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06/06/2016, 15:35

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(II)-Medici-o-Tecnici?-Io-voglio--essere-un-Medico!-Seconda-puntata


 Con il passare dei giorni riesco a comprendere che c’è uno studente che devo seguire, che alle ore 6.45 ci si prepara per i prelievi, che è nostro compito farli.




Prima puntata

Terza puntata


Con il passare dei giorni riesco a comprendere che c’è uno studente che devo seguire, che alle ore 6.45 ci si prepara per i prelievi, che è nostro compito farli, che bisogna fare la fotocopia di un foglio in bacheca dove sono segnati tutti i pazienti ricoverati con l’indicazione delle loro patologie e che poi si prenderanno gli ordini su dove andare, si faranno le visite dei pazienti nuovi che vengono ricoverati quel giorno, si compileranno le relative cartelle cliniche con la nostra firma. Ogni tanto qualcuno ci spiegherà qualcosa. Dovremmo fare domande (ammesso che ci accorgiamo di avere intorno persone pronte a risponderci) e si seguirà il giro dei medici una o due volte al giorno, quando capiterà che ce ne accorgiamo e siamo nei paraggi.

Deve essere, però, che gli studenti non mi hanno in grande simpatia. Magari, esattamente come alcuni docenti durante gli esami, mi trattano in questo modo perché mi considerano una ritardata mentale, una statua dell’antichità che si è ritrovata ad emergere dalle acque per miracolo, una sorta di Bronzo di Riace. Oppure perché hanno soggezione della mia età e del fatto che sono più grande di loro, anche se sono una persona semplice ed informale, vesto in maniera giovanile e mi dicono, di solito, che non mostro la mia età. O semplicemente perché non faccio parte del loro gruppo classe. Nessuno, dico, nessuno di loro, in circa 12 volte che sono andata in reparto, ha mai provato ad insegnarmi come si fanno i prelievi. Ed anche quando siamo stati in tre studenti, lo studente "capo" si è sempre rivolto all’altro ed ha sistematicamente tralasciato la mia figura. Tanto che ho pensato che fossero tutti più avanti negli studi rispetto a me. Invece no! Spesso io ero al 5° anno mentre loro al 3° oppure al 4°.

Ma, bando alle ciance, riprendiamo il racconto:

Una mattina mi trovo a seguire uno studente. Non sono nelle sue corde perché prova disagio quando ci sono io. Immagino, da quello che mi ha chiesto di fare (mi manda a visitare un paziente da sola mentre dovrebbe farlo lui e farmi vedere come si usa fare in quel reparto: la visita non è come in un reparto di Medicina, quello a cui sono abituata io), che avverte la differenza tra me al 5° e lui al 3° anno.  Anche con lui, come sempre succede, capita che corre nei corridoi ed io gli sto dietro cercando di non perderlo. Cercano di sbarazzarsi di me mentre con i loro coetanei non è così, procedono allineati. A volte chiedo: "Ti dà fastidio se vengo anche io? Posso?"
Risposta verbale: "Ci mancherebbe."Risposta non verbale: "Se si potesse evitare ..."
Ad un tratto lo studente viene inviato a proseguire la visita con la paziente X. Si tratta solo di un completamento. Bisogna farle alcune domande. Il medico che ci invia dice allo studente: "Mi raccomando, sii veloce!".
Penso: "Veloce? Perché veloce? Noi abbiamo un bel po’ di tempo a disposizione!"
Comunque mi affretto dietro di lui, sempre arrancando come una vecchietta. Arriviamo al capezzale della signora, lo studente si pone immediatamente alla sua destra ed in men che non si dica sputa fuori domande ad una velocità supersonica! Non aspetta neanche che la risposta sia completa, accidenti!

