facebook
twitter
linkedin
youtube
Per ulteriori informazioni  ed aiuti: +39 338 7674619
Per ulteriori informazioni puoi contattarci:
+39 338.7674619
info@pantarei2000.it
VIA E. De Amicis, 4
Casnate con Bernate (CO) 22070

 
 
Il sito web del centro 
Centro Studi Panta Rei
L'Associazione professionale Centro Studi Panta Rei è nata nel 1997 in provincia di Como (Italia) per volontà di Foglia Manzillo Maria Cristina e Nasti Nunzio.
centrostudipantarei_marchio

Articoli per argomenti


facebook
twitter
linkedin
youtube
pantarei2000.it @ All Right Reserved 2018  | Sito realizzato da Flazio Experience
 

Scopri tutte le ultime news del Centro Studi Panta Rei - Per l'integrazione tra psicologia, Medicina e Neuroscienze

06/06/2016, 17:39

rapporto psicoterapeuta-paziente, paziente attivo, paziente passivo, psicologo onnipotente, psicologo impotente.



Lo-psicologo-onnipotente-o-impotente...


 In questi giorni ho ripreso a studiare alcuni testi di psicologia e dispense della scuola di specializzazione in psicoterapia su cui mi sono formata.





In questi giorni ho ripreso a studiare alcuni testi di psicologia e dispense della scuola di specializzazione in psicoterapia su cui mi sono formata. Risalgono a tanti anni fa ma sentivo la necessità di verificare i cambiamenti occorsi in me durante questi anni. Ebbene, ho notato come, in una dispensa, tratta da sbobinature di uno dei nostri docenti, appare di continuo la frase "Io sono diventato più potente nel fare questo al paziente, io posso fare X al paziente, io posso fare Y, ormai so esattamente come trattare questo aspetto Z piuttosto che quest’altro W." Le continue notazioni durante la stessa lezione mi hanno fatto rimanere stupita. Avevo dimenticato le caratteristiche di narcisismo che pure osservavamo nel nostro docente, ma sono rimasta di stucco perché in quelle parole c’era qualcosa che suonava strano alle mie orecchie. E ancora più strano mi appaiono oggi rispetto agli anni in cui le ascoltavo. 

Insegno a colleghi, di solito giovani psicologi che non hanno mai lavorato ed il cui tirocinio clinico è risultato insoddisfacente e, tutto sommato, "poco clinico". I giovani psicologi che ci scelgono hanno l’angoscia di dover "assolutamente" essere di aiuto verso il paziente, il che di solito ottiene "assolutamente" l’effetto contrario. Si sentono responsabili verso i pazienti ed hanno una fantasia di catastrofe e disastro imminente del loro operato clinico, fantasia che incute loro paura e impedisce di muoversi e di agire scioltamente nella pratica. Altri invece agiscono a tutti i costi ma in maniera veemente e quindi maldestra, combinando un casino via l’altro. In ogni caso, oltre alla loro COMPLETA assunzione di responsabilità, vi è la convinzione che tocca a loro fare TUTTO perché se il paziente lo potesse fare, non sarebbe venuto a cercare aiuto. All’atto pratico, la loro idea del rapporto psicologo-paziente è quella di una mamma-chioccia verso un brutto anatroccolo. E del brutto anatroccolo come di un essere indifeso, colpito dalla vita ed "impossibilitato a reagirvi", verso il quale provare affetto e benevolenza. Ovviamente, ragionando in questo modo, non si aspettano né che il paziente possa decidere né che possa essere motivato o meno al lavoro psicologico. 

Chiariamo per bene questo aspetto: se il paziente viene, è perché da solo non riesce e su questo siamo d’accordo. Se ha una possibilità di modifica, è all’interno di una relazione "differente" con un essere umano, meglio se estraneo al suo entourage. E su questo possiamo essere abbastanza d’accordo ma ... questo non implica che il nostro compito è quello di scalciare il paziente dal posto di guida sulla sua auto e fargli vedere come si guida la sua auto. Ed è proprio su questo che non siamo d’accordo, di solito. Non si impara a guidare la propria auto stando perennemente vicino ad uno che la guida e che ci fa così capire che la guida meglio di noi. Magari cercando in tutti i modi di portarci a Berlino laddove noi, proprietari dell’auto, vorremmo andare a Madrid. Gli esseri umani imparano nel momento in cui FANNO LORO e DECIDONO LA ROTTA ed hanno qualcuno vicino che li sostiene. Intendiamoci: capita spessissimo, dopo aver condiviso questo punto con il paziente, che questi ci fa le sue rimostranze perché gradirebbe la bacchetta magica o meglio lo chauffeur magico e desidererebbe essere scarrozzato nella sua stessa vettura. Di sicuro, ci sono esseri umani che viaggiano guidati da uno chauffeur. Ma non dovrebbe essere un nostro compito "desiderare di fare lo chauffeur" per i pazienti. 

