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06/06/2016, 15:28

empatia, intelligenza emotiva, capricci, pappa, svezzamento, chiedere scusa, ricatto, sculacciata, emozione



L’empatia-tra-capricci,-zoccoli-rossi-e-prime-pappe


 Nelle quotidiane interazioni sociali, spesso, ci troviamo di fronte a comportamenti altrui che ci paiono incomprensibili ad un esame razionale.





Nelle quotidiane interazioni sociali, spesso, ci troviamo di fronte a comportamenti altrui che ci paiono incomprensibili ad un esame razionale.

Questa esperienza diventa ancora più frequente nel caso ci si rapporti con dei bambini. 
Tanto più quanto più essi sono piccoli: il piccolo che rifiuta di indossare le scarpe; che pretende di salire sui mezzi pubblici con il suo peluche preferito (Simba il leone a grandezza naturale); la femminuccia che vuole indossare la gonna senza calze a febbraio, etc, etc.

Io ricordo nitidamente un episodio, che ben si inserisce in questo elenco di esempi, risalente ai miei 4/5 anni.

Avevo un vestito rosa a fiorellini con le balze e mia nonna mi aveva regalato un paio di rumorosissimi zoccoletti rossi di legno (tipicamente anni ’70).
Erano i miei indumenti preferiti e mi ero ripromessa che non avrei mai indossato l’uno senza gli altri e viceversa. 
In questa maniera si sarebbero usurati contemporaneamente.

Pertanto, la domenica mattina in cui mia mamma decise di portarmi a messa con il vestito rosa e gli scialbi sandaletti beige io iniziai a protestare per poter indossare gli zoccoli rossi. 

Ricordo benissimo le spiegazioni di mia mamma circa l’impossibilità di entrare in chiesa con calzature da spiaggia e quanto per lei fosse incomprensibile la mia ostinazione.

Un più recente episodio autobiografico che mi torna alla mente a proposito dei comportamenti, apparentemente irrazionali, ma in realtà logicamente ferrei dei bambini, mi vede questa volta dall’altra parte della "barricata": ovverosia nel ruolo di mamma.

Mio figlio maggiore aveva 2 anni e mezzo, il minore iniziava lo svezzamento.

Un giorno, mentre davo la pappa al piccolo, esausta per l’ennesima nottata in bianco, il maggiore, in cucina con noi, inizia a lanciare a terra le posate. 

Io gli chiedo di smettere e, non ottenendo ascolto, gli annuncio che se lo ripeterà riceverà una punizione. 

Lui continua e io dichiaro attiva la punizione.

A questo punto mio figlio mi chiede scusa e si offre di raccogliere tutto.

Nel frattempo squilla il telefono: è l’assicuratore con cui abbiamo una questione in sospeso. 

Mentre gli rispondo penso a quale sia il modo più adeguato di reagire al comportamento di mio figlio: essere coerente ed applicare la sanzione minacciata o accettare la sua proposta, dandogli l’opportunità di riparare?

Opto per la seconda alternativa.

In situazioni del genere i bambini si impuntano, noi ci innervosiamo.

In queste situazioni, alcuni genitori risolvono la disputa cedendo, per ritrovarsi, di lì a poco, di fronte ad una nuova impossibile richiesta che pretenderà soddisfazione con una perentorietà aumentata dal successo precedente.

Altri si servono della sculacciata o del ricatto. 

Ma, dal momento che l’imitazione di un modello è una potente modalità di apprendimento, così facendo, insegnano ai loro figli ad usare le mani e a ricattare.

Che altre possibilità abbiamo?

Lasciamo per un momento in sospeso questa questione per riflettere su come, a volte, anche gli adulti si comportano in maniera difficile da capire e da condividere da un punto di vista razionale.

Addirittura può capitare che ci appaia irrazionale il nostro stesso comportamento e che, a posteriori, ci troviamo a domandarci: "Ma perché l’ho fatto?".

Solitamente la difficoltà a comprendere persino il proprio comportamento è dovuta al fatto che abbiamo agito sulla scia di un’emozione connessa ad una logica che, esaurita l’emozione, ci sfugge.

L’unica possibilità di risalire al senso di quell’agire, nostro o altrui, è, pertanto, comprendere, non razionalmente, ma empaticamente l’emozione che l’ha generato per ricostruire le ragioni di quel comportamento. 

