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06/06/2016, 17:37

setting psicologico, base sicura, ambiente psicoterapico, studio psicologico, ?non detto? in psicologia, cambio di setting, novit nel setting, flessibilit, creativit in psicoterapia, immagini in psicoterapia.



"L’uso-dello-spazio-in-psicoterapia"


 Come per la dimensione temporale (per un approfondimento vedi articolo: “Sull’uso del tempo in psicoterapia e in psicologia: la cadenza delle sedute”) così è per la dimensione spaziale: per il mio modo di lavorare, sono valide le considerazioni già f





Come per la dimensione temporale (per un approfondimento vedi articolo: "Sull’uso del tempo in psicoterapia e in psicologia: la cadenza delle sedute") così è per la dimensione spaziale: per il mio modo di lavorare, sono valide le considerazioni già fatte in precedenza.

Durante le sedute tutto diventa uno strumento che può essere adoperato per inviare un messaggio al paziente. Così uso anche lo spazio nelle dimensioni che riesco a padroneggiare.
Mi rendo conto di cosa ha portato i padri della psicologia a teorizzare (e quindi a praticare) la necessità di un setting stabile, di un setting che fosse un ambiente funzionante da BASE SICURA per il paziente e per la coppia psicoterapeuta-paziente.
E di sicuro non penso si debba fare a meno di un setting stabile. Penso però che, a volte, il setting sia asfissiante, chiuso, non produca novità e possa essere controproducente così come penso che a volte sia necessario inviare un messaggio al paziente ed allora non esito ad adoperare anche lo spazio per inviare tale messaggio.
Sono, infatti, del parere che un’immagine vale più di mille parole.

Innanzitutto, chi dice che l’unico spazio utilizzabile debba essere quello dello studio a porta chiusa?

Ricordo una seduta di una delle psicoterapie che mi sono rimaste più nel cuore. Ricordo che, quando io e la giovane paziente eravamo sedute in studio, mi sembrava sempre che dovesse dirmi qualcosa che lì, al chiuso, non mi diceva. Non è che capissi bene, sentivo soltanto che qualcosa non andava, c’era una sorta di "non detto". Un giorno decisi che quella mattina la nostra seduta sarebbe avvenuta fuori dallo studio. Proposi alla giovane paziente di fare due passi a piedi. Lei ne fu contenta e così ci avviammo per le stradine del tranquillo paesino e prendemmo una via che, come era facile in quel luogo, portava in un bosco. All’epoca io abitavo a Capiago, in provincia di Como. Chiunque conosce la zona sa che il paesino mantiene la sua quota di boschi intorno, sempre più risicata per i nuovi permessi edilizi, ma ancora presente. 

Ci incamminammo dietro casa prendendo una strada che tuttora arriva al campo da golf di Montorfano ed al lago omonimo. Salendo lungo il percorso, arrivammo ad una Madonnina vicino alla quale avevano sistemato dei posti a sedere di cui approfittammo volentieri. Il luogo era completamente circondato dal verde e da alti castagni, non era possibile scorgere case e tutto sembrava suggerirci che eravamo lontane dalla civiltà conosciuta. Ebbene, in quel posto, fortunatamente per noi solitario e silenzioso in quella circostanza (non si sentiva nessun motore di tagliaerba, e simili, in azione), parlando "distrattamente", come avrebbe potuto sembrare, la paziente arrivò a dirmi ciò che fino a quel momento mi aveva nascosto: aveva tentato il suicidio. Mi descrisse l’episodio e pianse per tutto il tempo in cui rimanemmo sedute. Al termine del suo racconto, mi chiese un abbraccio.

Fu una delle sedute più belle, più coinvolgenti e più intense che io abbia vissuto insieme a lei.
Per le sedute successive, comunque, ritornammo nello studio, in un ambiente nel quale la paziente si sentiva a proprio agio e, proprio perché lo conosceva così bene, aveva potuto esercitare pieno controllo mantenendo il silenzio sul tentato suicidio. Comprendendo la sua difficoltà di condividere con me qualcosa di importante, cercai dunque di stravolgere il setting al fine di favorire questo processo ed andò bene per entrambe. 

