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06/06/2016, 15:43

psicoterapia, psicoterapeuta, paziente, iniziare una psicoterapia, motivazione estrinseca, motivazione intrinseca, pazienti bambini, pazienti adolescenti, mettersi in gioco, apprendimento, nuove abilit, diverso modo di vedere, isolamento mentale



La-decisione-di-intraprendere-una-psicoterapia


 E’ sempre necessario ricorrere ad una psicoterapia? Che senso ha fare una psicoterapia?Chi è lo psicoterapeuta, che differenza c’è tra psicoterapeuta, psicologo, psichiatra e neurologo.La scelta dello psicoterapeuta




Per tutti quelli che decidono di intraprendere una psicoterapia, le motivazioni sono differenti. Prese dalle mie esperienze ce ne sono tante. 

Ne riporto di seguito una. Si tratta dello scritto di una mia paziente (B., anni 24) e risale ad un po’ di anni fa. Vedevo la paziente al CPS (in uno dei tanti CPS di Milano) mentre effettuavo il mio tirocinio durante la scuola di specializzazione. 

"Qualche mese fa ero completamente diversa... O forse sarebbe meglio dire che oggi sono completamente diversa da qualche mese fa!!

Tutto è cominciato da un grande desiderio, una grande voglia di parlare con qualcuno che non sapeva niente di me, che avrebbe cominciato ad ascoltarmi e, solo dopo averlo fatto, avrebbe cominciato a capire me, la mia vita, il mio mondo circostante. Qualcuno che sarebbe partito da me, dalla mia persona e non da fonti esterne che mi conoscono o sanno qualcosa di me. 

Volevo andare da uno psicologo, ero decisa. Ho sempre saputo e lo penso tuttora che tutti gli uomini dovrebbero conoscerne uno anche senza avere alcun tipo di problema, di patologia, solo per farsi guidare un po’ nel cammino tortuoso della vita, per accendere ogni tanto quella lanterna nel buio che ti suggerisce di continuare e come farlo.

Volevo e desideravo questo ed oggi sono molto felice di avere tutto questo davanti a me ogni martedì, di avere qualcuno di speciale che mi sta veramente aiutando, che lo fa solo ed esclusivamente per il mio bene, lo fa per B. L’unico ostacolo erano i soldi, mi chiedevo come fare visto che un terzo dello stipendio mi sarebbe partito ad ogni seduta e così mi scoraggiavo, vedevo l’aiuto di cui avevo bisogno sempre più lontano. Poi a volte succedeva che cambiavo idea, che forse i miei erano solo problemi, ansie e timori stupidi che forse non ne avevo bisogno, che dovevo solo aspettare un po’, in fin dei conti tutti vanno un po’ in crisi però qualcosa in fondo al mio cuore sapeva che non era solo il presente a farmi male, c’era dell’altro.

Un giorno la mia tata mi disse dell’esistenza di un Centro Psico-Sociale di zona, dove tanti anni fa si era rivolta per sua figlia e così... presi coraggio e mi presentai per delle informazioni, che ben presto si trasformarono in una prima visita con il dott. L di cui ho un ricordo negativo. Ma ero talmente convinta che non mi persi d’animo, non mi feci intimorire dalla saccenza e dalla superbia di quell’uomo che sembrava mi facesse un favore perché la mia storia non era certo delle più tragiche e così mi feci prendere un appuntamento con la dottoressa Cristina, psicologa. In ogni caso, fu "scacco matto" e fui ancora più contenta perché la conobbi subito dopo di lui senza dover raccontare la mia storia ad altri psicologi. Tuttora le faccio visita una volta alla settimana e le devo dire grazie perché adesso mi sento così più forte, più tranquilla e serena di prima. Ho conosciuto tante cose di me stessa e di coloro che mi vivono accanto che non avrei mai immaginato. 

