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06/06/2016, 15:32

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(III)-Medici-o-Tecnici?-Io-voglio--essere-un-Medico!--Terza-puntata


 Eccoci giunti all’ultimo giorno, quello che mi ha piegato e che mi ha fatto decidere di rinunciare all’internato. Descriverò due soli episodi, uno verificatosi al mattino presto e l’altro nel tardo pomeriggio poco prima che finissi il turno di 13 ore




Eccoci giunti all’ultimo giorno, quello che mi ha piegato e che mi ha fatto decidere di rinunciare all’internato. Descriverò due soli episodi, uno verificatosi al mattino presto e l’altro nel tardo pomeriggio poco prima che finissi il turno di 13 ore. Li ritengo sufficientemente significativi per poter evitare ulteriore tedio (o tristezza) ai lettori.

Quel mattino, dopo aver indossato il camice ed essere andata nello spazio comune, mi accorgo che due studentesse mi stanno aspettando. E’ ora di iniziare i prelievi. Saluto, mi presento, rispondono seccamente quando chiedo i loro nomi, che non capisco, e si parte. Loro due davanti ed io sempre indietro.

 La studentessa "capo" chiacchiera con l’altra, le fa provare i prelievi. Io guardo e seguo come una pecorella fino a quando entriamo in una stanza. Vi è una malata molto anziana e piuttosto esile. Bisogna farle dei prelievi ma la cosa si preannuncia difficile perché lo stato delle vene è decisamente pessimo.

 Ovviamente vengo esclusa, ma un altro avvenimento, in contemporanea, cattura la mia attenzione. La signora è visibilmente agitata, si lamenta, è molto arrabbiata, approfitta dei primi esseri umani che le capitano a tiro per cercare di sfogarsi. 

Le due studentesse si buttano a capofitto sulle vene e fanno finta di non sentire. Io accolgo il suo sguardo. La signora sembra una nobile, una donna raffinata: immagino che viva in un ambiente consono e che sia abituata a tutt’altro trattamento rispetto a quello di cui si lamenta. 

Cambia volto quando incontra il mio sguardo, sembra sorpresa, piacevolmente sorpresa e si lascia andare. Il suo racconto è molto confuso. Ma mi sembra di capire che è successo qualcosa con un’infermiera durante la notte. Dice di non essere mai stata maltrattata come da quella donna, che, non appena potrà rimettersi in piedi ed uscire di lì, farà le sue rimostranze al personale addetto dell’Ospedale per come si sono comportati con lei, che non è riuscita a dormire tutta la notte per l’accaduto, che l’infermiera è stata una gran maleducata. Apprendo che, anche per lei, è la prima volta che viene ricoverata in ospedale. Questo è quanto sono riuscita a mettere insieme. La signora è avvilita, si sente umiliata, è arrabbiata e lo racconta con confusione. E’ proprio sotto sopra! La ascolto.

Penso tra me e me che in ospedale il personale farà di tutto per metterla a tacere e la tratterà come una scocciatrice. Ma, mi dico, se sei stata maltrattata, è giusto che tu lo faccia presente e che sporga le tue rimostranze.

Quando le altre due hanno terminato i prelievi, trottiamo via in fretta dalla stanza. Vanno a lavarsi le mani e chiacchierano lungo il tragitto, sempre con me al seguito.
... "Ma che voleva quella tizia?"
"Ma che ne so! Io non ci ho capito niente."
"Boh! Valla a capire certa gente" ...

Provo ad intervenire: "A quello che ho capito io, è successo qualcosa durante la nottata con un’infermiera ...". Non termino la frase, dopo il lavaggio delle mani sono già scappate e non hanno intenzione di dialogare con me. Mi mantengono in stato di evidente soggezione. Fanno gruppo e mi escludono volutamente. La studentessa sottoposta dice: "Mah! ... ha detto anche che non ha dormito stanotte."
La studentessa capo risponde: "Capirai che guaio! Anche io non ho dormito stanotte ed avevo pure mal di testa! E allora ...?"

Mi fermo e stavolta rimango indietro volutamente. Non ci credo, no, non credo alle mie orecchie. Sono stupita di una simile risposta. Tu non hai dormito! No, dico! Tu non hai dormito!! Ma chi se ne frega se tu non hai dormito. Ma chi sei, Dio santo!

Rimango ferma in mezzo alla corsia, non mi interessa dove stanno andando. Le perderò, è quello che vogliono, ma non mi interessa.
Ma ditemi la verità, voi che state leggendo: è così immensamente difficile capire un essere umano che entra intorno ai 90 anni per la prima volta in ospedale per una patologia seria?