Purtroppo, ci sono stati altri momenti in cui ho sentito che avevo bisogno di un cambio di setting ma non è la stessa cosa quando sono nello studio di Milano o nello studio di Casnate, a Como, dove, all’esterno, non c’è un ambiente naturale simile a quello che allora fu tanto fecondo per noi. Ciononostante, anche a Milano fu importante una volta stare, io ed una mia paziente, sedute sulla panchina di un giardinetto pubblico in cui fu possibile confrontarci l’un l’altra sul nostro rapporto in una maniera semplice e sincera che lo studio chiuso non favoriva.
Tornando alla domanda da cui sono partita: chi dice che l’unico spazio utilizzabile debba essere quello dello studio a porta chiusa?

Durante alcune sedute con una paziente di circa 27 anni mi accorsi che era come se ci fosse una porta fra noi, una porta che lei non spalancava mai ma teneva ora molto chiusa, ora meno chiusa in modo che io finivo sempre fuori dalla stanza in cui stava lei e lei non entrava mai nella mia. Avevo bisogno di farglielo capire. E, per farglielo capire, come ho detto prima, la cosa migliore era un’immagine, non le parole. Eravamo nello studio di Milano ed io, fortunatamente, quel giorno ero da sola. Non solo i medici non sarebbero venuti ma neanche la segretaria. Era quindi molto probabile che nessuno ci avrebbe disturbato. Io aspettavo quel momento già da un po’ e quel giorno non feci altro che cogliere l’occasione.

Posizionai le nostre due sedie ai due lati della porta dello studio in modo che io fossi dentro e lei fuori, nella sala d’attesa, e che potessi farle vedere quando chiudeva la porta e, soprattutto, quanto fosse chiusa.

La paziente, una giovane donna molto intelligente, durante quella seduta, si sforzò di non chiudere mai la porta durante il colloquio che risultò differente da quelli svolti fino a quel momento. Visse ugualmente le sue difese. Si espressero nella postura corporea chiusa ma non nel dialogo che procedette differentemente.

Recentemente ho avuto un’immagine mentale di una paziente che vedevo comportarsi spesso come se fosse al centro dell’attenzione e dovesse parlare e comportarsi in modo tale da ottenere applausi, consensi ed approvazioni. Mi serviva la sala d’attesa vuota con i suoi posti a sedere liberi in cui farle visualizzare usando l’immaginazione le persone che io e lei sappiamo far parte della sua vita. E mi serviva collocarla al centro di questi posti a sedere.

Quanto rimanemmo fuori dallo studio e al centro di quella sala d’aspetto? Solo 20 minuti, non di più. Neanche l’intera seduta, eppure fu sufficiente perché lei comprendesse quello che le stavo dicendo e perché vedesse la folla di spettatori attorno a sé.

Sono convinta che noi, psicologi e psicoterapeuti, abbiamo più strumenti di quelli che accademicamente ci insegnano e consegnano durante l’Università e negli anni di formazione a venire. Penso, dunque, che, mantenendo i presupposti di base che hanno da molto tempo ispirato i padri fondatori della clinica, ogni parametro, A SUO TEMPO, possa essere MODULATO ed utilizzato in maniera da portare una novità, un messaggio, un punto di vista nuovo nel rapporto clinico e che sta alla scelta appropriata e tempestiva dello psicoterapeuta proporre ed alla freschezza mentale del paziente riuscire a cogliere.
Ecco, questo è ciò che intendo dire.

Ma rientrerò adesso nello spazio ristretto del mio studio, per vedere quale utilizzo potrò farne in seduta ... Alla prossima!

Altro articolo suggerito:


"Sull’uso del tempo in psicoterapia e in psicologia: la cadenza delle sedute"






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