Ed io guardo la povera signora. E’ a letto, non può alzarsi, ha perso molto sangue. Ha una neoformazione (leggi tumore, cosa che né lei né i familiari sanno ancora e per la quale si aspetta conferma) in duodeno che ogni tanto sanguina massivamente e che non è stato possibile operare o trattare diversamente finora. Bisogna stabilizzare le sue condizioni e poi intervenire. La signora è da poco arrivata dal reparto di rianimazione. E’ pallida perché ha perso molto sangue, è visibilmente stanca, è provata dalla sua esperienza in ospedale (la prima della sua vita), è anziana, risponde con incertezza e difficoltà ma lo studente va di fretta, esegue gli ordini. La vedo arrancare dietro di lui, rispondere lenta: " ... sì, mi è succ ..." " ... no, non ho m ..." " ... sì, però...". Non riesce a finire una sola frase. Lo studente segna sì, no, sì e chissà che cosa voleva dire la signora, se era importante oppure no quello che non ha avuto modo di dire.

Veloce, veloce, veloce, ma perché ... Dio santo ... perché abbiamo dovuto fare le cose in questo modo?

Immagino la risposta dei medici più esperti: "Se stai dietro ai pazienti, loro chiacchierano, chiacchierano, chiacchierano. Bisogna imparare a non perdere tempo altrimenti è finita per noi. Perciò, è meglio imparare da subito a fare le cose con efficacia ed efficienza."
Questo perché loro immaginano di fare le cose con efficacia (raggiungere l’obiettivo) ed efficienza (raggiungerlo nel minor tempo possibile). Beh, forse con efficienza (ed ho dei dubbi anche qui) ma di sicuro non con efficacia.

Ho conservato nella mia agenda un foglio compilato al termine di una visita chirurgica per me avvenuta un paio di anni fa, sul quale è scritto: allergia al Klacid! Non solo io non sono allergica al Klacid ma non ho mai neanche detto di esserlo. Ricordo, però, la velocità con la quale il chirurgo ha condotto la visita e ricordo che, a causa di quella velocità, c’erano stati vari momenti di incomprensione in cui lui continuava ad interpretare le mie parole ed io continuavo a dire NO! Risultato: esco e mi chiedo: "Ma che cosa ha scritto?!"  E non è l’unico caso: ho più di una raccolta anamnestica, da malata cronica quale sono, sbagliata! Ora, non saranno questi i casi in cui l’errore è determinante ma, se questo è lo stile, arriverà il momento in cui l’informazione sbagliata o assente comporterà una conseguenza che si poteva evitare.

Strano che, nella maniacale tendenza ad organizzare corsi su tutto, non sia ancora venuto in mente a nessuno (a nessuno che io conosca) di organizzarne uno per noi pazienti per imparare a rispondere ai medici durante le visite in modo da non farli perdere tempo!

Mi accorgo anche che, tra il personale, è facilissimo accendere delle relazioni simmetriche e le escalation che portano ai malumori sono frequenti.

Un medico, nello spazio comune ma non lontano dalla corsia (in modo che chi è ricoverato può sentire), chiede, con la ferma intenzione di iniziare una polemica, chi abbia dato il permesso alla famiglia di una paziente di rimanere lì in corridoio! Raccoglie la provocazione un’infermiera la quale dice che non è colpa sua e che lei fa di tutto perché la porta di accesso al reparto sia chiusa negli orari stabiliti e non si permetta ai familiari di entrare ma che non si riesce mai a risolvere questa situazione. Il medico risponde e, quindi, a colpi di ascia verbale, si scatena una guerra tra medici ed infermieri che non approderà a nessun risultato se non a quello di aumentare il grigiore ed il malumore dell’ambiente. Di sicuro, la porta non riuscirà a migliorare da sola la situazione. E gli esseri umani non sembrano, come dicevo la scorsa volta, essere in grado di darsi da fare per raggiungere veramente quell’obiettivo.

Si dà il caso che conosco la famiglia implicata nell’alterco. Non perché la conoscessi fuori dall’Ospedale, l’ho conosciuta lì. Vado spesso dalla malata a chiedere come sta. E’ una delle cose che mi piace di più fare da che sono in reparto. L’ avevo chiesto al responsabile: potevo parlare, non a titolo di medico, ma di essere umano, con le famiglie dei malati oppure dovevo cucirmi la bocca come avevo fatto nel reparto frequentato in precedenza? Il ruolo umano mi è stato permesso. Ed ero così in soggezione di fronte all’attesa di una sgridata che mi ero trovata in difficoltà quando la figlia mi avevano chiesto se poteva umettare con un fazzoletto bagnato le labbra della madre. Sapevo che la risposta era ovviamente positiva, visto che era disidratata per aver perso molti liquidi, ma, dopo averglielo detto, mi sono sentita in dovere di condividere con un infermiere sia la richiesta di qualche fazzoletto da imbibire sia il fatto accaduto che ovviamente ha trovato in lui approvazione.