E’ così difficile capire che stiamo parlando di una donna di 90 anni a confronto di una ragazza di 24 anni circa? E’ così difficile capire che c’è un abisso tra una donna anziana malata ed una ragazza giovane in piena salute? 
E’ così straordinariamente anomalo che io veda un abisso tra il dormire in ospedale da malati ed il dormire da sani nel proprio letto?
Immagino, dunque, che non ci sia differenza tra il non aver dormito perché un altro essere umano è stato sgarbato in un ambiente estraneo piuttosto che non aver dormito a casa propria riuscendo da soli a litigare con se stessi. 
Per carità: può darsi che tuoni e fulmini siano capitati nella vita di quella studentessa ma ... ci vuole davvero una laurea in psicologia per comprendere che cosa una simile donna stia vivendo in questo momento della sua vita ed immaginare il confronto con la dimensione della morte che, chissà, magari per la prima volta (visto che non ha avuto particolari sofferenze in precedenza) si affaccia nelle sue giornate, nelle sue ore?

E ditemi, voi che vedete le cose dall’esterno e quindi meglio di me che c’ero dentro: sbaglio a dire che c’era un abisso tra le due situazioni?
Mi faccio un’ultima importante domanda: è davvero così facile farci il callo da non percepire più simili situazioni? Ma, mi rispondo, è solo una studentessa! Se ci ha già fatto il callo, siamo persi!

Come ci si può preparare a fare il Medico in questo modo!?

Sono sempre nel mezzo del corridoio. Mi sento avvilita, scoraggiata, mi ritorna la solita domanda: "Ma che ci faccio io qui?"

Dopo un’oretta inviano la studentessa "capo" ad aiutare un gruppo di medici. Rimango da sola. Mi isolo, non so più che cosa fare. Vado a prendere gli appunti e ripasso per l’esame che sosterrò prossimamente.

All’ora di pranzo sono talmente moggia che decido di andare fuori dall’ospedale per comperarmi qualcosina da mangiare. So che sarebbe previsto, sì, che io vada a mangiare, ma a patto di rimanere nel bar dell’ospedale. Eppure, mi sento soffocare. Ho voglia di aria pura, di uscire di lì. Non mi importa se mi sgrideranno, che lo facessero pure, ho le mie buone ragioni per cercare di tamponare il mio stato emotivo e di vivere la mia tristezza. E poi non vado lontano, mi basta giusto uscire di lì e sincerarmi che il cielo che io conosco esiste ancora. E che ci sono gli alberi, l’aria ed i colori, i soliti colori di fine estate. Finalmente respiro!

Nel tardo pomeriggio, incontro nuovamente le studentesse. Non posso far finta di niente e mi riaggrego a loro. Dobbiamo visitare due malate appena entrate in reparto. Benissimo! Stavolta la studentessa "capo" dice che farà visitare una paziente all’altra ed un’altra a me. Inizia dall’altra. Bene, mi accorgo che conosco tutte le manovre. Una sola cosa mi era estranea e sono contenta di portarmi a casa una nuova conoscenza. Dai, Cri, mi dico, vedi che c’è anche qui qualcosa di buono? Coraggio che magari comincia la risalita.
Sembro rianimarmi fino a quando inizio la mia visita. Va tutto storto!

Seno: palpazione come ho appreso a fare in 14 mesi nel reparto di Medicina: seguendo una direzione a spirale. Non va bene, secondo lei. Proseguo lo stesso.
Mi soffermo su una lesione in prossimità del solco sotto-mammario destro. Non era previsto che ci fosse una lesione lì. Avverto la presenza di un nodulo e quindi continuo a palparlo. Lei mi dice di andare avanti. Le spiego che, se sono ferma, c’è un motivo e glielo dico. Allora prova lei ad effettuare la palpazione ma salta l’area in cui ho avvertito la presenza del nodulo e quindi dice che non c’è nulla. Non so cos’altro dire, sono avvilita dal suo atteggiamento quando la paziente interviene dicendo che al mattino la professoressa l’aveva visitata ed, inaspettatamente, aveva notato anche lei la presenza di un nodulo al seno, quello che avevo palpato io, che non era stato riportato in raccolte anamnestiche, in visite o negli esami precedenti.

Avevo ragione io. Ma la studentessa fa finta di niente e mi dice di continuare la visita.

Dice alla paziente di mettersi seduta sul letto. La paziente si siede in posizione opposta rispetto a quella in cui il medico normalmente fa visita. Mi chiedo come mai il capo non abbia detto nulla, anzi, mi invita ad andare dall’altro lato.

