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06/06/2016, 15:30

cambiamento, ruolo dello psicologo, ruolo del paziente, sintomi, affrontare paure



Le-sedute-psicologiche:-un-pieno-di-benzina-o-un-gioco-di-squadra?


 Le esperienze cliniche con i pazienti mi hanno ben presto messo di fronte ad un aspetto basilare del lavoro psicologico: il ruolo attivo che il paziente deve necessariamente assumere per poter trarre beneficio dalla consultazione di uno psicologo.




Le esperienze cliniche con i pazienti mi hanno ben presto messo di fronte ad un aspetto basilare del lavoro psicologico: il ruolo attivo che il paziente deve necessariamente assumere per poter trarre beneficio dalla consultazione di uno psicologo. 

Ovverosia, per usare un’immagine concreta, andare dallo psicologo non è come andare a fare benzina: arrivo, mi faccio riempire il serbatoio con preconfezionate soluzioni al mio problema, pago e me ne vado rigenerato. 

No. Purtroppo non funziona così. Sarebbe molto comodo, quindi, bello, ma non è così. 

Il paziente deve essere disposto a mettersi in discussione, osare dei cambiamenti, affrontare ciò che, eventualmente , teme e sopportare la fatica che ne consegue. 

Spesso, invece, come il mio supervisore (per intenderci il supervisore è il collega più esperto a cui ogni psicologo dovrebbe chiedere lumi su casi clinici e problematiche personali particolarmente ostiche) mi faceva notare proprio pochi giorni fa, andare dallo psicologo diventa un modo per convincersi che si sta facendo qualcosa per affrontare i propri problemi ed un alibi per non fare, nel frattempo, nient’altro sul versante del fronteggiamento delle proprie difficoltà. 

Come dire: "Sto andando dallo psicologo, quindi, mi sto impegnando per risolvere i miei problemi. Non devo fare altro per stare meglio". 

Per stare meglio, invece, è indispensabile iniziare a modificare quelle condotte che, con l’aiuto dello psicologo, abbiamo compreso essere disfunzionali, inadatte, portatrici di sofferenza. 

Nel momento in cui, dunque, il paziente permane in una condizione di immobilità (proprio perché si sente giustificato dal fatto che dallo psicologo ci sta andando) un bravo professionista dovrebbe accorgersene, portare il paziente stesso alla 
consapevolezza di ciò e, nel caso non avvenisse un cambiamento di rotta, rifiutarsi di continuare gli incontri clinici. 

Se, al contrario, il professionista tollerasse tutto ciò e procedesse con le sedute, rischierebbe quella che, in termini tecnici, chiamiamo collusione, ovverosia, complicità nel portare avanti meccanismi e dinamiche disfunzionali. 

Proprio per l’importanza del ruolo attivo del paziente, ai fini del buon esito del lavoro psicologico, è necessario esplicitare all’utente che la partita si gioca in squadra. 

Prendere o lasciare. 

Questo aspetto potrebbe apparire banale e scontato. 
E’, al contrario, una nota dolente. 

Perché assumere un ruolo attivo per il paziente può significare esporsi ad una sofferenza, temporaneamente, anche maggiore di quella provocata dai sintomi per cui arriva dallo psicologo. 

Ad esempio, basti pensare a quanto può costare, per chi soffre di una fobia, dover affrontare le situazioni fobiche (passo irrinunciabile ai fini del superamento della fobia stessa) che solitamente evita. 

Oppure, quanto può costare per chi arriva dallo specialista a causa di sistematici fallimenti relazionali, riconoscere le proprie responsabilità in tutto ciò, riflettere sull’eventuale impatto negativo di alcuni propri modi di fare ed iniziare ad agire diversamente con gli altri. 

Molto più semplice sarebbe, invece, accusare la malasorte e la malevolenza altrui. 

Gli esempi potrebbero essere molteplici. 

Inoltre, nel caso in cui dallo psicologo sia portato un minore, la summenzionata necessaria partecipazione attiva riguarda anche i genitori per l’ovvia influenza che essi esercitano sul loro bambino. 

Ricordo un genitore venuto da me per un malessere del figlio. Entro un paio di colloqui abbiamo messo a fuoco le difficoltà del minore e io ho esplicitato quello che avremmo dovuto affrontare con lui per comprenderne e, augurabilmente, risolverne la sofferenza. 

Avremmo, cioè, dovuto toccare anche nodi della loro relazione. 

Il genitore mi ha chiamato poche ore prima del colloquio fissato con il figlio per disdirlo con la motivazione: "Ho cambiato idea. Non me la sento". 

Questo è un esempio di rifiuto di quel ruolo attivo di cui parlavamo e di aspettativa irrealistica e, pertanto, destinata alla delusione, di poter portare "il problema", in questo caso il figlio, allo psicologo perché lui lo risolva, nella stessa maniera in cui potrebbe fare un meccanico con l’auto. 

Accettare che, invece, le cose funzionano diversamente e affrontare quanto ne consegue non è semplice e leggero, ma è il "costo" da pagare per poter abbandonare comportamenti e meccanismi consolidati e diventati abituali ma portatori di quella sofferenza che spinge a contattare uno psicologo. 

Questi ha, infatti, il compito di aiutare il paziente a vedere in maniera più obiettiva la sua situazione; a prendere in considerazione modalità di interpretazione dei fatti e di azione alternative a quelle fino a quel momento adottate. 

La mossa successiva, cioè l’attuazione di una svolta, di un cambiamento non può che spettare al paziente. 

Certo è che lo psicologo ha un ulteriore compito: quello di sostenere, sorreggere, supportare in questo percorso il suo paziente fino al momento in cui quest’ultimo è abbastanza forte e pronto per riprendere il proprio cammino da solo. 

Allo psicologo, d’altronde, la fatica di questo processo non è sconosciuta, dal momento che, spesso, prima di essere in grado di accompagnarvi i suoi pazienti, l’ha dovuta affrontare personalmente e vivere sulla propria pelle. 

Paola Brera



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