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19/05/2016, 18:55

Assessment cognitivo-comportamentale





 L’assessment è, infatti, l’irrinunciabile punto di partenza per l’acquisizione di informazioni rilevanti sul paziente. Informazioni che è necessario raccogliere sfrondandole dalle interpretazioni e rielaborazioni del paziente stesso o dei famigliari.




Data la centralità di un adeguato assessment (valutazione) ai fini di un intervento efficace, ci preme dedicare qualche riflessione a questo aspetto.

L’assessment è, infatti, l’irrinunciabile punto di partenza per l’acquisizione di informazioni rilevanti sul paziente. Informazioni che è necessario raccogliere sfrondandole dalle interpretazioni e rielaborazioni del paziente stesso o dei famigliari.

Solitamente tali alterazioni non corrispondono a falsità raccontate per ingannare ma a reali convinzioni di chi, coinvolto emotivamente nella situazione, non è in grado di valutare in maniera obiettiva.

Spetta, dunque, ad un professionista, osservatore esterno ed esperto, rilevare i fatti.

Un corretto assessment, quindi, richiede una buona capacità di osservare e collegare dati, ma anche una distanza emotiva adeguata tra professionista e paziente, ovverosia intermedia tra un disinteressato distacco e un coinvolgimento eccessivo.

Non a caso il codice deontologico vieta agli psicologi rapporti personali con i pazienti. 

La capacità di rilevare e raccogliere informazioni rilevanti sul paziente, sulla sua storia di vita e sul suo presente costituisce, dunque, prerequisito indispensabile per un intervento efficace, al di là delle modalità dell’intervento, dipendenti dalla matrice teorica di riferimento.

Le valutazioni e diagnosi "fai da te" che il paziente può elaborare acquisendo una cultura psicologica, attraverso le varie fonti disponibili (oggi soprattutto internet), nasconde, quindi, il rischio di distorsioni che il professionista competente deve essere in grado di cogliere, appunto, attraverso un accurato assessment.

C’è, poi, un’ ulteriore questione relativa all’assessment ed alla sua importanza.

Talvolta, una patologia, benché chiaramente diagnosticabile data la presenza di una franca costellazione di sintomi, non costituisce che la conseguenza di un disturbo psichico ulteriore, più grave e sommerso. 

E’, cioè, secondaria rispetto a quest’ultimo. 

Concentrarsi sulla patologia secondaria, trascurando quella primaria comporta un alto rischio di fallimento dell’intervento.

In fase di valutazione è, perciò, necessario anche chiarire questi aspetti.

Paola Brera




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