Al termine mi dice che io avrei dovuto visitare stando alla destra della paziente. Le dico: "A dire il vero mi sono chiesta come mai mi hai detto (volutamente uso questa espressione visto che è stato un suo ordine esplicito) di andare dall’altra parte." Mi risponde con fare incerto, accusando il colpo: "Beh, la paziente si era voltata da quel lato e non ho ritenuto opportuno farla scomodare..." Poi riprende il discorso con tono deciso e mi dice, stavolta con aria soddisfatta: "Se c’era qui il prof., ti avrebbe ribaltata!"

Mi viene in mente un’immagine di guerra, una marea di corpi feriti e sofferenti, di persone che aspettano un intervento ed i medici che non riescono a visitare se non stanno alla destra del paziente per cui si danno da fare per spostare cadaveri e feriti altrimenti la visita si blocca. In tanti anni di Università, nessuno mi ha mai spiegato il motivo razionale per cui dobbiamo assolutamente stare alla destra del paziente. Ho sempre pensato che fosse una convenzione. Ma si può giudicare la bontà dell’operato di un medico perché è stato a sinistra piuttosto che a destra del paziente?
Conoscendomi, non mi comporta nessun disturbo rimanere alla destra se questo li sconvolge tanto ma proprio non sono il tipo da urlare o da scompormi per un simile motivo.

Polmoni: sono dall’altro lato (opposto a quello in cui dovrei stare e vi comunico una cosa: i polmoni si riescono a visitare ugualmente!) e mi trovo a verificare la mobilità delle basi polmonari. Ma la paziente ha un respiro talmente superficiale, nonostante l’invito a respirare profondamente, che le mie mani (e di conseguenza le sue basi polmonari) non si muovono. Il capo mi mette subito da parte e rifà la manovra ma la paziente respira comunque superficialmente e quindi è palese che la studentessa sta muovendo lei le sue mani per poi dire a me: "Vedi come si muovono!"
Non ci credo: qualcuno mi dia un pizzicotto, ma non c’è nessuno a darmelo e quindi...

Passi ed andiamo avanti.

Cuore: faccio l’auscultazione di tutti e 4 i focolai e mi chiede che cosa sto facendo. Dovrei limitarmi ai focolai delle atrio-ventricolari. Certo, è disastroso aver auscultato anche gli altri due! Ma penso che io non ho molte possibilità di visitare e già che ci sono, non cerco tanto di essere razionale ma di approfittare dell’occasione per familiarizzare con i reperti di "normalità", cosa fondamentale per uno studente, secondo il mio stupido parere. A mio avviso, con il tempo verrà la razionalizzazione della visita, cioè il limitarsi a ciò che serve effettivamente.

Addome: alla percussione si sentono due suoni. Un suono ottuso nell’area mesogastrica ed un suono timpanico in parte della cornice colica. Lei rileva un suono ottuso dappertutto.
Mentre stiamo visitando, l’altra paziente inizia a piangere. Il capo, con fare deciso, si avvicina a lei nell’atto di consolarla. Dice che capisce bene ma la signora deve tirarsi su e deve assolutamente farlo per i suoi figli. La studentessa è piena del suo ruolo e si dà da fare a calmarla ricordandole di continuo i suoi figli ed il senso del dovere.

Com’è difficile ascoltare ed accettare il momento di fragilità mostrato dagli altri! 

Inoltre, penso immediatamente che le pazienti sono nella stessa identica situazione clinica eppure l’altra malata non è né sposata né ha figli. Penso a lei, a lei che ascolta la risposta della studentessa, studentessa che crede una dottoressa in piena regola (lei non sa che si tratta di uno studente, nessuna di loro due lo sa!), penso alla sua reazione ascoltando che bisogna superare lo sconforto pensando ai figli. A chi penserebbe l’altra paziente se avesse un momento di sconforto, visto che figli non ne ha?

Ma la paziente che piangeva, ora è contenta, si lascia consolare comunque dall’attenzione che la "dottoressa" le ha riservato.
Penso a come è strana la vita: io psicoterapeuta e malata, che guardo un così pessimo intervento e lo vedo avere successo per il potere del camice e di una ragazza creduta dottoressa. Il camice induce passività in molti pazienti ed orgoglio per l’attenzione ricevuta. Quante volte ho visto in ospedale, mentre ero ricoverata, la ricerca di attenzione e l’orgoglio derivatone! Il medico rimane ancora una figura piuttosto potente, almeno quando è di fronte a noi.
 
