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06/06/2016, 15:20

morte, paura della morte, violenza, sessualità, droga, spiegare la morte ai bambini



(I)-"I-bambini-e-il-tema-della-morte"---1a-parte


 Nel corso delle mie vicissitudini di mamma ho spesso sperimentato situazioni in cui le interazioni con i miei bambini sono state motivo di riflessione, personale e professionale.



In bambini e il tema della morte - 2a parte


Nel corso delle mie vicissitudini di mamma ho spesso sperimentato situazioni in cui le interazioni con i miei bambini sono state motivo di riflessione, personale e professionale.

Spesso, infatti, i bambini, con le loro domande, ci obbligano a fare i conti con aspetti e argomenti spinosi, che preferiresti mettere da parte; mentre gli altri adulti, complici, collaborano con noi nel fingere che quei fatti non esistano.

Uno fra i tanti: il tema della morte.

Recentemente mi è capitato un episodio, con mio figlio minore, che ne ha rievocato un altro, risalente a un paio d’anni fa.

Il mio bambino, all’ultimo anno della scuola materna, aveva iniziato a dare segni di crescente malumore al momento di andare a letto.

"Non mi piace dormire", ripeteva. 

E dava segni di agitazione motoria fino a che, accarezzato per qualche minuto, non crollava addormentato.

La sua agitazione fisica mi appariva letteralmente come una lotta contro il sonno.

La situazione si è ripetuta per diverse sere.

Se gli domandavo che cosa gli risultasse sgradevole del dormire, lui alludeva ai brutti sogni. 

Finché una sera, piangendo, mi ha detto: "Io non voglio morire!"

Ha aggiunto di aver paura di morire perché avrebbe significato dover lasciare me, il papà, il fratello, la casa, i giochi.

Mi sono trovata, quindi, a dover affrontare un argomento molto impegnativo, che metteva in crisi anche me e in un momento in cui avrei voluto soltanto, messi a letto i bambini, un po’ di tranquillità.

Inoltre, ero smaniosa di placare la sua angoscia che riconoscevo come la stessa che anch’io, qualche volta, al pensiero della morte, avevo sentito. 

Mi dispiaceva che dovesse provarla anche lui.

Ho, per questo, agito con l’unico obiettivo di tranquillizzarlo: ho cercato di rassicurarlo sul fatto che in paradiso avremmo, di certo, ritrovato tutto ciò che abbiamo sulla terra, giocattoli compresi.

Ho, cioè, mentito.

In altri termini, ho gestito male la situazione, ben consapevole, da psicologa, della inadeguatezza di quanto stavo facendo. 

Non avevo, tuttavia, in quei momenti, energie per fare diversamente.

Questa messa in scena si è ripetuta per alcune sere, finché è stato mio figlio ad interromperla affermando con decisione una disarmante verità: "Mamma, ma tu non puoi saperle queste cose perché non sei morta!".

Insomma mi aveva proprio smascherato! 
Non era più possibile perseverare oltre nell’errore. 
Ora lo sapeva anche la mamma che c’è in me, non più soltanto la psicologa.

Ho acceso la luce e mi sono seduta sul letto vicino a lui in modo che ci potessimo guardare bene negli occhi.

Gli ho detto che aveva perfettamente ragione: io non potevo sapere che cosa ci sarebbe successo dopo la morte e che questo pensiero mi faceva un po’ paura.

Inoltre, anche io, al pensiero di lasciare ciò che amo, provavo una tristezza da piangere.

Ho aggiunto che, se provavo a immaginare cosa succederà dopo la morte, non potevo far altro che figurarmi una vita uguale a quella che conduco sulla terra, l’unica che conosco. 

In effetti, però, questo è solo frutto di immaginazione.

Ho concluso confidandogli, con sincerità, un pensiero, che effettivamente mi consola: mi capiterà quello che è successo alle persone a me care che non ci sono più e che, forse, rincontrerò.

Da quella sera il mio bambino si è addormentato tranquillamente e non mi ha più espresso paura della morte.

Cosa mi ha insegnato questa esperienza?

Che i bambini non hanno bisogno necessariamente di rassicurazioni, di risposte certe, di soluzioni. 
Non sempre gliene possiamo dare.

Hanno bisogno di sapere, per tranquillizzarsi, che di quel dato argomento, per quanto penoso, è possibile parlare con le loro figure di rifermento. 
Che i genitori non sono reticenti. 

Che sono in grado di affrontarlo, senza negarne la componente dolorosa.

Ciò che è innominabile può, invece, generare il panico: "Quanto terribile è questa cosa se la mamma ed il papà non possono nemmeno parlarne?".

Questa convinzione mi orienta nel rispondere alle domande dei miei figli sui temi più svariati considerati, spesso, tabù.
Innominabili, appunto: ad esempio, la violenza, la sessualità, la droga.


Paola Brera




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