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06/06/2016, 15:31

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(I)-Medici-o-Tecnici?-Io-voglio-essere-un-Medico!-Prima-puntata


 Riflettevo su un sentimento che sempre più sta premendo dentro di me, l’avvilimento, e su quanto sta accadendo nel mio rapporto, incrinato, con i tecnici medici.




Premessa: Eccomi di nuovo qui a scrivere. Mi sono svegliata presto stamane, pur rimanendo a letto. Riflettevo su un sentimento che sempre più sta premendo dentro di me, l’avvilimento, e su quanto sta accadendo nel mio rapporto, incrinato, con i tecnici medici.

Quando mi sono ammalata, quasi 10 anni fa, mi sono affidata fiduciosa ai medici. Al primo errore, ho pensato che ci stava e non era il caso di allarmarsi: lo capivo. Al secondo, ho pensato che mi conveniva stare attenta. Al terzo mi sono messa in allarme. Ed al quarto ... ho cambiato reparto di riferimento e mi sono detta che dovevo rimanere in allerta anche nel nuovo reparto perché non era più il caso di sbagliare.

Quando mi sono iscritta alla facoltà di Medicina, pensavo che fosse adatta a me. Ora so che lo studio mi piace immensamente, (non avrei continuato altrimenti, data la mole di frustrazione che i rapporti con un’Università lontana e con alcuni docenti comportano per una donna adulta come me) ma l’ambiente non è adatto a me ed io non sono adatta ad esso. Ora, essendo l’ambiente infinitamente più grande di me, giustamente sviluppa una reazione di rigetto verso la mia persona ed io ne esco sempre "vomitata" ed, appunto, "avvilita": 2 linguaggi diversi, 2 modi di pensare diversi, 2 tipi di competenze diversi, 2 età diverse, 2 sentimenti diversi, 2 ritratti della realtà diametralmente opposti.

Fino all’altro ieri non ho fatto altro che difendere la medicina, oggi mi accorgo che c’è una ferita importante, un doloroso litigio tra popolazione e medici, un campo di incomprensione incredibilmente vasto e mi chiedo se lo strappo del tessuto che copre i nostri rapporti con essa sia irreparabile.

In realtà, vorrei tenere fuori la mia amata medicina da tutto questo. Vorrei poter chiamare le cose per ciò che mi appaiono. Il rapporto che mi appare incrinato è con i "tecnici medici". Mentre il Medico credo sia una specie, ancora vivente, ma in via di estinzione.
 
Bando alle ciance, è ora di raccontare: approfittando di un periodo di pausa nell’onda dei miei problemi di salute, decido di provare ad entrare in un reparto perché solo così potrò imparare a fare il medico ed io voglio imparare.
 
Così mi reco un giorno in Ospedale (non è necessario dire quale) e trovo difficile entrare "fisicamente" in reparto. Mi presento alla porta dei visitatori (ignara delle altre vie di accesso al reparto e di dove siano), giustamente chiusa perché non è orario di visita, e busso. Rimango lì un tempo interminabile. Nessuno risponde, eppure sono lì come studente, non come paziente o familiare.

 Finalmente sento una voce, dico di essere una studentessa, qualcuno risponde: "Attenda un attimo" ma poi chiudono la comunicazione e mi lasciano lì. Rimango interdetta. Non so cosa fare. Sono punto ed a capo ma, se mi scoraggio già da adesso, non ho speranze. Passo il tempo parlando con altri parenti che attendono fuori. Siamo fuori dall’orario della visita ma sono stati chiamati d’urgenza dal reparto che non apre neanche a loro. Quindi finiscono ad aspettare fuori insieme a me. Ci chiediamo se bussare o meno ma abbiamo un po’ tutti paura che "si incazzino", quindi rimaniamo fuori!

Alla fine riusciamo ad entrare perché una paziente, che sta uscendo dal reparto, ha aperto la porta.

Nell’entrare trovo, dietro alle postazioni mediche o infermieristiche, gente che chiacchiera o che è seduta. Francamente non mi sembra che abbiano molto da fare. Non so se sono studenti, medici, specializzandi, infermieri. Ovviamente nessuno mi calcola. Oso interrompere per chiedere a qualcuno. Ottengo risposte vaghe, ho chiaramente dato fastidio.

Sottotitoli per la schermata non-verbale del messaggio: ma chi è questa, cosa vuole? Uffa, che palle!

Vago intorno con lo sguardo a cercare un volto che sappia di disponibilità fino a quando un’anima buona mi si avvicina e mi risponde gentilmente dicendomi di attendere il dottore R seduta su quella sedia. Questo specializzando è uno dei medici più tranquilli e gentili che io abbia conosciuto nell’ambiente.