Comunque, quando usciremo dalla stanza e scriveremo il resoconto della visita sulla cartella clinica, non verrà evidenziata la lesione palpata al seno ed i reperti scritti in cartella saranno i suoi, non i miei. Ma la firma è mia, invece!

Inoltre, ci soffermiamo sulla scritta K o ca invece di carcinoma. Lei spiega che una dottoressa l’ha sgridata perché "le stava sulle scatole" che venisse scritto K o ca invece di carcinoma. La studentessa, da allora, si rifiuta di mettere K o ca (che ho visto usare miliardi di volte in ospedale!!!!) perché non vuole prendere un’altra sgridata.
Dio mio, ma che cosa cambia se scriviamo K o ca oppure carcinoma? L’importante è che ci capiamo! Queste idiosincrasie sono assurde!

Si è accorta anche che sono andata fuori dall’ospedale e mi dice che non devo farlo. Usa un buon tono di voce, è tranquilla. So che ha ragione e so che sta facendo bene a dirmelo. E’ corretta e tranquilla: almeno una cosa buona oggi l’ha fatta nella relazione con me. Accetto anch’io pacificamente, sono adulta e comprendo ma capisco anche me stessa...

Esco dall’ospedale con il corpo e la mente arrossate e pruriginose per una grave forma di orticaria psicologica.

Ho il morale così a terra che guido piano, anche la mia guida è triste e lenta. Mi dico: "Ma chi ti obbliga a continuare!? Ci hai provato. Ora datti pace. E non pretendere da te nient’altro."
Di certo, io non voglio imparare da uno studente. Voglio che sia un Medico ad insegnarmi e poi mi mandi pure a quel paese o mi tratti male. Almeno sulla bilancia avrò cose positive, le cose che ho imparato, da contrapporre a quelle negative! Ma voglio che sia un Medico, accidenti, non un Tecnico di medicina o uno studente del 3° anno. L’avevo trovato, ma è andato in pensione, il mio caro dottor Beretta. Peccato!

 I tecnici non hanno bisogno di mettersi in discussione. Gli esseri umani potranno dedicare l’intera vita alla omeopatia e potranno vantare in eterno ed ascrivere alla medicina alternativa il loro stato di salute, ma quando faranno un incidente in macchina o saranno colpiti da infarto è al Pronto Soccorso che verranno portati e nel 99% dei casi non sarà l’omeopata a salvargli la vita! Per le gravi malattie, conviene molto più ricorrere alla medicina che alle medicine alternative.

Ma se le medicine alternative stanno avendo un successo strepitoso, in parte è anche dovuto alla difficoltà di trovare, nel campo della medicina convenzionale, un professionista che non sia interessato soltanto alle cellule ed ai processi patologici dei pezzi biologici del nostro corpo.

 Due piccoli appunti prima di finire:

1) Non voglio dare l’impressione di sovrastimare i comportamenti dei malati. Non dimenticherò mai, nella mia vita, quando, da malata, sono stata maltrattata dalla mia compagna di stanza, una donna con la mia stessa malattia, in un momento in cui non potevo difendermi ed ero vulnerabile: è stato terribile! In quell’occasione decisi di firmare per andare a casa e potermi liberare dei suoi tormenti. Ancora oggi spero di non incontrare mai più questa donna lungo la mia strada! Capirebbe dai miei occhi il mio sentimento, malata o meno che sia! E la cosa peggiore fu la completa incapacità del reparto di accorgersi di quanto stava avvenendo.
E, da malata, conosco tutte le egocentricità dei malati. Ma questi comportamenti non congrui di noi malati non giustificano l’intero mondo dei comportamenti medici.

2)  Sono una persona solitamente interessata al positivo. Non mi piace sottolineare solo quello che non va, perciò terminerò ricordando i Medici che ho amato e che tuttora stimo, pur essendo esseri umani come tutti noi:
La prima dottoressa che ho nel cuore e di cui vorrei scrivere è una dottoressa che conosco benissimo ma di cui non so il nome e non sono riuscita a rintracciarlo! E’ un’anestesista, una rianimatrice che vedo tuttora ogni volta che devo effettuare degli esami di controllo. L’ho vista per 4 anni ogni mese, sempre sorridente e disponibile e mai, mai, mai ha usato una parola fuori posto nei rapporti che intratteneva con noi malati. Oltre a farci i prelievi e ad inserirci l’ago-cannula, operazione che le infermiere lasciavano a lei perché alcuni di noi, dopo mesi di buchi, avevano le vene compromesse, veniva a trovarci mentre facevamo l’infusione per vedere come stavamo ed è dovuta intervenire una volta con me perché ho avuto una brutta reazione al farmaco (non riuscivo più a respirare!). Sempre corretta, professionale e sorridente. La ricorderò sempre con il suo camice svolazzante mentre si muove nel perenne peregrinare dei medici nei reparti.