Naturalmente penso di non aver raggiunto ancora la mia meta, mi accorgo nelle grandi e piccole situazioni della vita quotidiana che devo e voglio imparare a gestire al massimo me stessa, anzi desidero lavorare su me stessa per essere sempre io poi il punto di partenza di tutto e non gli altri come fino ad ora. A volte sono ancora un po’ confusa perché penso quanto certe cose sono cambiate, come io le affronto, come le penso. Mi chiedo se non fossi mai stata da Cristina, come sarei adesso? Cosa ne farei di tutte le situazioni, gli stati d’animo?

Ricordo gli inizi...la cosa buffa è che mi preparavo cosa dire, in un’ora è difficile dire tutto ciò che conta per me, fare un discorso lineare per far capire tutto alla persona che hai di fronte. E’ stato un crescendo unico in tutto, un cammino vero e proprio. Cristina ha avuto ed ha grande pazienza, mi tratta proprio come desideravo, mi fa capire le cose senza influenzarmi, lei parla, mi spiega, poi io rifletto, penso e lavoro tanto su me stessa. Ho avuto e constatato dentro di me tanti risultati. Sono arrivata con un problema presente, una serie di problemi concatenati che mi hanno portato all’incontro con Cristina e mai avrei pensato che tutto era nascosto dentro gli anni dalla mia infanzia in su, nei miei genitori ed in ciò che mi circonda. Se non arrivi mai a comprendere certe cose non puoi nemmeno provare a cambiare. Ed io voglio cambiare, io vorrei essere sempre come mi sento adesso, come mi sento in certi attimi della giornata. Mi sento sicura perché ci sono persone che mi fanno sentire tale e non voglio più avere paura degli altri, non voglio più subirli. Lo so non è facile ma grazie a Cristina so che farò un buon lavoro, grazie anche al modo in cui mi fa lavorare a casa durante la settimana. Serve a me per non isolare la seduta durante la settimana e poi serve a lei per darmi una mano."

Ovviamente questo, che corrisponde ad un compito di verifica del percorso fatto dopo i primi mesi di terapia, non è che un esempio tra tanti. 

La decisione di intraprendere una psicoterapia


In altri casi è la più profonda disperazione che fa intraprendere un cammino a due, la convinzione che non vale la pena vivere nel modo in cui si sta trascinando la propria vita e cercare un aiuto rappresenta l’ultimo barlume di speranza, l’ultima chance da dare a se stessi. In altri casi è la voglia di entrare in una relazione particolare dove potersi sentire accettati senza indici puntati contro, senza dover sopportare giudizi e subire continui processi per il proprio modo di essere. Oppure è la semplice voglia di conoscere, di mettersi in gioco e/o di ritagliare per la prima volta nella vita uno spazio interamente dedicato a se stessi. 

In ogni caso, anche se le motivazioni sono differenti, la decisione deve sempre essere maturata di persona. Ogni influenza esterna, soprattutto se eccessiva e continua, porta ad opporre resistenza, al punto tale da non riuscire a creare alcun contatto umano.  

Ricordo una seduta con una ragazza che era stata spinta a richiedere un colloquio dai propri genitori e dal fidanzato, che l’aveva accompagnata. Non aveva alcuna voglia di collaborare e di parlare di sé. Si aspettava di essere forzata a parlare perciò si era messa subito in guardia, così è stato chiarito fin dal primo momento che era libera di scegliere di non parlare e che non era obbligata a dire qualcosa di sé. I genitori erano francamente delusi dal mio comportamento, avrebbero preferito che supportassi la loro idea, costringessi la ragazza in un modo o nell’altro ad aprirsi. Ma credo che nessun terapeuta desidererebbe che qualcuno lo costringesse ad aprirsi e si chiuderebbe anch’egli di fronte ad un tale obbligo. 

La motivazione estrinseca, cioè l’essere stati influenzati da una fonte esterna a fare qualcosa che non si vuole fare, il più delle volte non paga. Certo, in rari casi può essere un modo per contattare una realtà che non ci aspettavamo essere fertile e positiva, ma, in linea di massima, la costrizione non è che un ostacolo.

