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06/06/2016, 15:25

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In-sala-operatoria:-“Il-potere-dell’Ascolto”


 Ho ripreso la frequenza di un reparto di Chirurgia ma stavolta in un ospedale diverso. Tutto va molto meglio.




Ho ripreso la frequenza di un reparto di Chirurgia ma stavolta in un ospedale diverso. Tutto va molto meglio.

Stamane è stata la mia prima entrata in una vera e propria sala operatoria. L’esperienza mi è piaciuta tantissimo e non mi sono affatto spaventata, né ho avuto svenimenti o accenni a malori di altro genere.

C’era già stato un primo intervento rivelatosi più complicato del solito. Il paziente, infatti, tollerava bene la presenza dell’ingrossamento dovuto all’ernia inguinale e, non sentendo dolore, non si era mai preoccupato di parlarne con un medico che, di fatto, l’aveva scoperto per caso durante una visita avvenuta per altri motivi.  I chirurghi avevano perciò dovuto riparare uno sfondamento importante delle strutture anatomiche locali che aveva reso difficile anche la loro corretta identificazione. 

Eravamo tutti in pausa. I chirurghi stavano sedimentando quanto accaduto e riposando. Io avevo deciso di non seguirli e di occupare il tempo diversamente. Mi guardavo intorno per esplorare l’ambiente, nuovo per me, e sono finita nel locale adiacente alla sala operatoria, quello in cui staziona la barella con il prossimo paziente candidato ad un intervento. Scopro che vi è distesa una signora. Ha in testa la solita cuffietta verde trasparente così come verde trasparente è il camice che le hanno messo e che si intravvede da un’estremità della copertina bianca che non la copre tutta. 

Ho visto il nome della signora, so come si chiama. E’ spaventata e stranita. Così, mentre i medici stanno riposando lontano da noi tra un intervento e l’altro, mi avvicino alla signora e le chiedo: "E’ qui per il prossimo intervento. E’ spaventata?"
Senza por tempo in mezzo, mi risponde con foga: "Sì!"
Guardandola, le chiedo: "Quanto è spaventata?"
"Tanto. Tanto. Tanto. Non avrei voluto essere qui. Questa è la prima volta che entro in una sala operatoria."

Non conoscevo la storia della paziente. Sapevo soltanto che doveva asportare la colecisti per i calcoli. E’ un intervento di routine per i medici.
Nel frattempo si avvicina l’anestesista, una brava persona, le rivolge la parola e le dice di stare tranquilla che fra poco si inizia. Credo abbia ascoltato il nostro discorso. L’anestesista aggiunge che la paziente si sente in ansia anche perché non è mai stata operata. Poi va via. Per lui è evidentemente routine, ma non per la signora. Per lei sarà l’unica volta in vita sua in cui le asportano la colecisti, oltre che essere il primo intervento della sua vita.

Intanto mi intrattengo a chiacchierare con lei.
Le dico che i chirurghi passano la loro vita in sala operatoria e vivono tutto in maniera molto naturale ma è comprensibile che non sia così per lei. La informo su chi era il medico con cui aveva scambiato qualche battuta.  
Mi dice che la madre non si sarebbe mai fatta operare, che anche la madre aveva i calcoli ma ha rifiutato categoricamente di essere operata e l’è andata bene perché non ha mai avuto conseguenze.

Parliamo delle complicanze della calcolosi alla colecisti e mi spiega che lo scorso anno ha avuto un episodio di pancreatite acuta da calcoli. Era stata sottoposta ad un ERCP (una metodica eseguita con un endoscopio, cioè con un tubo che infilano dalla bocca verso lo stomaco ed il duodeno) che aveva risolto la pancreatite. Mi dice che poco tempo fa ha avuto un episodio di colecistite dolorosa per cui è stata ricoverata e che è stanca di far preoccupare chi le sta intorno per i suoi dolori. Quindi si è piegata alla necessità dell’intervento di cui è convinta, anche se impaurita.
Mi intrattengo con lei volentieri. Ad un certo punto mi guarda ed inaspettatamente mi dice "Grazie."

Rimango sorpresa. La signora mi ringrazia ripetutamente al punto che mi sento imbarazzata. Le dico che sono una studentessa del 5° anno e lei mi risponde che sarò un bravo medico e che mi augura per l’avvenire che si possano realizzare tutti i miei sogni. La signora non sa che sono una psicologa-psicoterapeuta oltre che essere una studentessa in medicina e, siccome ho la cuffietta in testa (non si vedono i miei primi capelli bianchi) e la mascherina sul mento e sul collo (obbligatorie in sala operatoria), oltre ad essere in ansia per se stessa, credo non mi dia neanche la corretta età.

Sono stupita che un atto così naturale e semplice per me, possa essere considerato così importante da una persona in quella situazione.
Mi viene da pensare che, nonostante i medici facciano tanto per i loro pazienti, alla fine io, con quel semplice avvicinarmi ed interessarmi a loro, rischio di essere ricordata con gratitudine più di chi li ha liberati dal dolore con tanta maestria e mi rammarico infinitamente che ai medici non venga data nessuna formazione al riguardo.

Quando esco dalla sala operatoria e vado a togliermi il camice, passo da lei per salutarla ed augurarle buona ripresa ma la trovo che dorme con un’espressione contrita sul volto. Prova fastidio all’addome, ce lo ha già detto debolmente dopo l’intervento e lo ha dimostrato piegando le gambe per ridurre la tensione all’addome. Comunque non era il caso di svegliarla. L’ho lasciata dormire augurandole dentro di me un buon riposo.


Maria Cristina Foglia Manzillo




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