Dalla chiacchierata con il dottore R, anch’egli gentile e responsabile dei rapporti con noi studenti del reparto, avrà origine un periodo di prova in cui entrerò in ospedale per vedere se mi piace starci.

Il primo giorno mi presento, dopo un’ora di macchina (non abito vicino all’Università), ed arrivo all’ora stabilita.  Evito la porta principale perché, dopo aver chiesto, scopro che a noi tocca prendere vie secondarie proprio per saltare l’ostacolo porta (il mio pensiero, sempre attento agli altri, va ai familiari chiamati urgentemente dal reparto che erano rimasti fuori come me la volta scorsa: che faranno loro? Impareranno le vie alternative? Allora potranno impararle anche altri che avrebbero dovuto rimanere fuori dalle porte e che saltano il controllo. E’ chiaro che le porte in reparto sono un problema ed è altrettanto chiaro che le menti umane non riescono ad ingegnarsi per migliorare la situazione).

Mi presento: sono una studentessa, dovrei iniziare a frequentare ma la donna (che scoprirò, solo dopo, essere la caposala) mi dice che il dottore è sceso in sala operatoria. Se voglio, posso raggiungerlo. Mi era stato detto che non potevo entrare in sala operatoria, quindi rimango allibita. Mi guarda con aria infastidita, a dire: "Non so cosa farci."

Non conosco nessuno là dentro e la tizia non si sogna neanche di dirmi che c’è uno studente, di indicarmelo e dirmi che mi tocca seguire lui. Nessuno mi dice nulla ed io, molto arrabbiata dentro di me, riprendo la macchina e torno a casa (non avete minimamente idea di quante volte io abbia fatto questo viaggio a vuoto: 2 ore di viaggio inutili in una vita complessa come quella di un adulto, ma i loro sottotitoli in questo caso sono: se ti adatti, meglio per te; se no, io non so cosa farci, sono c**** tuoi!).

Non mi scoraggio e mi ripresento il giorno dopo che però non fa testo: ho dovuto seguire lui, il dottore R, perché, eccezionalmente, non c’era nessuno studente in reparto quel giorno ma io questo non lo sapevo. Quando, al termine della mattinata, mi dice che sono stata sfortunata perché non c’erano altri studenti da poter seguire, a causa degli esami, penso (ed oggi so che ho pienamente ragione) che, al contrario, come primo giorno mi è andata benissimo. Altro che sfortuna!

Ma, dal secondo giorno, le cose saranno differenti. Nessuno conosci e nessuno vuole conoscerti. Chi ti segue, ti segue (o meglio si lascia seguire) perché è dovuto, non perché c’è nessun interesse verso l’altro. E’ un atto di dovere.

Sottotitoli: impara a cavartela da sola perché qui nessuno ti spiegherà niente su come è organizzata la tua presenza e su quali saranno le tue incombenze. Non so neanche se ho delle incombenze! E comunque, prima impari come vanno le cose in un reparto, e meglio sarà per te!

So di essere una persona autonoma, sono un’adulta, ho 43 anni, non ne ho 20, ma almeno un minimo bisognerà che qualcuno me lo spieghi. Dovrei sapere almeno da dove o da chi iniziare. Passeranno ben 5 giorni prima che uno studente cominci a dirmi come funziona e non tutto in una volta, quindi, come in un puzzle, ogni volta che vado mi forniscono distrattamente qualche pezzo, dietro mia domanda.

Sottotitoli: siamo disposti a spiegarlo ma devi chiedere tu. APPUNTO! Quando sai cosa chiedere, però!

Ti senti in uno stato di soggezione a dover chiedere tutto a tutti ma, penso, se ce l’hanno fatta gli altri, ce la posso fare anche io.

Passiamo ora agli orari: secondo il dottor X, con cui ho preso contatti, posso venire alle 8. Secondo qualcun altro è meglio alle 7.30 e secondo altri è meglio alle 7 o alle 6.45 così vedo fare i prelievi ed imparo anche io.

Penso: "Uauh! Ecco l’ambiguità! Questa è la base perfetta per cazziarti, prima o poi sbaglierai qualcosa e ti arriverà un rimprovero, stanne certa".

Con il passare del tempo, mi accorgo che non c’è un solo studente che non mi dice che ha ricevuto una sgridata. Qualcuno è rimasto malissimo e se ne va incazzato nero con la voglia di non incontrarli mai più in vita sua, qualcun altro fa buon viso a cattivo gioco, qualcun altro entra dentro al gioco e finirà con il condividerlo e riproporlo in un futuro, non appena avrà il ruolo giusto per poterselo permettere. In psicologia si chiama "identificazione con l’aggressore".