Gli adulti, a volte, vengono per fare contenti il partner oppure per dimostrare che la psicoterapia non funziona. Beh, direi che è facile dimostrare a qualcun altro che imparare l’inglese non funziona, basta non impararlo!

C’è però il rovescio della medaglia che riguarda i bambini e gli adolescenti. Qui spetta ai genitori comprendere la situazione (bambini) oppure ascoltare la richiesta del figlio (adolescenti). E’ capitato più di una volta che gli adolescenti sono riusciti a venire soltanto dopo 1-2 anni che lo stavano chiedendo ai genitori. Ricordo una madre, anni fa, che, dispiaciuta per non aver accontentato prima il figlio, disse "Non per offenderla, ma, sa, il problema è che uno non sa bene in base a che cosa valutare uno psicologo. Voglio dire, in genere se si fa una visita medica, più o meno abbiamo imparato come valutare se un medico è in gamba ed affidabile oppure no. Non credo invece che sia altrettanto chiaro valutare se uno psicologo sia affidabile." 

Nel caso dei bambini e degli adolescenti comunque, spesso la maggiore difficoltà è quella dei genitori che hanno paura di vedersi messi in discussione e pensano con terrore che qualcuno possa dare loro la colpa mentre hanno cercato di fare del loro meglio. Ricordiamo anni addietro di avere incontrato la segretaria di uno dei tanti albi per architetti che sono sparsi in Italia. Mi chiese se ero anch’io un architetto, le risposi di no, che ero una psicologa. Il suo commento fu "Davvero? Sa, io porto mio figlio da una psicologa e qualche volta faccio anch’io delle sedute ma Dio mi è testimone che, ogni volta che devo andare, mi scoppia un terribile mal di testa, così ho sempre le pillole in borsa.


In sintesi


E’ importante sottolineare come la decisione di iniziare un cammino debba essere maturata personalmente e debba essere scevra da insistenti influenze esterne. Ovviamente il consiglio di un amico o di un genitore può andar bene, ma tra consigliare un cammino ed insistere per imporlo corre una notevole differenza.
Abbiamo detto che uno degli ingredienti indispensabili per iniziare una psicoterapia è la motivazione intrinseca (ossia non indotta da esterni). La motivazione è direttamente proporzionale, ossia cresce al crescere dell’interesse verso se stessi, il proprio benessere, la propria vita e la propria maturità mentale. Inoltre, è direttamente proporzionale al credere che sia possibile percorrere un cammino per il proprio cambiamento. 
Da ciò la mia domanda ai pazienti: "Quanto ci tieni a te stesso? Quanto pensi sia importante la tua vita?" 
Un’ultima specificazione: anche se le motivazioni alla psicoterapia possono essere tante, nascondono spesso il non voler più sopportare una situazione, il capire che, così come stanno, le cose stanno male e non ci piacciono più.

E’ sempre necessario ricorrere ad una psicoterapia?



No, non è sempre necessario. Se ci sono persone che desiderano approfondire la conoscenza di se e degli altri intraprendendo un’analisi, se sono curiosi di esplorare la dimensione terapeutica, oppure se si tratta di studenti di psicologia-psicoterapia, è inevitabile seguire quella strada, ma per la risoluzione di un problema, anche alcuni eventi di vita (incontri con altre persone significative; decisioni di intraprendere un percorso di maturazione personale differente, per esempio religioso; accadimenti particolari, per esempio la guarigione da un tumore, ecc...), che prescindono o meno dalla nostra volontà, possono indirizzarci verso una risoluzione efficace dello stesso e verso la maturazione di un nuovo modo di guardare il mondo, gli altri e gli eventi. 

In fin dei conti la risoluzione di un problema non consiste in altro che in un modo differente di vedere le cose, in un modo nuovo di sperimentarsi nella vita e nei rapporti con gli altri, nell’apprendimento di nuove abilità, anche se arriviamo a percepire tale differenza soltanto dopo che abbiamo maturato una nuova prospettiva e possiamo dunque confrontarla con la precedente. Tutte le produzioni televisive e tutte le situazioni di vita in cui si tratteggiano storie di persone che hanno superato momenti difficili della loro vita giungono alle parole "Ora riesco a vedere le cose in maniera diversa." Oppure "Quello che prima era un ostacolo, ora riconosco essere stata una fonte di evoluzione per me." E, continuando, rimarremmo sempre sullo stesso tono... 

