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20/05/2016, 18:18

morte, paura della morte, pianto, racconto, dolore



(II)I-bambini-e-il-tema-della-morte"---2a-parte-


 Nel corso di questi anni abbiamo avuto occasione di parlare, in casa, della morte (in modo particolare negli ultimi mesi, in occasione di un drammatico lutto che ha colpito una famiglia a noi molto vicina), ma mio figlio non ha più esplicitato timori



I bambini e il tema della morte - 1a parte


Nel corso di questi anni abbiamo avuto occasione di parlare, in casa, della morte (in modo particolare negli ultimi mesi, in occasione di un drammatico lutto che ha colpito una famiglia a noi molto vicina), ma mio figlio non ha più esplicitato timori in proposito. 

Fino a qualche giorno fa. 

Domenica mattina ci troviamo io e lui, casualmente da soli, a fare colazione. 

Di punto in bianco lui smette di mangiare le crepes al cioccolato (colazione preferita) e scoppia a piangere alludendo ad una cosa che non mi può raccontare. 

Inizialmente penso a qualche marachella tenuta nascosta e, abbracciandolo, gli ricordo che, come altre volte gli ho dimostrato, non c’è niente che io non possa perdonare. 

Lui ribadisce di non poter raccontare. 

Gli domando se abbia paura che io possa arrabbiarmi. 

Lui conferma. 

Gli prometto che, qualunque cosa mi racconterà, non mi arrabbierò (anche della mia 
capacità di mantenere le promesse credo di avergli dato prova). 

Niente da fare: piange, mi abbraccia e dice di non potermi raccontare questa cosa. 

Inizio a preoccuparmi: ultimamente le maestre mi hanno riferito manifestazioni a scuola, da parte sua, di estrema sensibilità, per cui scoppia a piangere al minimo errore. 

Avevo prestato attenzione alla cosa ma, dalle valutazioni fatte, avevo concluso che tali reazioni fossero legate ad una certa ansia da prestazione che mi stavo occupando di gestire. 

A questo punto, però, il comportamento di mio figlio, mai manifestato prima in vita sua, mi fa rimettere in discussione le mie conclusioni circa le sue ansie scolastiche. 

Cerco, quindi, di domandargli se si tratta di qualcosa che gli capita a scuola, con i compagni, amici o adulti. 

Lui piange, mi abbraccia e risponde di non sapere. 

La mia preoccupazione cresce. 

Cerco allora di fargli immaginare che questa cosa sia capitata ad un altro bambino e lo invito a raccontarmi che cosa faccia tale immaginario bambino ma lui obietta che non si tratta di un altro ma di lui. 

Gli domando se io non possa aver mai vissuto quello che è capitato a lui. 

Risponde di no.
 
Gli ricordo che lui non era ancora nato quando io ero bambina e che, pertanto, non può sapere tutto quello che mi è accaduto. 

Lo invito a darmi solo qualche indizio così che, se anche a me fosse capitata la stessa cosa, potrei proseguire io il racconto. 

Niente. 

Gli faccio una proposta: cercherò di indovinare e lui mi dovrà solo rispondere con un sì o un no. 

Piangendo, accetta. 

Gli chiedo se sia una cosa che gli capita quando è solo o con altri. 

Lui risponde: "a volte da solo, a volte con altri". 

Gli chiedo se sia qualcosa che fa con le mani. 

Risponde negativamente. 

Gli domando se lo faccia con la testa. 

Risponde di sì. 

Gli chiedo se si tratti di un pensiero. 

Lui conferma. 

"Un pensiero che fa paura?" 

"Sì" 

Mi torna, allora, alla mente l’episodio raccontato nella prima parte dell’articolo ( I bambini e il tema della morte 1a parte) e gli domando se questo pensiero abbia a che fare con la morte. 

Lui, scoppiando in un pianto e in un abbraccio ancora più forti, conferma. 

Aggiunge di avere paura di morire. 

Preciso che, al contrario delle sue convinzioni, anche io ho fatto, da piccola e da adulta, quel pensiero e ho provato la sua stessa paura. 

Aggiungo di essere sicura che sia capitato, almeno una volta, a tutte le persone del mondo. 

Gli racconto, poi, l’esperienza di contatto più diretto con la morte che ho avuto. 

E’ stata un’esperienza, per così dire, "felice". 

Io ho avuto una nonna, morta, novantaseienne, 4 anni fa. 

Mi ha cresciuto e ho avuto con lei un rapporto di profonda condivisione e complicità. 

Negli ultimi anni della sua vita, che ha trascorso lucida fino a poche settimane dalla fine, mi ha più volte riferito quello che pensava della propria morte, verosimilmente molto vicina. 

"Io ho fatto la mia vita. Ho avuto tante cose belle (da notare che aveva vissuto due guerre mondiali; partorito nel 1943 in anticipo a causa di una caduta capitata durante una fuga da un bombardamento; aveva sposato un uomo che la lasciava così spesso sola che i vicini pensavano fosse nubile; che, per guadagnare qualcosa, cuciva tende di nascosto da questo marito che non le passava neanche una lira ma le proibiva di lavorare nel timore che non si prendesse adeguatamente cura della casa; che aveva perso un nipote morto a 25 anni d’infarto e, dopo essersi occupata della sorella, madre del ragazzo, che, oltre ad essere comprensibilmente provata dal lutto, aveva anche un marito alcolista, aveva perso completamente i capelli che non le erano più ricresciuti del tutto). 
Dei dispiaceri sono stata ripagata da una vecchiaia trascorsa serenamente in mezzo ai miei cari: quello che ho dato mi è stato restituito. 
Il mio ultimo desiderio era quello di diventare bisnonna. Adesso che ho anche due bisnipoti, muoio contenta. E’ naturale che la mia vita finisca". 

Spiego al mio piccolo che quello che mia nonna mi ha insegnato con le sue parole e dimostrato durante la sua agonia (rantolava ma, inspiegabilmente, se ti avvicinavi a lei ti sorrideva) è quanto la morte faccia parte della vita, come nascere, respirare, nutrirsi, (sono cadute a fagiolo le recenti spiegazioni fatte dalla sua maestra in classe sul ciclo di vita). 

Mio figlio ha smesso di piangere, mi ha sorriso, mi ha abbracciato e si è rimesso a fare colazione. 

Poi a pranzo, in presenza del papà e del fratello maggiore mi ha chiesto: "Mi racconti ancora la storia della nonnina?". 

Non credo di aver risolto questo problema esistenziale a mio figlio. 

Se avessi questo potere farei affari d’oro!! Più di chi vende le alghe contro la cellulite! 

Scherzi a parte, quello che spero di avergli trasmesso è che se un dolore si può esprimere, condividere, dire con le persone che sono per noi punti di riferimento, potremo sì esserne afflitti, preoccupati, addolorati, ma non sopraffatti e schiacciati. 

Vero è che differente è la situazione nel caso in cui ci si imbatta nella morte, non di una persona che ha vissuto quasi un secolo, ma in quella drammatica di una persona giovane. 

Tutto diventa più difficile da capire, tollerare, sopportare. 

Ma non cambia la modalità, l’unica di cui disponiamo, di far fronte al dolore che ne deriva: esprimendolo, dandogli un nome, raccontandolo alle persone che sanno starci vicine. 

Accettando ciò che non si ha il potere di modificare. 

 



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