facebook
twitter
linkedin
youtube
Per ulteriori informazioni  ed aiuti: +39 338 7674619
Per ulteriori informazioni puoi contattarci:
+39 338.7674619
info@pantarei2000.it
VIA E. De Amicis, 4
Casnate con Bernate (CO) 22070

 
 
Il sito web del centro 
Centro Studi Panta Rei
L'Associazione professionale Centro Studi Panta Rei è nata nel 1997 in provincia di Como (Italia) per volontà di Foglia Manzillo Maria Cristina e Nasti Nunzio.
centrostudipantarei_marchio

Articoli per argomenti


facebook
twitter
linkedin
youtube
pantarei2000.it @ All Right Reserved 2018  | Sito realizzato da Flazio Experience
 

Scopri tutte le ultime news del Centro Studi Panta Rei - Per l'integrazione tra psicologia, Medicina e Neuroscienze

06/06/2016, 15:22

psichiatra, psicoterapeuta, rapporto psicoterapeuta-psichiatra, rapporto psicoterapeuta/psichiatra/paziente.



I-rapporti-tra-psicoterapeuti-e-psichiatri:-per-il-bene-dei-nostri-pazienti.


 Le persone hanno pieno diritto a scegliere liberamente come vogliono condurre le loro vite ed, eventualmente, risolvere qualche loro problema.





Le persone hanno pieno diritto a scegliere liberamente come vogliono condurre le loro vite ed, eventualmente, risolvere qualche loro problema.
Le persone hanno pieno diritto a rivolgersi ad uno psichiatra oppure ad uno psicologo/psicoterapeuta o di non rivolgersi a nessuno dei due per la risoluzione dei loro problemi o per qualunque altro motivo.
Vi sono però alcune situazioni in cui è assolutamente consigliabile unire insieme un percorso psicoterapeutico ed uno psicofarmacologico e nel quale, previa accettazione o espresso desiderio da parte del paziente, queste due figure professionali sono in relazione l’una con l’altra.

Ora, data l’evenienza non rara di questa situazione condivisa, credo sarebbe bene che i pazienti sapessero che si tratta di una relazione assolutamente scottante nella pratica clinica.
A meno che lo psicoterapeuta non abbia uno psichiatra (e lo psichiatra uno psicoterapeuta), magari nella propria famiglia, magari la sorella od il fratello, il cognato o lo zio, con il quale intrattiene da tempo soddisfacenti rapporti professionali oppure a meno che lo psicoterapeuta in questione non sia famoso (non credo che la questione riguardi infatti lo psichiatra), la relazione tra queste due figure professionali che si trovano ad avere contatti occasionali per un solo paziente in comune va spesso in una direzione non idilliaca.
Per tutti gli altri professionisti che non hanno questo privilegio di familiarità o amicizia, non immagino che le cose vanno diversamente che nella mia esperienza, a meno di una spacciata fortuna sulla propria strada.

Questo aspetto nella gestione di pazienti comuni è stato spesso frutto di dolorosi accadimenti ed amare considerazioni da circa 20 anni a questa parte nella mia professione di psicoterapeuta.
La prima considerazione che obbligatoriamente devo fare nella mia seppure minima casistica è questa (sottolineo che non posso che rappresentare il punto di vista dello psicoterapeuta che lavora, come me, nel privato):

1) In caso di condivisione comune di un paziente, non mi è MAI capitato di essere io contattata da uno psichiatra. SEMPRE, e sottolineo SEMPRE, sono io ad informarmi sul numero di telefono e ad attivare il cellulare per chiamare lo psichiatra e cercare di condividere un percorso con lui. Questo succede anche quando mi viene riportato dal paziente che lo psichiatra ha espresso la necessità di un confronto e di un agire parallelo tra la psicoterapia e la farmacologia. Intendo dire che anche quando lo psichiatra è d’accordo, va da sé che sono io a dover telefonare. Per quanto mi riguarda va così da 20 anni!

