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23/03/2018, 10:51

epilessia, rilassamento, luce intermittente, farmaco miorilassante, stress, riposo



Epilessia-e-rilassamento


 Una allieva che ha partecipato anni fa al nostro Master in tecniche di rilassamento ci chiede se il rilassamento sia controindicato o meno nei pazienti che soffrono di epilessia in quanto lei ha trovato sia dati pro che contro al riguardo.




Una allieva che ha partecipato anni fa al nostro Master in tecniche di rilassamento ci chiede se il rilassamento sia controindicato o meno nei pazienti che soffrono di epilessia in quanto lei ha trovato sia dati pro che contro al riguardo.
Ovviamente rispondo alla sua richiesta di aiuto:​

Mi piacerebbe sapere chi dice che il rilassamento è controindicato e come mai.
I fattori di rischio di una crisi sono lo stress psico-fisico, la mancanza di riposo (persona che non dorme da tanto), le luci intermittenti ed, in generale, qualunque condizione che comporti un eccesso di eccitazione ed eccitabilità del tessuto nervoso. Tra l’altro, forniamo anche un dato che pochi conoscono: ognuno di noi ha la propria soglia epilettica​. Vale a dire che alcuni hanno una soglia altissima e, per sperimentare una crisi, hanno bisogno di altissimi quantitativi di stimolazione nervosa che poco probabilmente incontreranno nella vita anche se si sottoporranno a profonda stanchezza e stimoli intensi. Di conseguenza, difficilmente potranno sperimentare una crisi epilettica, anche se non è impossibile. Mentre altri avranno soglie più basse che sarà facile superare con una dose di stimolazioni poco più alta di quelle che si possono incontrare nella vita quotidiana.​

Il trattamento farmaceutico è, nell’immediato​​​,​ cioè in Pronto Soccorso​, l’uso del miorilassante​, ossia di un farmaco che permette ai muscoli di rilassarsi ed ai circuiti nervosi di silenziarsi, di entrare in uno stato di riposo​. ​Quello che si cerca di fare è mettere a riposo il tessuto cerebrale ipereccitato. ​Se  il rilassamento muscolare fosse pericoloso, non useremmo questo tipo di farmaci​, vi pare?​

Anche i farmaci adoperati in cronico, hanno comunque l’obiettivo di controllare la facile eccitabilità del tessuto nervoso ed abbassarla.

Conclusione: una persona può sempre avere una crisi epilettica ma non sarà  il riposo in sé ad averla scatenata.

​Aggiungiamo qui​ che altra questione, invece, è la difficoltà di raggiungere il rilassamento per un paziente che può vivere il proprio corpo come nemico ed ha sviluppato ansia per le crisi, ansia che può essere un ostacolo per l’apprendimento e l’utilizzo del rilassamento. Ma questo è un altro paio di maniche ed è competenza dello psicologo esperto valutare il paziente e l’applicabilità, nel suo caso, del rilassamento.

11/10/2017, 12:19

festa dei nonni, nonni, nipoti, scuola elementare, genitori, insegnanti, direttrice, nonna adottiva, chiusura mentale, problem solving, empatia, intelligenza emotiva, meccanismi di difesa.



Mariella-e-la-festa-dei-nonni


 Anche quest’anno abbiamo festeggiato la FESTA DEI NONNI all’inizio di ottobre. Le scuole elementari, come altre, si sono organizzate per accogliere i nonni e celebrare la loro festa in compagnia dei nipotini. Sembra semplice ed invece…




Puoi visionare gratuitamente anche la lettura dell’articolo da parte dell’autrice


Anche quest’anno abbiamo festeggiato la FESTA DEI NONNI all’inizio di ottobre. Le scuole elementari, come altre, si sono organizzate per accogliere i nonni e celebrare la loro festa in compagnia dei nipotini.

Sembra semplice ed invece...

Pochi giorni prima della festa alla scuola elementare di Mariella, una vivace bimba di 9 anni, ci troviamo a cena con i suoi genitori e nostri amici.

La mamma, Nunzia, che è anche una nostra collega, al solo accenno diventa furibonda e dice che ha litigato con le maestre di Mariella.

"Sono proprio curiosa di sapere che cosa ne pensi..." esordisce ma, nel corso degli eventi diventa un fiume in piena e non mi lascia nessun momento per dire che cosa ne penso io che, capita l’antifona, mi rilasso, mi accomodo ben bene sulla sedia e mi dispongo volentieri ad ascoltarla.