Quindi ben venga tutto ciò che permette ad un individuo di non isolarsi mentalmente nel suo mondo ma di capire che una stessa situazione potrebbe essere affrontata diversamente da altri esseri umani e scoprire come fanno gli altri a superarla.


Che senso ha fare una psicoterapia?


La psicoterapia corrisponde ad un percorso personale, di coppia, familiare o di gruppo iniziato per scelta personale del soggetto, come precedentemente accennato.

La prima seduta è dedicata alla conoscenza reciproca fra il terapeuta ed il paziente, durante il quale si pongono le basi per la relazione e per l’intervento futuro. E’ un momento importantissimo, uno dei più decisivi dell’intero percorso. 
Le sedute immediatamente seguenti alla prima sono rivolte all’approfondimento della storia di vita per la comprensione delle dinamiche che hanno determinato la situazione attuale e dell’ambiente familiare oltre che delle condizioni socio-economico-religioso-culturali, alla definizione del problema portato, al chiarimento ed alla ricerca degli obiettivi che il paziente vuole raggiungere, alla conoscenza delle aspettative del paziente nei confronti della psicoterapia, ecc... 

Ogni professionista, in base all’indirizzo di studi seguito ed alla sua personalità, può gestire in maniera differente le prime sedute e l’intero percorso terapeutico.

La psicoterapia si basa sulla capacità posseduta dagli esseri viventi (non solo dall’uomo) di analizzare, di capire, di apprendere, di imparare, di mostrare un nuovo comportamento. Il cervello umano rappresenta un’altissima opera di ingegneria, un delicato ed intricato complesso di neuroni, di sinapsi (collegamenti tra i neuroni) e di circuiti neuronali. Le esperienze esterne all’uomo sono in grado di modificare questa architettura, cioè sono in grado di farci capire e di farci imparare ad usare meglio gli strumenti di cui siamo dotati oppure di procurarceli. 

Si impara ad usare le emozioni, si impara ad usare i pensieri, si impara a studiare, si impara a leggere, a scrivere e a far di conto, si impara a parlare in pubblico, si impara a guidare, a portare l’auto, si impara ad essere genitori, ad insegnare... Contrariamente a quello che normalmente si pensa, non si impara soltanto a leggere, a scrivere e a far di conto, anzi l’intero processo educativo dovrebbe basarsi sull’IMPARARE AD USARE IL PROPRIO CERVELLO. Il fatto di nascere con un Sistema Nervoso non significa automaticamente saperlo far funzionare, soprattutto per quanto concerne le cosiddette "funzioni cognitive superiori", ossia la percezione, le emozioni, il linguaggio, il pensiero, le motivazioni, l’apprendimento... Infatti, i bambini cosiddetti selvaggi, quei bambini cioè che, per accadimenti di vita, sono purtroppo stati allevati in assenza di esseri umani ed in compagnia di animali o sono tenuti in una stanza per anni, anche se del tutto normali alla nascita, più vengono scoperti e liberati in ritardo e più perderanno alcune di queste funzioni cognitive superiori come il linguaggio. Il linguaggio, come attività complessa ed altamente simbolica, verrà spesso danneggiato in maniera definitiva.

Il cambiamento è un processo molto delicato. L’autoconsapevolezza, prima tappa obbligata (un alunno qualsiasi deve aver compreso perché sbagliava per evitare di ripetere l’errore) non è essa stessa necessariamente ed automaticamente "cambiamento". Aver capito dove sbagliamo non vuol dire aver presente le alternative ed averle presente non vuol dire sceglierne una. 
Piuttosto il pz che giunge in terapia spesso si sente incastrato, intrappolato in un percorso di vita e subisce quel percorso. Di solito non pensa ne esistano altri. Bisogna che impari a vederli e, solo successivamente, a scegliere. A quel punto si può anche scegliere il percorso vecchio, quello di sempre, ma non sarà più un percorso subito, sarà piuttosto una scelta personale.
 