La seconda considerazione, basata sempre sulla personale esperienza, è questa:

2) E’ palpabile l’abisso esistente tra il modo in cui uno psichiatra considera se stesso ed il modo in cui considera lo psicoterapeuta. Se vogliamo, si tratta di un teorema rispetto al corollario rappresentato dal punto precedente.
Non può essere diverso e non soltanto per la differente laurea ed il differente peso che hanno nella nostra società, ma, tanto per fare un esempio, anche per il trattamento palesemente differente di un tirocinante psicologo o, peggio, di uno specializzando in psicoterapia, rispetto allo specializzando in psichiatria.
Lo specializzando in psichiatria viene pagato per la sua specializzazione e frequenta senza problemi i reparti in cui viene ammesso.

Lo specializzando in psicoterapia, al contrario:

1) Paga per poter prendere la sua specializzazione (le nostre scuole private costano davvero tanto! Specie per un disoccupato)
2) Inizia un periodo di questua da una struttura all’altra e di raccomandazioni al buon Dio sia perché qualcuno lo accetti come tirocinante in un servizio pubblico sia perché, una volta accettatolo, faccia effettivamente un Tirocinio valido. (Potrebbe rappresentare una eccezione aver effettuato gli studi in una Università privata che abbia una specializzazione in psicoterapia ed una struttura psichiatrica in cui garantisce i propri tirocini, solo che non tutti gli studenti possono permettersi una laurea in una Università privata!). NB: a onor del vero, credo che oggi ci siano delle strutture convenzionate con le scuole di specializzazione ma il tirocinio nostro è comunque gratuito.
Questo aspetto ha delle conseguenze in alcuni momenti di vita comune nelle strutture pubbliche. Per esempio, per l’acquisto di un testo di riferimento come il DSM, lo psicologo/psicoterapeuta deve necessariamente acquistarlo di tasca propria, mentre viene fornito allo psichiatra dalle case farmaceutiche. E può essere così anche per i convegni, a quanto ne so. Questo era quello che accadeva fino a qualche tempo fa.

La terza considerazione è questa:

3) alcune volte (qui è d’obbligo scrivere "ALCUNE VOLTE" perché molto dipende dai pazienti e ci sono pazienti, nella mia personale esperienza, per i quali la psicoterapia è fondamentale e rilevante e lo psicoterapeuta avverte ciò) è palpabile l’abisso esistente tra il modo in cui un paziente considera lo psichiatra ed il modo in cui considera lo psicoterapeuta.
I pazienti per i quali questa differente considerazione diventa importante e negativa per lo sviluppo di un percorso terapeutico proficuo sono coloro che hanno gravi problemi relazionali, gravi problemi familiari e che proiettano inconsapevolmente le loro dinamiche individuali e familiari sul sottogruppo psicoterapeuta-psichiatra soprattutto quando i due membri non sono in accordo fra di loro. Il paziente può arrivare a sfruttare ed a giocare pesante sulla presenza di questa relazione che sente non funzionante e non se ne libera riconoscendolo come un rapporto non desiderabile e non funzionale per la propria crescita personale perché perpetua lo schema nel quale è spesso vissuto, che quindi conosce bene e riconosce.

4) mi ha impressionato il modo in cui, ancora oggi, nella facoltà di medicina, la psichiatria non gode di buona reputazione. 
Mi chiedo dunque se lo psichiatra non metta in atto un’identificazione con l’aggressore e faccia subire a noi quanto subisce nella medicina in toto oppure se la sua considerazione sia frutto di un’identificazione con la categoria professionale medica che non ha grande stima in generale della psicologia.