Il fatto è che Mariella ha due nonne ma risiedono al Sud e non si spostano facilmente. Cosa fare, dunque? Le insegnanti hanno organizzato la festa dei nonni in un’aula in cui possono stare comodamente tutti i bimbi e tutti i nonni. Mariella ed un suo compagno, anch’egli senza nonni, rimarranno in un’altra aula.

"Ma ti sembra il caso!" continua Nunzia "ti sembra questo il modo di risolvere la situazione? Mia figlia deve starsene lontana dalla classe, dai suoi compagni e dalle attività abituali perché non ha qui le sue nonne? Possibile che, secondo certa gente (intendendo per "certa gente" le sue insegnanti e la direttrice della scuola elementare con cui ha finito con con l’avere un acceso colloquio) non si arrivi a capire che ci sono delle alternative."

E continua... "A questo punto mi sono sentita rispondere: Eh, ma signora! Lei non è mai contenta di nulla!! Anche lo scorso anno ha avuto da dire..."

In questo modo le insegnanti e la direttrice intendevano dire che loro erano candide ed immacolate mentre Nunzia doveva avere qualche serio problema perché non le andava mai bene niente.

"E certo che ho avuto da dire! Mi sembra il minimo!" riprende Nunzia accendendosi ancora di più, "Mariella, l’anno scorso, è stata in aula con tutti i suoi compagni ed è rientrata a casa con lo stesso lavoretto che avevano fatto tutti: su uno stesso foglio c’erano le impronte delle manine dei bambini affianco a quelle delle mani dei nonni. Ora, dico io, possibile che sul foglio di Mariella c’erano le sue manine e basta! Con tutti i nonni e gli adulti presenti, nessuno, DICO: NESSUNO!! ... ha pensato di prestare la mano di un nonno o di un adulto a mia figlia per affiancarla in questo lavoro! Vuoi vedere che, nella classe intera e su tanti adulti presenti, non ce n’era uno che poteva prendersela vicino un momento per un’attività."  (Aggiungo io, senza scompensare suo nipote! Ma sono sicura che, nella ricchezza di una classe, ci sono anche bambini maturi e generosi come nonni maturi e generosi).

"Certo che non mi stava bene. Mia figlia non è mica scema. Sapeva che non c’erano i suoi nonni ma sono stati gli adulti che non hanno saputo affrontare la situazione! E l’hanno affrontata facendola stare da sola e facendole fare il disegno senza la mano di un nonno."

"Come valuti la cosa? Secondo te, Cristina, non si capisce il motivo del perché non ero contenta?"

Anche in questo caso, Nunzia non aspetta la mia risposta e continua mentre maneggia mestoli, cucchiai, pentole, fuochi di cottura e quant’altro abbiamo a disposizione nelle nostre cucine. "Beh, loro non lo capiscono tuttora!"

"E loro, gli adulti, come affrontano la situazione quest’anno?! Mandiamo via i bambini che non hanno i nonni! Ma ti sembra possibile!"

"Allora ho detto: a questo punto, meglio che tengo la bambina a casa, se le cose stanno come dite voi e se non si capisce ciò che penso! Invece, visto che non siete capaci di risolvere il problema e non siete neanche in grado di comprendere le mie ragioni dello scorso anno e quest’anno state peggiorando il quadro, risolvo io la situazione. Mando mia figlia a scuola con una nonna adottiva. C’è la mia vicina di casa, una signora anziana, che Mariella conosce benissimo e che accetta volentieri come rappresentante delle sue "nonne". Hanno qualcosa da dire anche su questa soluzione? La nostra vicina è stata contentissima quando gliel’ho proposto. Poi ne ho parlato con mia figlia ed anche per lei va benissimo."

Poi si calma e continua: "Io lo so che arrabbiandomi passo dalla parte del torto e che avrei dovuto rimanere calma ma, di fronte alla loro incomprensione, proprio non riuscivo e non riesco a rimanere tranquilla."

Quello che Nunzia voleva direspero sia chiaro: nella vita accadono situazioni particolari. E’ la norma. Succedespesso. L’essere umano, intelligentemente, affronta le situazioni mettendosialla ricerca delle possibili alternative e cercando quella che offre i migliorivantaggi ed i minori svantaggi possibili (problem solving). 

