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06/06/2016, 15:39

papa Francesco, nuovo papa, relazione, fiducia, cura, insegnante, genitore, base di potere, legame affettivo.





 Il 13 marzo 2013 è stato eletto il nuovo pontefice. Un evento di indubbia rilevanza storico-religiosa.



Il 13 marzo 2013 è stato eletto il nuovo pontefice. Un evento di indubbia rilevanza storico-religiosa.

Quella sera mi sono ritrovata, con la mia famiglia ad attendere, come milioni di persone nel mondo, davanti allo schermo della tv, l’uscita sulla balconata di San Pietro del nuovo papa.

Sinceramente ho provato una certa delusione alla notizia della sua età (76 anni), data dai giornalisti all’annuncio del nome del prescelto. 
Mi auguravo che, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, sarebbe stato scelto un successore più giovane e, di conseguenza, più in forze.

All’apparire del neoeletto sulla balconata, però, il suo aspetto giovanile mi ha un po’ rincuorata ed il mio scettico sollievo si è trasformato in apprezzamento quando ha cominciato a parlare.

Ha usato parole e gesti semplici con i quali, ho subito pensato, ha perseguito e, a mio parere, conseguito, un unico obiettivo: occuparsi della relazione con gli "spettatori"; instaurare un legame con loro.

Ha salutato con semplicità, rinunciando alla solennità ("Buonasera.... buona notte e buon riposo"). 
Ha chiesto per il suo predecessore e per sé una preghiera, anche questa semplice, di quelle note anche ai bambini.

Con questo atteggiamento ha, al contempo, implicitamente dichiarato il ruolo che intende assumere: giù dalla "cattedra", dal "soglio".

Per deformazione professionale mi è venuto da pensare come papa Francesco abbia fatto esattamente ciò che dovrebbe fare, prima di ogni altra cosa, uno psicologo clinico davanti al suo paziente: entrare in relazione con lui, prendersi cura, fin da subito, della relazione.

Senza relazione non c’è possibilità di fiducia, senza fiducia non c’è autoapertura, senza apertura di sé non c’è possibilità di comprensione, senza di questa non c’è possibilità di cambiamento/cura.

Altro aspetto, non secondario, è l’impostazione dei ruoli. 
Assumere, cioè, una precisa posizione rispetto all’altro influenzando, così, anche quella che l’altro potrà, a sua volta, assumere. 

Nel caso della relazione psicologo-paziente dovrebbe essere impostato un rapporto tra adulto ed adulto: cioè tra due persone che, pur partendo da competenze diverse, decidono di cooperare insieme nel rispetto reciproco e nella reciproca onestà.

Non si tratta, pertanto di una relazione tra un genitore/capo/esperto in cattedra (lo psicologo) e bambino/subalterno/incompetente (il paziente).

E nemmeno è funzionale che lo psicologo vesta i panni che il paziente sente il bisogno di cucirgli addosso: ad esempio quelli del genitore cattivo, quale quello sperimentato nella vita reale; di autorità giudicante oppure, al contrario, di zimbello da far girare sulle proprie dita. 

E’, poi, possibile che lo psicologo, conoscendo meglio il paziente ed i suoi autentici ed insoddisfatti bisogni, decida di costituire per lui un’esperienza relazionale nuova ed indispensabile per poter costruire nuove modalità di rapporto con gli altri.

Basti pensare al caso di persone che, non avendo mai vissuto relazioni positive e supportive, vanno continuamente alla ricerca di relazioni maltrattanti, cioè rientranti in uno schema a loro famigliare.

In casi del genere, lo psicologo può dover svolgere la funzione del genitore affettivo, per dare, appunto, al paziente un esempio nuovo di relazione e aiutarlo a costruire una nuova immagine di sé, come persona degna di amore, di cure e di attenzioni. 

La cura della relazione dovrebbe, tuttavia, essere alla base di ogni ruolo che implichi contatti con l’utente che vadano al di là di una pura e asettica fruizione di un servizio. 

Prima fra tutti la "professione" dell’insegnante e del genitore.

In tali "professioni" la buona relazione diventa un potente strumento di trasmissione di contenuti.

Come può, infatti, l’apprendimento di una materia non essere influenzata dalla modalità dell’insegnamento e dal rapporto con l’insegnante?

Credo che ciascuno di noi conservi ricordi, positivi e negativi, della propria carriera di studente, che dimostrano questa influenza.

Lo stesso vale per il rapporto genitori-figli.

Come già ricordato in un altro scritto qui pubblicato (La relazione come strumento educativo), Gottman (1997) parla di "base di potere", ovverosia "l’elemento nella relazione tra genitori e figli che rende possibile ai genitori porre limiti alla condotta sbagliata dei figli... .
Una buona base di potere è il legame emotivo tra genitore e figlio. Quando avete un legame emotivo con vostro figlio, i limiti scaturiscono dalle vostre reazioni sincere ai suoi comportamenti sbagliati". 

Questo per effetto della sensibilità di un figlio verso "la collera... la delusione... la preoccupazione" di un genitore con cui ha un buon legame." (Gottman pp.140-141).
Ritornando al fatto che ha ispirato queste riflessioni, il nuovo papa ha impostato una ottima "base di potere", come mi faceva notare un amico citando le parole di un suo conoscente che era stato, fino a prima dell’ultima elezione pontificia, un orgoglioso anticlericale:

"Mannaggia a voi cattolici. E ’mo come faccio a fa’ l’anticlericale con ’sto papa!"

Paola Brera


BIBLIOGRAFIA
Gottman, J., De Claire, J. (1997), Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori. BUR



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