Ho fin qui presentato solo qualche osservazione, con lo spirito di descrivere dati di fatto. Nel mio intento, non ho nessun’altra sfaccettatura da comunicare. Volevo solo fare un esame di realtà ed arrivare a dire: così stanno le cose.
DI FATTO è difficile il rapporto tra psicoterapeuta e psichiatra quando si tratta di seguire un paziente comune. Quindi?
Che senso ha per me parlarne?
Ne parlo perché vorrei cambiare la situazione? Non credo di avere questo potere.
Allora ne parlo perché la vivo male? Neanche, se avessi voluto non viverla, visto che dopo la laurea in psicologia mi sono iscritta alla facoltà di medicina, avrei fatto il contrario e poi mi sarei specializzata in psichiatria così da appartenere al gruppo dei forti.
Il motivo per cui ne parlo è un altro.

Ci sono molti pazienti, come dicevo prima, che sono seguiti sia dallo psicoterapeuta sia da uno psichiatra per gli psicofarmaci. Ora, io so quanto è DIFFICILE in molti casi lavorare bene con pazienti che non hanno sempre ottime risorse, non hanno sempre forti e valide motivazioni, non hanno sempre ottimi punti di riferimento sociali all’interno delle loro famiglie e fra gli amici.
Se, all’interno di una cornice spesso già confusa di suo e che comprende il paziente ed i suoi affetti, anche lo psichiatra e lo psicoterapeuta non riescono a coordinarsi tra di loro ed a confrontarsi su un piano di parità, di dignità e da colleghi a pieno diritto, l’unico che ne farà le spese al momento sarà il paziente (a meno che il gioco non sia proprio quello di far fallire la psicoterapia!). Sarà il paziente a non ricevere un adeguato servizio perché la psicoterapia e l’uso contemporaneo degli psicofarmaci dovrebbero essere due attività in coordinamento e per coordinarle bisogna avere voglia e tempo di parlarsi e di farlo nell’interesse del paziente! Inoltre, nell’interesse del paziente, qualunque parte dell’intervento è giusto che riceva la stessa dignità e lo stesso rispetto (a meno che non sia il paziente stesso ad avere dubbi su una delle due parti o su entrambe) altrimenti si rischia di alimentare, per portare l’acqua al proprio mulino, una fragilità ed una insicurezza che sono già parte dei nostri pazienti.

In definitiva: dovrebbe essere interesse del paziente trovare una coppia di psicoterapeuta/psichiatra che lavora in tandem. Ma spesso così non è. Cioè i pazienti, in buona fede, non si rendono conto che non è cosa conveniente per loro accettare una coppia che non si conosce e che, con buone probabilità, non riuscirà ad instaurare un buon rapporto per il suo bene.

Ogni psichiatra ha quindi interesse a consigliare gli psicoterapeuti che conosce (a meno che non sia organicista radicato e rifiuti a priori ogni psicoterapia) ed ogni psicoterapeuta cerca di avere uno psichiatra di riferimento (a meno che non sia risentito con il mondo dei medici e non voglia avere nessuna condivisione) non solo perché lo conosce ma anche perché si fida, cioè ci lavora insieme.
In tutto questo, soprattutto per chi di noi lavora nell’ambito del privato, finisce che i nostri pazienti gettino via un mucchio di soldi inutili anche perché, tra l’altro, non c’è stato coordinamento tra un professionista e l’altro.

Eppure, mi ripeto, voi pazienti non curate questo aspetto fondamentale del vostro percorso e, se dovete fare a meno di una coppia psichiatra-psicoterapeuta che si conosce e che lavora bene insieme, ne fate a meno con leggerezza senza pensare alle conseguenze che potrebbe portare sulla vostra economia, sul vostro percorso in generale e quindi anche sulla vostra salute.

Pensateci almeno un attimo prima di prendere la miglior decisione per voi.
 

Maria Cristina Foglia Manzillo




1
Percorso-in-solitaria-in-val-di-Mello,-a-San-Martino,-14-giugno-2013-(4).png

Iscriviti alla newsletter

Rimani aggiornato sulle nostre attività gratuitamente
Create a website
Chiudi

Accedi