 La comprensione della situazioneemotiva degli altri si chiama "empatia" ed è una delle abilità dell’IntelligenzaEmotiva. Le insegnanti e la direttrice non hanno mostrato né empatia néintelligenza emotiva e, a onor del vero, neanche abilità di risoluzione deiproblemi (problem solving). La rabbia di Nunzia, comprensibile, non ha comunquemigliorato la situazione perché ha spinto insegnanti e direttrice alla messa incampo dei loro "meccanismi di difesa" che le ha fatte incancrenire nelle loroposizioni. Nunzia è una donna molto intelligente, oltre che un’ottima collega(inoltre, è stata nostra allieva, l’abbiamo preparata noi perciò sappiamo lavalidità del suo modo di lavorare e la conosciamo bene) e sa che, in questaoccasione, non ha affrontato la chiusura mentale del personale scolasticoadeguatamente ma si è dimostrata dotata di ottime capacità di problem solvingche ha brillantemente sfruttato.

Un’agenzia preposta all’educazione infantile, come la scuola elementare, dovrebbe per eccellenza porsi il compito di risolvere le situazioni, in questo modo offrendo (loro insieme ai genitori) un modello ai bambini che gli insegni come si muovono gli adulti di fronte ai problemi della vita e come provano a risolverli.

In questo caso la risoluzione non vuol dire allontanare il bambino dall’aula oppure tenerlo a casa o farlo stare da solo mentre gli altri lavorano tutti in compagnia dei nonni . Si può tentare un’altra strategia e Nunzia ha pensato a quella di una nonna adottiva che, per Mariella, andava benissimo.

Non so che cosa Mariella ricorderà di quanto accaduto ma una cosa è certa: il mondo degli adulti ha fornito un chiaro esempio di chiusura mentale...giusto per fornirle un quadro realistico verso una parte di ciò che troverà da grande intorno a sé. La mamma e la nonna adottiva hanno rappresentato, invece, il mondo adulto che ragiona, guarda, valuta e sceglie... ciò che è meglio per tutti. Inoltre, è un ottimo rappresentante della parte di mondo "che ci vuole bene".
 

Maria Cristina Foglia Manzillo


03/10/2017, 00:27

Terapia intensiva, paziente, consulti neurologici, medici, analisi, Risonanze Magnetiche, lacrime, piangere.



(III)Storie-dalla-Terapia-intensiva:-la-paralisi-di-Anna-(terza-parte)


 Anna fu ricoverata per un lungo periodo e le sue condizioni continuarono a far impazzire i medici che non comprendevano la sua malattia.




Anna fu ricoverata per un lungo periodo e le sue condizioni continuarono a far impazzire i medici che non comprendevano la sua malattia. I consulti neurologici si susseguivano, le analisi si susseguivano, le Risonanze Magnetiche si susseguivano ma della sua malattia non si veniva a capo. Con il passare del tempo, si pensò a patologie sempre più rare tanto che i campioni di sangue vennero spediti a laboratori speciali per effettuare analisi straordinarie.
All’epoca, dovendo studiare e lavorare, frequentavo il reparto soprattutto al pomeriggio e, durante quelle ore, vedevo Anna sempre avvolta nella solita atmosfera calma del reparto, luci basse, solo le voci degli operatori dietro al bancone principale, il suo corpo sempre immobile, gli occhi chiusi, i tubi che entravano indiscreti dappertutto negli angoli più intimi e segreti. Così la vedevo ... sempre.

Un giorno, era l’ora di ricevimento dei familiari per il reparto, mi accorsi che la madre di Anna era presso il letto della figlia. Era china su di lei, e contrariamente al padre, la toccava, le accarezzava le mani, le spalle, le gambe e le parlava. "Povera figlia mia" sembrava dire "che cosa ti sta capitando. Ma adesso ci sono qua io. Non preoccuparti. Sono con te, non ti lascio sola."

Mi avvicinai condiscrezione a loro e le salutai. Rimanemmo qualche minuto insieme achiacchierare, io e la signora. Poi silenzio, finché le dissi: "Questo è il suospazio, signora, non voglio invaderlo. Adesso la lascio da sola, così può starein intimità con sua figlia." 
"No" mi rispose lei"stia pure con noi. Non mi dà nessun fastidio. La prego." 
"Va bene. Quand’è così,rimango volentieri un po’ con voi."
La madre era rivoltaverso la figlia, continuava a parlarle con dolcezza mentre Anna, sempreimmobile, teneva gli occhi aperti ma inespressivi, come già l’avevo vista fare.