Io rimango un po’ interdetta. A 43 anni e con l’enorme bagaglio di esperienza (e di malattia) che mi ritrovo sulle spalle francamente dico che troverei stonato un simile atteggiamento verso di me. Ma, come avevo già capito da sola, me lo devo aspettare con quei presupposti e mi rendo conto che, o mi stacco emotivamente e non me ne frega nulla o rimango in reparto in uno stato di continua tensione aspettando che arrivi una lavata di capo che, con molta probabilità, non avrei neanche previsto in quel frangente.

Riassunto dell’accoglienza: clima freddo, ognuno va per conto proprio, sono completamente disorientata, chissà chi è questa gente che mi sta intorno. Non ci si presenta. E’ tuo compito avvicinarti alle persone e presentarti ... se ti va. Alcuni rispondono bene, altri ti fanno un favore. Dopo un po’, mi scoccio di salutare e penso: "Non mi piace! Ecco come le cellule tumorali si moltiplicano! Anche dentro di me!"

Sento che lo studente è tollerato in reparto, non accolto.

Vedo una donna, la "miss simpatia" che ho incontrato il primo giorno, faccia lunga e tirata, nervosa fin dentro il suo atomo più remoto, anzi immagino tutti i suoi atomi che ballonzolano impazziti, nervosi come il suo moto che si evidenzierà essere perpetuo. Dopo giorni, scopro che è la caposala. Nessun buon presagio viene da lei. Meglio lasciarla stare nei suoi angoli e nelle sue competenze. Così giro alla larga da lei.

Capisco chi sono i medici dalla loro andatura solenne e sicura di sé
.
Sottotitoli: questo è il mio regno, io qua sono padrone.
Hanno ragione, sono i padroni di casa ed è giusto che lo facciano sentire. Fiutano e segnano i loro territori.
Capisco gli studenti che, giovani, sono pienamente allineati con l’ambiente e cercano tutti di sopravvivere con le proprie strategie. Corrono avanti ed indietro per cercare di evitare sgridate e di camminare il più possibile allineati con la mentalità dell’ambiente.

Capisco gli infermieri che fanno comunella per conto loro e non calcolano nessuno che non sia del loro gruppo. Ma qualcuno è anche gentile e tranquillo.

Capisco molto bene anche i malumori che vedo fin dall’inizio: si è persa la documentazione medica che un paziente ha fornito al reparto prima di entrare e che rivuole adesso che è uscito. Non si trova da nessuna parte, qualcuno commenta malevolo che, chissà come mai, quando è ricoverato un paziente amico di questo o quel medico, non si perde mai niente. Voci di sottofondo nervose che si strutturano lungo una vena grigia che permea di sé l’ambiente mentre la persona che ha chiesto il materiale, da buon familiare, sta schiscio e passivo ad aspettare che si decidano a dire definitivamente: "Eh, guardi che qui non si trova nulla."

Sottotitoli: "Non è che per caso se li è mangiati il paziente prima di essere dimesso ed adesso vuole dare la colpa a noi! Sa com’è! Ci provano sempre ... i pazienti!"

Il familiare, quando osa (perché ogni atto mi sembra un osare), chiede gentilmente se, per caso, non l’abbiano lasciato in camera, magari nell’armadio.
Apriti cielo!  Reazione non-verbale, con sottotitoli che urlano: "Ma che stupido deve essere questo qua che non si rende conto che la camera è già stata fatta. Adesso deve farmi perdere tempo ... con tutto quello che ho da fare. A chi posso scaricare questa palla?"

Ed io che mi chiedo: "Dio mio, ma che cosa ci faccio qui?"
Poi penso: "Voglio imparare. Devo mandar giù ed imparare a non farci caso. Magari ci riesco, poi quando sarò autonoma, mi comporterò secondo le mie regole."
Ma non mi basta, mi chiedo ancora: "Ed ora che cosa faccio in questa confusione?"
Mi rispondo: "Sei qui per imparare, qui puoi vedere le situazioni cliniche che studi nei libri. Sai dove sono le cartelle cliniche. Vai e studiatele così sei pronta a capire quando ci sarà il giro con i medici ed entrerai nelle camere dei pazienti."
Quindi annullo l’ambiente esterno e mi butto a capofitto sulle cartelle cliniche e, per quel giorno, è quasi andata bene!


Maria Cristina Foglia Manzillo




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