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06/06/2016, 15:40

intelligenza emotiva, educatrice, asilo nido, giochi, bimbi.



Pinuccio-e-la-sua-spada-al-nido!!


 Intelligenza emotiva, educatrice, asilo nido, giochi, bimbi.





Puoi visionare gratuitamente anche la lettura dell’articolo da parte dell’autrice


Quando lavoravo all’asilo nido come educatrice, un giorno feci un’esperienza che mi è rimasta impressa e che si sposa bene con l’uso del modello dell’Intelligenza Emotiva con i bimbi.

Quel giorno, stranamente, ero da sola ad aprire il nido alle ore 7.00. Sapevo perfettamente cosa sarebbe successo alle 7.15 per avervi partecipato più volte ed infatti, all’ora debita, accadde ciò che avveniva ogni mattina.

Vidi arrivare Pinuccio con il suo papà. Pinuccio era un bambino molto intelligente ma capriccioso e si adombrava e "metteva il muso" con grande facilità. Era suscettibile al "No" che suo padre, come ogni mattina accadeva, non riusciva a dirgli con convinzione, cercando di sopravvivere maldestramente alle richieste del bambino che non erano consone alle regole del nido.

Pinuccio, infatti, arrivava puntuale con un suo giocattolo che poi, invece di lasciare nel suo armadietto insieme al giubbino, pretendeva di portare con sé nel gruppo di bimbi.

Questo comportamento non è accettato in un asilo nido. Nel gruppo, i bambini giocano esclusivamente con giochi che trovano nel nido e con cui tutti i bimbi, alternandosi, possono giocare.

Ci eravamo fatte l’idea che il papà avrebbe volentieri acconsentito alle richieste di Pinuccio ma che purtroppo doveva non accoglierle e sottomettersi a dirgli di no soltanto perché noi educatrici non glielo avremmo permesso. Quindi, di fronte a noi che eravamo presenti all’accoglienza del primo mattino, in un grande spazio delimitato dagli armadietti dei bimbi e dove venivano accolti tutti i bimbi prima di essere separati nelle loro rispettive sezioni, il padre non poteva che opporsi alle richieste del figlio.

Pinuccio batteva i piedi per terra, si scuriva in volto, tratteneva con forza il giocattolo del momento.

Il padre non riusciva a fargli intendere ragioni e guardava noi per cercare un aiuto. Provava debolmente a prendergli il giocattolo dalle mani ma Pinuccio lo tratteneva con veemenza maggiore e si agitava tutto per ottenere il suo oggetto personale.

Ci rendevamo conto che il padre era in difficoltà ma lasciavamo che fosse lui a gestire quel momento. Si considerava, infatti, che il bambino passava sotto la nostra responsabilità nel momento in cui, terminata la sosta all’armadietto, il padre si avvicinava a noi e lasciava il bambino insieme a tutti gli altri nello spazio comune, dove c’erano altri bimbi intenti a giocare. Gli armadietti erano organizzati in modo che da un lato, interno, delimitavano lo spazio di accoglienza e dall’altro, esterno, si aprivano ad accogliere cappotti, scarpe e cambi dei bambini.

La dinamica tra padre e figlio durò a lungo, il padre impiegò molto per toglierli di mano il gioco che, quel giorno, era una spada e per metterla nell’armadietto.

Pinuccio, imbronciato e nero in volto, aveva le braccia chiuse l’una sull’altra a difesa del piccolo petto ed abbassava, accigliato, il capo.

Il padre andò via, da un lato sollevato di non dover più gestire la situazione e di passarla a noi, dall’altro intristito ed imbarazzato per averlo dovuto lasciare con quello stato d’animo.

Quel giorno io ero sola ad aprire il nido e ad accogliere i bimbi. Quindi potevo gestire da sola quella situazione.

Pinuccio andò a sedersi sul divano che era lì perché ci si sedessero, all’occorrenza, le educatrici ma si mise all’estremo opposto rispetto a dove ero io.

Diedi uno sguardo ai bimbi che erano ancora pochi e che giocavano tranquilli. Mi assicurai che fossero tutti in vista ed aspettai qualche minuto. Non arrivavano altri genitori e, fortunatamente, non ne arrivarono in quel momento.

Facendo attenzione a non diminuire la distanza che il bambino aveva scelto per fargli capire che rispettavo la posizione presa, iniziai a parlargli rivolgendomi a lui con tono lento e scandendo bene le parole: "Sai, Pinuccio, capisco che ti è dispiaciuto molto non poter giocare con la spada nel gruppo con gli altri."
Pausa. Il bimbo non si muoveva.

"Mi rendo conto che c’è anche qualcosa di più di un dispiacere. Ti senti arrabbiato in questo momento."

Pausa. Pinuccio ancora non si muoveva.

"Anche io da bambina ho provato la rabbia per non essere stata accontentata dal papà quando ho chiesto qualcosa."

Pausa. Pinuccio non dava segni di vita.

"Perciò, siccome capisco, penso che è giusto che tu rimanga arrabbiato e lontano dagli altri bimbi e dai loro giochi (qui stendo la mano verso di loro indicandoglieli) per tutto il tempo di cui hai bisogno. Quando lo riterrai opportuno, tu stesso ti alzerai e deciderai di andare a giocare. Fino a quel momento, rimani pure qui seduto. Ok?"

Pinuccio non mi rispose ed io non lo sollecitai oltre. Tornai a guardare i bambini con grande attenzione.

Gli ci volle meno di un minuto per cambiare espressione e correre verso il gruppo pronto a giocare. Il suo volto era disteso e sorridente. Magari pronto per accigliarsi ancora ma ... per un altro evento!



(Maria Cristina Foglia Manzillo)




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