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06/06/2016, 15:29

educare, il bene, il male, regole, punizioni, esempio, imposizione, legame emotivo, buona relazione



La-relazione-come-strumento-educativo


 Cosa significa educare? L’etimologia (dal latino EX-DUCERE= condurre fuori) c i suggerisce che si tratti di un processo di un aiuto...



Cosa significa educare?

L’etimologia (dal latino EX DUCERE = condurre fuori) ci suggerisce che si tratti di un processo di aiuto e accompagnamento alla realizzazione di talenti e potenzialità dell’individuo.

Insomma, qualcosa di antitetico all’inculcare.
Mi trovo d’accordo con questa definizione. Ma solo in parte.

Se mi soffermo a pensare a cosa significa, per me, educare i miei figli, in tutta sincerità, riconosco di sentirmi solo in parte una liberale facilitatrice/accompagnatrice del processo di realizzazione del sé dei miei bimbi.
Non posso, infatti, escludere dal mio ruolo di mamma il compito di inducere, introdurre.
Mi spiego meglio.

Ritengo che tra i miei doveri di genitore vi siano il rispetto delle predisposizioni dei miei figli, del loro temperamento, delle loro inclinazioni.
Il compito di accogliere i loro gusti, i loro interessi e di aiutarli a coltivarli, rispettandoli, senza imporre i miei.

Vi sarà il dovere, quando saranno grandi, di accettare le loro scelte e decisioni. 
Il loro libero arbitrio.
Ma sono convinta che tra i miei doveri vi sia anche quello di trasmettere ai miei figli le nozioni di bene e male. 

Tali nozioni saranno inevitabilmente soggettive, parziali, personali. 
Ma non considero questo motivo sufficiente ad esimermi dalla necessità di passarli a loro.
Scegliere ciò che è bene rispetto a ciò che è male, inoltre, spesso, non è piacevole, semplice ed automatico.

Per questo può essere necessario con i bambini esplicitare le norme e stabilire sanzioni da applicare in caso di trasgressione.
Sono, tuttavia, convinta che importante sia il modo in cui queste nozioni di bene e male, i principi e le conseguenti norme e sanzioni vengono trasmessi.
Non è attraverso l’imposizione, dall’alto e con la forza, di regole astratte che si insegnano efficacemente il bene ed il male ad un figlio. 

Ma comunicando in un’intima relazione con lui quali sono i valori che stanno alla base delle norme che io, genitore, pretendo che siano rispettate da chi vive in casa mia.
Mostrandogli che noi stessi rispettiamo quelle norme nella relazione con lui (infatti, per esempio, come potremmo insegnare ai nostri figli a non alzare le mani su fratelli e coetanei a suon di scapaccioni??!!).

Gottman (1997) parla, a questo proposito, di "base di potere", ovverosia "l’elemento nella relazione tra genitori e figli che rende possibile ai genitori porre limiti alla condotta sbagliata dei figli...". Per alcuni genitori la base di potere può essere la minaccia, l’umiliazione, il sarcasmo o le sculacciate. Altri, troppo permissivi, ritengono di non averne alcuna.
Una buona base di potere è, invece, il legame emotivo tra genitore e figlio. Quando avete un legame emotivo con vostro figlio, i limiti scaturiscono dalle vostre reazioni sincere ai suoi comportamenti sbagliati. Questo per effetto della sensibilità di un figlio verso "la collera... la delusione... la preoccupazione" di un genitore con cui ha un buon legame. 
Al contrario, "un bambino che è stato appena sculacciato... o insultato ha l’inclinazione a cercare di vendicarsi contro i suoi genitori invece che a compiacerli" (Gottman pp.140-141).

Tutto ciò non esclude il ricorso alla sanzione in caso di trasgressione alle norme. 
Anche la sanzione, infatti, per quanto sgradevole e invisa ai figli, assumerà un significato diverso, a lungo termine magari anche accettabile, se inserita nel contesto di una relazione affettiva in cui hanno spazio dialogo e comunicazione.

Vorrei cercare di chiarire l’apparente contraddizione del mio discorso attraverso un esempio.
Credo sia esperienza comune ritrovarsi a pensare che un certo commento negativo, duro ricevuto possa assumere connotazioni diverse ai nostri occhi, o meglio, orecchie, a seconda di chi ce lo rivolge.
La stessa critica, pronunciata da persone diverse ci può apparire più o meno giusta, più o meno accettabile, più o meno tollerabile.
Questo a dire l’importanza della relazione in cui quell’interazione si inserisce.

Potremmo paragonare la relazione ad un vetro colorato che fa apparire del proprio colore anche gli oggetti che vediamo attraverso di esso.
Fuor di metafora: la qualità della relazione è ciò che fa la differenza e ci consente di fare della trasmissione di norme e principi non un autoritario atto di forza ma una ferma asserzione della loro importanza.

I nostri figli, una volta cresciuti, decideranno, poi, se buttarli alle ortiche o rispettarli e trasmetterli, a loro volta, ai loro figli.
Essere genitori significa, dunque, a mio parere, anche prendersi la responsabilità di assumere una posizione, di decidere per sé e, momentaneamente, anche per i propri figli. 
Il tutto, però, all’interno e attraverso una buona relazione.

Paola Brera


BIBLIOGRAFIA
Gottman, J., De Claire, J. (1997), "Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori". BUR



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