Così vado a trovare la signora e parlo con la figlia. Le chiedo se si sia accorta di quanto è accaduto. Dice che sarebbe stato difficile non accorgersi dato i toni di voce elevata e che lei aveva pensato che ce l’avessero con un’altra famiglia perché, loro sì, si sono presentati in blocco mentre nel suo caso di solito c’era soltanto lei a rappresentanza della famiglia e qualche volta anche sua sorella. Poi continua: "Ho capito solo in un secondo momento che la polemica era cominciata a causa nostra e che facevano riferimento a noi. Però, vede, non siamo venuti e rimasti qui di nostra iniziativa. Abbiamo chiesto al dottor R se potevamo rimanere. Sa, mia madre è stata in rianimazione per tre giorni e ci dicevano che dovevamo essere pronti a tutto perché non sapevano se ce l’avrebbe fatta. Ora che è riuscita a superare quel momento critico, vorremmo starle vicino più che possiamo, visto che abbiamo rischiato di perderla e ci è costato molto il non poterla vedere."
Come darle torto, come non comprendere che c’è caso e caso e come affrontare la mancanza di comunicazione all’interno del reparto visto che il capo aveva dato l’Ok e gli altri non ne sapevano niente!

E non è l’unico caso di non comunicazione. Vengo brevemente ad una esperienza attualissima. Oggi ero impegnata in ospedale come paziente. Avevo i controlli per una malattia, nel seguente ordine: ecografia addome, ecocardiogramma, prelievo del sangue per controllo di alcuni valori ematici e lavaggio del port a cath. Ebbene, sono stati loro a segnarmi gli appuntamenti mesi fa. Per il primo esame ho aspettato quasi 2 ore. Erano in visibile ritardo. Non prendo cappello per il ritardo ma ho insistito più di una volta che avvertissero al piano di sopra che non potevo essere puntuale per effettuare l’ecocardiogramma. Ebbene, quando sono arrivata al piano superiore per il famoso ecocardiogramma, sono stata rimproverata per il ritardo! E quando ho detto che ero giù a fare l’ecografia, hanno chiesto come mai non mi fossi preoccupata di farli avvertire!
Che dire? Non ho parole!

Un ultimo episodio: fino a qualche mese fa la frequentazione dei reparti era per me assidua. Una volta ogni 3 settimane mi recavo in ospedale per la mia infusione di farmaco. Sveglia alle ore 6, alle 7 in ospedale per prendere il numero di prenotazione, alle 7.30 accettazione, alle 8 prelievo, più tardi visita medica e poi infusione in sala comune con altri pazienti.
Un giorno, ero stata fuori per un week-end di lavoro ed ero rientrata il lunedì sera. Ma il treno Freccia Rossa quella sera era in ritardo in modo che siamo arrivati a casa intorno alle 2 -3 di notte. Mi dissi: "Io non ce la faccio proprio ad alzarmi alle 6 per andare in ospedale. Ho paura a portare l’auto senza aver dormito adeguatamente. (La stanchezza caratterizza le mie malattie ed anche alcune cure come la chemioterapia). Finisce che dormo al volante. Pazienza. Telefonerò domattina per spostare l’appuntamento."
L’indomani, sapendo in quali orari sono pieni di lavoro ed in quali sono più tranquilli, pensavo di fare loro un favore telefonando verso le 9, momento tranquillo.

A loro onore, mi telefonano prima di quell’ora. Spiego all’addetta che ieri sera era previsto che rientrassimo presto invece, per un ritardo del treno, siamo tornati a casa molto, molto tardi. Mi sento rispondere: "La prossima volta che fa tardi, ci avvisi qualche giorno prima!"

Rispondo: "Ok! La prossima volta chiamerò all’1 di notte, non appena mi accorgo che il treno è in ritardo!"

Ancora oggi non so se abbia sentito e compreso la mia risposta.


Maria Cristina Foglia Manzillo




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