pazienti. INCISO: sia ben chiaro! per poter cambiare qualcosa nelle nostre vite, non abbiamo bisogno sempre di qualcuno vicino a noi. Si impara anche in altri modi. Ma in questo scritto, ciò rappresenta solo una considerazione. La riprenderemo altrove. 3)Infine ci sono i nostri amici … almeno alcuni dei nostri amici! Quante volte ci siamo sentiti “insinuare”, più o meno delicatamente, che questa persona che loro conoscono ha fatto un percorso e non è cambiato. A sentir loro ed i loro amici o conoscenti (di numero comunque limitato) sembra che nessuno riceva nessun beneficio con nessuno psicologo. Ora, a prescindere dagli aspetti relazionali e di personalità di coloro che sono implicati in questo scritto (per esempio, dalla soddisfazione con la quale alcuni amici ti fanno notare che fai un mestiere tutto sommato inutile e che sei destinato a fallire perché noi psicologi siamo una massa di incapaci), a me sembra che manchi qualcosa o meglio qualcosa ancora una volta stoni alle mie orecchie: si tratta del concetto di paziente. E mi spiego meglio. CONCLUSIONI TRATTE DAI FATTI OSSERVATI: Il punto sul quale vorrei concentrarmi riguarda il concetto di paziente che viene fuori da queste osservazioni , ossia: paziente= pezzo di plastilina, bomboniera, tegame, sedia, borsa … mi spiego meglio ancora: paziente= OGGETTO. Ora, nonostante sia scritto credo quasi in ogni dove che il paziente nello studio dello psicologo assume un ruolo diverso rispetto a quello nello studio medico, che il paziente nel nostro studio ci si aspetti sia ATTIVO, di fatto da quei ragionamenti viene fuori come una bomboniera da spostare da un mobile all’altro, un pezzo di plastilina da modellare per farlo diventare nella peggiore delle ipotesi (o nella migliore?) come noi pensiamo che sia meglio o nella migliore delle ipotesi (o nella peggiore?) come lui dichiara che vorrebbe essere. Così in noi colleghi prendono piede 1)o atteggiamenti di franca onnipotenza (della serie “Faccio tutto io” o, se si preferisce, “Io me la canto ed io me la suono.” Chiedo scusa, volevo dire “Io gliela canto ed io gliela suono.” 2)o di disperato pessimismo ed impietosa autocritica rispetto al proprio operato, senza che neanche ci accorgiamo che queste cognizioni rendono il paziente un fantoccio passivo che dovremmo cercare di modificare. La massima autonomia che gli concediamo è di dirci come vuole diventare, dopodiché noi saremo pronti a procedere. Quando gli concediamo minima autonomia, invece, siamo noi che decidiamo che cosa dovrebbe farne della sua vita perché la sua vita possa dichiararsi, secondo i nostri criteri, soddisfacente. E ci indispettiamo se non capisce che, perché la sua vita sia soddisfacente, deve effettuare determinate scelte che ovviamente lui non fa. Nel caso della risposta narcisistica ed onnipotente del professionista, è facile notare tutti i cambiamenti positivi ed eliminare dalla propria percezione i casi di fallimento che, per questo tipo di professionista, semplicemente non esistono, oppure percepirli sì ma dandone la piena responsabilità al paziente. In pratica, se ho successo è merito mio, se fallisci è colpa tua. Quindi è chiaro che i successi sono del professionista ed i fallimenti del paziente. Nel caso della risposta depressiva e sconsolata del professionista, si produrranno una quota sovrabbondante di fallimenti (oppure si eviterà di lavorare clinicamente dandosi all’ippica) di cui finirà con l’essere responsabile a pieno diritto. In tutto questo, il paziente non è percepito solo così com’è, ossia come parte debole e sofferente nella relazione con noi, ma, ed è questo il punto critico secondo me, come “incapace di intendere e di volere”, dunque non in grado di assumersi quella quota di responsabilità e di attività che invece venire nello studio di uno psicoterapeuta richiede OBBLIGATORIAMENTE. Non intendo assolutamente eliminare le responsabilità di noi professionisti, intendo soltanto dare loro il giusto risalto in una relazione nella quale sono presenti 2 PERSONE e non 1 persona ed 1 oggetto. Il successo ed il fallimento sono prima di tutto relazionali, quindi appartengono ad entrambi. Quando la psichiatra, con la quale condividevo una paziente con una diagnosi importante (un pz con disturbo ossessivo-compulsivo seguito da me in psicoterapia e da lei farmacologicamente), mi disse, durante un colloquio telefonico: “A proposito, desidero farti i complimenti per il lavoro eccellente che hai svolto con la paziente. Mai vista una situazione in via di risoluzione così brillante!” la mia reazione fu di stupore. Presi con gioia il dolce (ossia il complimento!) che mi diede e, nelle sedute con la paziente, ce lo mangiammo dividendolo a metà. Quello che intendo dire è che, se la paziente non mi avesse permesso di lavorare e non avesse condiviso con me il lavoro, la mia laurea in psicologia sarebbe stata carta straccia, i miei studi sarebbero stati tempo perso e la mia buona volontà assolutamente insufficiente. Lo psicologo funziona come un enzima, ed in questo caso il paziente deve portare con sé i substrati. Se non li ha, lo psicologo funziona come una proteina regolatrice della trascrizione del DNA, ma il paziente deve possedere quella sequenza nel suo DNA. Se non la possiede, con le tecniche di ingegneria genetica, posso inserire io la sequenza ma deve poter portare il resto della cellula! Quello che intendo dire è che lo psicologo non può essere contemporaneamente enzima e substrato, proteina regolatrice della trascrizione e sequenza di DNA, DNA e resto della cellula e non può incarnare la parte sua e quella del paziente contemporaneamente. Potrei continuare con tantissimi altri esempi ma arriverei allo stesso concetto: ossia lo psicologo non può metterci tutto perché se ci mette tutto ne deriva di conseguenza che il paziente non esiste. Il famoso PAZIENTE OGGETTO, ossia l’artigiano con la propria creazione ed il bambino con il suo pezzo di plastilina! Inoltre, tolleriamo anche poco il fatto che il paziente non viene sempre da noi per cambiare, ma mille, mille, mille altri motivi possono averlo indotto a consultarci. ES della coppia Stefano e Elisabetta: lui viene perché non si dica che non ci ha provato! Ma contemporaneamente ha già deciso di lasciare la moglie. A me è chiaro come il sole. Un’altra coppia: Guido e ….., viene perché lei abbia la conferma di essere nel giusto agli occhi della psicologa. Lucia viene per accontentare il marito e per condurlo alla conclusione che la terapia non serve. Non dipende neanche tutto da una buona relazione con i pazienti. Ci sono stati casi di fallimento con alle spalle una ottima relazione e stima verso la persona dello psicologo. Ed una paziente, un giorno, mentre parlavo del nostro comune fallimento e del fatto che poteva non essersi fidata di me, è sbottata su in maniera simpatica ed ha esclamato: “Ma, Cristina, non è affatto vero che io non mi fido di te. Io ho piena fiducia in te, sono io la persona di cui non mi fido. Sono io che decido di non fare niente.” Mi ha messo KO! Caspita, sono ammutolita, aveva ragione.

Maria Cristina Foglia Manzillo

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