Nella psicoterapia il terapeuta non dà consigli e non fornisce la propria strada o i propri valori imponendoli al pz. E’ ovvio che può fungere da modello per gli altri, ma non desidera fare degli altri un clone di se stesso. 

Un’ultima precisazione: l’isolamento non porta al cambiamento, si cambia nel rapporto con gli altri, si cambia nella relazione, nello scambio di idee, nel fare esperienze. E’ sempre il confronto con l’esterno che induce un cambiamento. 
Non è solo la psicoterapia, come dicevamo sopra, che permette il cambiamento ma la relazione terapeutica è uno spazio protetto all’interno del quale "posso esplorare il mondo sentendomi più al sicuro". La fiducia è un ingrediente fondamentale.

Chi è lo psicoterapeuta, che differenza c’è tra psicoterapeuta, psicologo, psichiatra e neurologo




Non vi è dubbio che regna una notevole confusione in questo ambito. Approfittiamo quindi volentieri dell’occasione per fare un po’ di luce al riguardo.

Lo psicologo

Lo psicologo è un laureato in psicologia, che ha superato l’Esame di Stato e si è iscritto all’Albo professionale. 
Per sapere se un professionista è iscritto all’Albo professionale, ci si può rivolgere all’Ordine Professionale degli Psicologi della Regione di residenza. L’Ordine risiede nel capoluogo di provincia della Regione. All’Ordine risulta anche l’ulteriore qualifica di psicoterapeuta eventualmente conseguita dallo psicologo. 

Lo psichiatra e il neurologo

Lo psichiatra ed il neurologo sono laureati in medicina e poi specializzati, l’uno in psichiatria e l’altro in neurologia. I percorsi formativi sono profondamente differenti. La laurea in psicologia oppure in medicina forma un diverso modo di pensare al disagio e di avvicinarsi ad esso. E’ più spostato sull’aspetto organicista, biologico e genetico del disagio, il laureato in medicina (con le dovute eccezioni), ed è più spostato sulle variabili ambientali, sulla storia personale, sull’apprendimento e sulla capacità di cambiamento in seguito all’impegno personale, il laureato in psicologia (anche in questo caso, con le dovute eccezioni). Come al solito, sarebbe meglio fondere i due punti di vista e vederli come due aspetti complementari, come due facce della stessa medaglia. Il che significa che sarebbe auspicabile una buona collaborazione tra queste figure. Il fatto che sarebbe auspicabile in teoria non significa che lo è nella pratica. Di fatto la collaborazione di queste due figure è molto difficile. 

C’è differenza anche tra neurologo e psichiatra in quanto il neurologo "dovrebbe" occuparsi di problemi fisici al Sistema Nervoso Centrale piuttosto che di problemi psichici, di pertinenza psichiatrica o psicologica. 
Ricordo di avere accompagnato, tempo fa, una cara amica da un neurologo. Arrivati nello studio del neurologo, mi accorsi che la maggior parte dei casi presenti in sala d’attesa, non erano di competenza neurologica bensì di competenza psichiatrica o psicologica. Vi erano varie persone sofferenti di ansia, di depressione o di altro che mi sarei aspettata di vedere in quel posto ma non in quella proporzione!

Lo psicoterapeuta

Tutti e tre possono ulteriormente specializzarsi per diventare psicoterapeuti dopo aver frequentato una scuola di specializzazione post-universitaria di 4 anni in psicoterapia. 
Ci sono vari indirizzi nelle scuole di psicoterapia esistenti (psicoanalisi, cognitivo-comportamentale, sistemico-relazionale, umanistico, ecc...). La psicoanalisi è solo una delle possibili specializzazioni psicoterapiche. Inoltre, la psicoanalisi non è la psicologia. La psicologia è scienza ben più vasta che comprende tra i suoi settori di studio anche la psicoanalisi. 