Dott. Beretta Angelo: il primario che mi ha accettato per 14 mesi in ospedale come studentessa e che, oggi, rivedo ancora mangiando convivialmente intorno ad un tavolo con mio marito e la sua compagna. E’ un cuoco eccezionale! Mi piaceva guardarlo chinarsi sui malati. Se chiudo gli occhi, mi sembra di rivederlo. Guardavo il modo rispettoso con cui toccava i malati e come chiedeva scusa quando doveva effettuare una manovra imbarazzante per il paziente come l’esplorazione rettale. Come vorrei che fosse possibile fare un "copia e incolla" delle sue competenze tecniche mediche nella mia testa!

Prof. De Luca: l’unico docente della Facoltà di Medicina ad avermi detto, dopo il suo esame: "Come si vede che lei è un’adulta e già laureata. Espone in modo completamente diverso rispetto agli altri studenti." Almeno uno se ne è accorto! Anzi, dovrei dire che almeno uno me lo ha permesso! E’ anche uno dei pochi di cui penso che valga pienamente la pena di seguire le lezioni, che ricorderò sempre per la loro eleganza ed il flusso coerente e sconcertante delle nozioni che mi porto ancora dietro nei ricordi della biochimica.

Ho descritto lui per tutti gli altri docenti della facoltà, non pochi a dire il vero, con cui mi sono trovata bene agli esami ed ho sentito di essere stata valutata adeguatamente e trattata con rispetto.

Dott.ssa Fichera Maria: carissima Maria, conosciuta nei primi anni di Università, ormai laureata e specializzata in gastroenterologia. Bravissima studentessa, bravissima dottoressa dalla mente brillante, con tanta voglia di imparare ed anche lei a tratti scoraggiata di fronte a certi atteggiamenti del mondo medico. Ha condiviso il mio percorso di malattia comprendendo come pochi altri e avendo tutte le competenze, per farlo, di amica e di medico. Le piace la psicologia e l’ha inizialmente conosciuta tramite me. Da studentessa ci ha aiutati come "segretaria" ed io, sapendo quanto ne valesse la pena, la facevo assistere alle mie lezioni di psicologia.

Dott. Scognamiglio Giovanni: è il mio oncologo all’Ospedale Valduce di Como. Tranquillo, calmo, simpatico, mi ascolta, mi risponde, ha tanto un’aria casalinga per me che sono originaria della sua stessa regione. Pensavo di non poter parlare della mia decisione di sospendere tutti i farmaci e provare ad aiutarmi con l’alimentazione. Invece la mia decisione è venuta al momento giusto, quando anche il reparto aveva iniziato ad aprirsi all’idea. Così mi ha invitato a partecipare al primo corso sull’alimentazione per malati oncologici. Ed ha accettato la mia decisione di provare ad interrompere i farmaci, cosa che non avrei mai creduto possibile.

Dott.ssa Tempo Mara: il mio medico di base. La persona che sa tutti gli effetti collaterali dell’anticorpo che mi è stato somministrato in ospedale ogni mese per 4 anni. In ospedale non sanno di tutte le infezioni e di tutte le corse fatte con l’antibiotico per cercare di non farmi saltare l’infusione. Ho potuto sempre contare su di lei. In grado di capire le mie sofferenze ma anche di apprezzare e vedere la mia forza interiore.

Prof. Ruggeri Vezio: caro, vecchio professore di Psicofisiologia clinica all’Università "La Sapienza" di Roma. Ora è in pensione e non so più niente di lui. Era un medico ed uno psicologo, umano, molto umano, si circondava di tantissimi studenti ed aveva alcuni bei collaboratori maggiori. Ci diceva sempre: "Se volete continuare a fare gli assistenti in Università, non dovete seguire me. Io non sono politicizzato. Piuttosto seguite il prof. X o Y. Avrete accesso all’Università più facilmente!"
Ricordo anche che iniziai a frequentare gli esami perché volevo diventare cultore della materia. Un giorno lui disse ai suoi assistenti: "Quando interrogate gli allievi, ricordatevi che non possono avere la competenza che avete voi e che, se volete, potete trovare il modo di metterli in difficoltà e di bocciarli. Sta alla vostra sensibilità metterli in condizione di esprimere ciò che sanno e di non pretendere eccessivamente." Che bel ricordo ha lasciato nel mio cuore.







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