"Ma.... Cristina..."dissi a me stessa stropicciandomi gli occhi "...che cosa sta succedendo? Non èpossibile che io veda..." e continuavo ad aprire e chiudere le palpebrenell’attesa di rimettere a fuoco l’immagine. Passavano i secondi, a mesembravano eterni, ed io lottavo ancora con gli occhi, stavolta strofinandomelicon le dita.

Ero sicura di avervisto male, eppure c’era qualcosa di strano, qualcosa che non mi tornava... possibileche Anna ci fosse, fosse lì con noi e stesse ascoltando quello che dicevamo?Possibile che dietro la sua immobilità, dietro quel muro ostinato che nonriuscivamo ad abbattere, ci fosse Anna tutta intera? Ma no, dai, non puòessere, mi stavo sbagliando...

Così pensavo quando sentii le parole della madre: "Non piangere, tesoro mio. Ti prego, non piangere..."

Dio mio, un brivido mi percorse la schiena! Quale fu il mio stupore a quelle parole. Ma, allora, avevo visto giusto! Anna stava piangendo. Anna c’era, era viva, VIVA. Dall’altro lato del muro, Anna poteva ascoltare, provare emozioni, pensare, capire, immaginare; Anna poteva piangere. Solo che il suo corpo, i suoi muscoli, non rispondevano più e lei non poteva AGIRE il suo mondo interiore, non poteva mostrarci se stessa, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, non poteva "comportarsi".

Quell’attimo, quel momento fu un’esperienza indimenticabile. Al ricordo, avverto ancora un brivido, una sottile, gelida vibrazione salirmi lungo la schiena.

                                             *************

Qualche giorno dopo capitai in reparto di mattina, quando l’attività è più frenetica, ed incontrai in quella occasione la fisioterapista, Carla, del reparto.

Quando mi avvicinai, stava lavorando con Anna. Il suo corpo era debolissimo e sciupato, i suoi muscoli erano ridotti al minimo ma con l’aiuto di Carla, con il suo continuo spronarla e stimolarla con parole dolci a muovere il suo corpo, anche se di poco,  e con un grande sforzo da parte di Anna stessa, la vidi piegare di qualche centimetro i piedi, le gambe, vidi la fisioterapista prenderle le mani e portargliele lentamente sulla fronte per stimolare la sua sensibilità tattile, il riconoscimento di sé, l’esplorazione del proprio corpo, per sentire il braccio che si muoveva anche se passivamente spostato da Carla e non da Anna stessa. 

Ascoltavo Carla, mentre le diceva: "Ciao Anna. Sono Carla, la tua fisioterapista. Stamattina ci muoviamo un pochino. Facciamo un po’ di esercizio.... Ecco, adesso muoviamo un po’ i piedi... cominciamo con il destro... prova a piegarlo verso di me... brava... verso di me, ecco, piano, piano. Va benissimo, senti?... si è mosso di qualche centimetro... ora lo muoviamo dall’altra parte...". Carla la aiutava con le sue mani, seguiva quel lieve movimento accennato da Anna e quando non riusciva ad ottenere neanche il più piccolo movimento, allora usava le sue mani per mobilizzare e stimolare Anna. Allora le diceva: "Ora prendo la tua mano e sposto il braccio verso il tuo volto. Ecco, adesso tocchiamo la tua fronte, sentila. Questa è la tua fronte, Anna... Queste sono le tue guance ... poi c’è il tuo naso... la tua bocca. Le senti? ... Eccole qui! ... Ed ora passiamo all’altra mano... facciamo con l’altra mano la stessa cosa."

Stando accanto a Carla mentre lavorava con Anna, provavo una stretta al petto per due motivi. Innanzitutto perché capivo che Anna, e molti pazienti come lei, avrebbero avuto bisogno di ben altra quantità e qualità di stimoli per mantenere viva la persona, l’individuo, l’essere umano; che il lavoro di Carla era validissimo ma era povero ed insignificante non perché Carla lavorasse male, anzi! Ma perché le venivano concesse troppe poche ore di lavoro su un gran numero di pazienti. Quello che si riusciva a fare era insignificante, gli stimoli forniti erano nulla a confronto di quello che un corpo(-mente) umano vive durante una normale giornata di vita e di cui noi non ci accorgiamo perché, vivendoli normalmente, li diamo per scontato. Gli stimoli sensoriali, i movimenti sono parte del nostro cibo quotidiano, ci mantengono nutriti ed in forma, mentre noi non ci accorgiamo.