Va approfondita anche la differenza tra l’operato dello psicologo e quello dello psicoterapeuta. 
Lo psicologo non dovrebbe fare un percorso di psicoterapia con un paziente. Il compito dello psicologo è quello di giungere ad una diagnosi specifica per quel caso e verificare di quante risorse, personali e socio-ambientali, è fornito il paziente. Se sono rappresentative, lo psicologo può dunque fare consulenza e colloqui di sostegno, se sono scarse bisogna che il lavoro sul paziente e sulla famiglia sia più impegnativo ed il paziente stesso va inviato allo psicoterapeuta. 

L’intervento psicoterapico è differente da quello medico in quanto presuppone l’impegno del paziente ed il suo doversi impadronire di un ruolo attivo, il suo rendersi responsabile della guida della sua vita. Il paziente che si rivolge ad un medico è invece più interessato ad una visione passiva dei suoi problemi, del tipo "Non posso farci niente, fai tu qualcosa per me." 
In molti casi, comunque, la stretta collaborazione tra le differenti figure professionali senza che l’una cerchi di scalzare l’altra e di metterla in secondo piano agli occhi del paziente sarebbe la cosa migliore nell’interesse di quest’ultimo, fermo restante la libertà di scelta del paziente stesso di considerare la sua vita come meglio gli aggrada. 

La scelta di un trattamento prettamente psichiatrico correla con una visione della propria malattia come di qualcosa che accade dentro di noi ma che non riguarda noi: non capiamo da dove viene, non pensiamo che si possa affrontare, non vogliamo essere considerati responsabili di essa.
La scelta di un trattamento prettamente psicoterapico correla con una visione della propria malattia in cui si va alla ricerca delle determinanti personali ed ambientali che hanno determinato il problema, si pensa che sia possibile affrontarlo e che si abbia la possibilità di imparare.
In un caso si propende per una visione biologico-organico-genetica, nell’altro per una visione ambientale. In un caso non vogliamo essere considerati colpevoli, nell’altro desideriamo capire le nostre responsabilità e modificarle. In un caso propendiamo per un atteggiamento passivo e nell’altro per uno attivo.
Con le dovute eccezioni, quanto scritto è un buon punto di partenza per delineare le differenze tra i pazienti.


La scelta dello psicoterapeuta


E’ indubbiamente una scelta delicata e sfortunatamente non sempre riesce bene. Nessuno psicoterapeuta si trova bene e si incastra con tutti gli esseri umani esistenti per quanto bravo possa essere e per quante competenze possegga; allo stesso modo, nessun paziente si troverebbe bene con tutti gli psicoterapeuti esistenti. La delicatezza della scelta dipende dal fatto che, per quanto si conosca una persona, bisogna poi entrare nel vivo e concederle almeno una parte di fiducia prima di poter dire se ci si trova bene. Purtroppo questo potrebbe determinare una serie di frustranti passaggi da un terapeuta all’altro che potrebbero stancare anche la persona più determinata oppure la sottomissione a rapporti dove nessuno dei due si trova bene con l’altro. 

E’ ovvio che la parte debole da tutelare è quella del paziente, ma ai fini di un rapporto proficuo e contrariamente a quanto si pensa, per riuscire a lavorare bene insieme, bisogna che si fidino l’uno dell’altro.  

E’ considerato diritto di uno psicoterapeuta rinunciare ad un lavoro che non sente di volere/potere seguire. 

In linea di massima, sarebbe opportuno potersi informare prima piuttosto che scegliere casualmente. Certo, neanche in questo caso è garantito che la scelta si riveli felice. 

Di solito, si va da un professionista per il passaparola, ma oggi quasi tutti i terapeuti hanno un sito internet. Il mio consiglio è di guardare il sito e provare a leggere qualcosa scritto dal terapeuta per capire se può fare al caso nostro.


Maria Cristina Foglia Manzillo




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