Questo può essere molto utile anche nell’approccio ai bambini e costituire un metodo, alternativo a quelli di dubbia efficacia summenzionati, a cui ricorrere di fronte alle loro, apparentemente imperscrutabili, ostinazioni.

Per esempio, nell’episodio citato delle posate sul pavimento, se io avessi avuto lucidità e calma per guardare la scena domestica dalla visuale di mio figlio, avrei visto la sua mamma assorbita dal compito non facile dei primi approcci di un lattante ad un cibo semisolido. 

Posso immaginare le moine e le attenzioni che indirizzavo al piccolo, mentre il grande (sì, di ben due anni e mezzo!!) era seduto all’altro capo del tavolo.

Benché la cucina fosse un rettangolo di due metri per tre è presumibile che la distanza emotiva percepita da mio figlio fosse abissale.

Dal suo punto di vista, il "lancio dei coltelli" nella mia direzione era, perciò, tutt’altro che assurdo e privo di una motivazione razionale! 

Imparare a mettersi nei panni dei bambini non significa tollerare ogni loro richiesta. 

Ma comprendere meglio il loro stato d’animo, farglielo sapere e, su questa base comune, trovare una soluzione alle dispute quotidiane. 

Daniel Goleman ha messo a fuoco una facoltà, l’"intelligenza emotiva" che John Gottman (1997) propone di applicare nelle interazioni con i figli.

L’intelligenza emotiva è una facoltà che comprende quoziente intellettivo, autocontrollo, empatia e attenzione agli altri.

Utilizzare l’intelligenza emotiva con i figli consente di favorirne lo sviluppo anche in loro e costituisce una valida alternativa alle strategie del ricatto, delle percosse o del lassismo nel gestire conflitti e situazioni emotivamente intense.

L’approccio di Gottman prevede:

a) Riconoscere l’emozione provata dal bambino
b) Ascoltarla empaticamente, ovverosia mettendosi nei panni del bambino (magari  esplicitando un episodio in cui si è sperimentata un’emozione simile)
c) Aiutare il bambino a darle un nome 
d) Porre dei limiti al suo comportamento collaborando con lui per trovare una   possibile soluzione al problema


Questa modalità di comportamento e gestione dei conflitti non può, tuttavia, essere applicata in ogni momento: non sempre abbiamo il tempo o la calma necessari. 

Ma nulla ci vieta di tornare, alla prima occasione disponibile, sulla questione, sull’episodio e di comunicare, nel suddetto modo, sull’accaduto.

Il metodo non sarà meno valido ed efficace solo perché non è stato applicato immediatamente. 

I bambini, infatti, spesso a differenza degli adulti, sono sempre ben disposti ad offrire un’altra possibilità! 

Proviamo ad immaginare una possibile applicazione concreta di questa metodologia, ritornando all’episodio ambientato nella cucina di casa mia.

Se mi fossi messa nei panni di mio figlio avrei potuto facilmente immaginare i suoi sentimenti di esclusione e abbandono. 

Avrei evitato di scervellarmi tra l’alternativa della punizione e del concedere la possibilità di rimediare. 

Avrei lasciato squillare il telefono (tanto l’assicuratore, pur di non sganciare il rimborso, avrebbe richiamato). 

Avrei lasciato che il piccolo pasticciasse con un po’ di pappa nel piattino. 

Avrei preso in braccio mio figlio maggiore, gli avrei detto che lo vedevo un po’ triste e gliene avrei domandato il motivo. 

In caso di assenza di spiegazione avrei ipotizzato che forse la sua tristezza era dovuta al fatto che io ero occupata con il fratello che non era proprio capace di mangiare. 

Avrei aggiunto che anche io ero dispiaciuta di non poter stare un po’ tranquilla in sua compagnia. 

Avrei potuto ascoltare quello che mi avrebbe risposto e poi avrei potuto chiedergli di raccogliere le posate e intanto di pensare a quello a cui avrebbe voluto giocare con me una volta che avessi finito con la pappa.

Questo avrei potuto fare.

E’ stata una fortuna aver concesso a mio figlio, pur nella confusione del momento, l’opportunità di rimediare, dal momento che mi sono trovata, poco dopo, a richiedere anch’io una seconda possibilità. 

Paola Brera


Bibliografia
Gottman, J., De Claire, J. (1997), Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori. BUR



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