Cominciai a sospettare che il reparto di Terapia intensiva avrebbe dovuto essere un reparto in fermento e non un reparto di pazienti tutti addormentati. Non tutti i pazienti, si intende, ma molti di questi si sarebbero avvantaggiati di un lavoro che andava oltre il mantenere stabili i parametri vitali. Nei mesi successivi, ho sviluppato un’idea della Terapia intensiva in generale (non quella dell’ospedale nello specifico che stavo frequentando) come di un reparto arretrato.   

Il secondo motivo per cui mi si stringeva il petto era questo: stando accanto alla fisioterapista avevo intensamente desiderato che la madre, il padre, i familiari avessero potuto assistere a quel momento, proprio come stavo facendo io. Avrebbero visto che la figlia c’era, era viva, molto più di quando gli infermieri la ricomponevano, dopo aver rovistato in ogni angolo del suo corpo ed in tutte le sue funzioni e dopo averla lavata e sistemata per presentarla in ordine alla famiglia. Che peccato! L’avrebbero vista viva! Il dialogo con loro sarebbe stata un’esperienza di tutt’altra intensità e significato, pur nella tragedia che li aveva investiti. Avrebbe fornito ben altra speranza a loro familiari ed a lei, Anna.

Maledetta medicina quando non si avvicina al malato, non ne comprende le esigenze, si asservisce al farmaco e solo al farmaco, alle funzioni vitali, importantissime, ma non esclusive. Maledetta medicina quando non si occupa del paziente nella sua interezza, quando ci insegna che siamo un mucchio di cellule e ci dice che la psiche sono tutte balle, maledetta medicina quando, da un lato, mantiene in vita un corpo ma poi dall’altro lo abbandona, non lo stimola e permette che vada indietro nello sviluppo anche quando, a onor del vero, basterebbe poco per "dargli da mangiare". Maledetta medicina quando fa solo i conti con l’economia e vuole guadagnar sulle malattie.

Maledetta medicina quando convince i suoi allievi, giovani, che tutto ciò che conta sta nel corpo e non nella persona, quando abbatte e denigra la psicologia. E quando completa l’opera perché la salute diventa solo una questione economica.

E’ tutto da dimostrare che, per una comunità, trattare i propri malati come vengono trattati sia davvero economicamente conveniente! E, per una volta, dimostrate voi che considerare la medicina come una "professione" sia più conveniente che considerarla come una "missione"!

Non penso che sia facile comprendere il mio commento sul reparto di Terapia intensiva: non me lo aspetto dalla maggior parte dei medici, dei pazienti, dei familiari. Forse può comprendere chi si occupa di neuroscienze.
                                           
                                                   ************** 
Approfitto per rispondere qui agli amici che hanno letto la prima puntata e che, in molti, hanno reagito pensando che Anna fosse in "stato vegetativo", cosa che io non ho mai scritto. 

Quello che si credeva è che il sistema immunitario avesse giocato un gran brutto scherzo ad Anna... chissà per quale motivo. Solo che, se era stato il sistema immunitario a perdere il controllo, può capitare che, se manteniamo in vita il corpo, poi lo stesso sistema si resetti e si supera la crisi.

Il fatto che non fosse in uno stato vegetativo faceva sperare che, una volta provveduto nel reparto di Terapia intensiva a mantenere in range le funzioni vitali di Anna, ossia la circolazione, il cuore ed il respiro ma anche il controllo del metabolismo, un giorno avrebbe potuto superare la crisi e ritornare alle sue funzioni autonomamente. 

Non so cosa sia accaduto nella realtà ad Anna perché smisi di frequentare il reparto per poter studiare e sostenere, poco prima di Natale 2016, il terzultimo ed il penultimo esame alla Facoltà di medicina. Non riuscii neanche a salutare i familiari cosa che mi dispiacque tanto ed il cui ricordo mi afflisse per qualche mese. Mi sentivo come se li avessi traditi.

Quando rientrai, a gennaio 2017, Anna non era più ricoverata lì. Provai a chiedere che cosa era successo ma sembrava che la mia fosse una richiesta non lecita perché nessuno mi rispose. Dopo qualche tentativo, smisi di chiedere ma Anna e la sua storia rimarranno sempre presenti nella mia memoria finché questa mi assisterà.




Maria Cristina Foglia Manzillo








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