Infine ci sono i nostri amici ... almeno alcuni dei nostri amici! Quante volte abbiamo sentito "insinuare", più o meno delicatamente, che questa persona che loro conoscono ha fatto un percorso e non è cambiato. A sentir loro, e i loro conoscenti, sembra che "nessuno riceva nessun beneficio con nessuno psicologo". Ora, a prescindere dagli aspetti relazionali e di personalità (per esempio, dalla soddisfazione con la quale alcuni amici ti fanno notare che fai un mestiere tutto sommato inutile e che sei destinato a fallire), a me sembra che ancora una volta qualcosa stoni alle mie orecchie.
 Ma certo! si tratta del concetto stesso di paziente. E mi spiego meglio.

Gli esempi precedenti mi sembra parlino di "paziente = pezzo di plastilina, bomboniera, tegame, sedia, borsa", ossia "paziente = OGGETTO" da manipolare. Ora, nonostante il paziente nello studio dello psicologo assuma un ruolo diverso rispetto a quello che ha nello studio medico, nonostante da noi ci si aspetti che sia ATTIVO, di fatto da quei ragionamenti viene fuori come una sorta di bomboniera da spostare a nostro piacimento, un pezzo di plastilina da modellare per farlo diventare nella peggiore delle ipotesi (o nella migliore?) come noi pensiamo che sia meglio e nella migliore delle ipotesi (o nella peggiore?) come lui dichiara che vorrebbe essere. Così in noi colleghi prendono piede o atteggiamenti di franca onnipotenza (della serie "Faccio tutto io" o, se si preferisce, "Io me la suono ed io me la canto." Chiedo scusa, volevo dire "Io gliela suono ed io gliela canto.") o di disperato pessimismo e schiacciante impotenza, senza accorgersi che queste convinzioni rendono il paziente un fantoccio passivo nelle nostre mani. La massima autonomia che gli concediamo è di dirci come vuole diventare, dopodiché saremo pronti a procedere. Quando gli concediamo minima autonomia, invece, siamo noi che decidiamo che cosa dovrebbe farne della sua vita perché la sua vita possa dichiararsi, secondo i nostri criteri, soddisfacente. E ci indispettiamo se non capisce che, perché la sua vita sia soddisfacente, deve effettuare determinate scelte. 

Nel caso della risposta narcisistica ed onnipotente del professionista, è facile notare tutti i cambiamenti positivi ed eliminare dalla propria percezione i casi di fallimento che, per questo tipo di professionista, semplicemente non esistono, oppure percepirli sì ma dandone la responsabilità al paziente. In pratica, se ho successo è merito mio, se fallisci è colpa tua. Quindi i successi sono del professionista ed i fallimenti del paziente. 

Nel caso della risposta depressiva ed impotente del professionista, si produrranno una quota sovrabbondante di fallimenti (oppure si eviterà di lavorare clinicamente, dandosi all’ippica) di cui finirà con il sentirsi unico responsabile. 

In tutto questo, il paziente non è percepito solo così com’è, ossia come parte debole e sofferente, ma, ed è questo il punto critico secondo me, come "incapace di capire la situazione e di scegliere un diverso comportamento", dunque non in grado di assumersi quella quota di responsabilità e di attività che invece venire nello studio di uno psicoterapeuta richiede OBBLIGATORIAMENTE. 

Non intendo eliminare le responsabilità di noi professionisti, intendo soltanto dare loro il giusto risalto in una relazione nella quale sono presenti 2 PERSONE e non 1 persona ed 1 oggetto. Il successo ed il fallimento sono prima di tutto relazionali, quindi appartengono ad entrambi. 

Quando la psichiatra, con la quale condividevo un pz con disturbo ossessivo-compulsivo, mi disse, durante un colloquio telefonico: "A proposito, desidero farti i complimenti per il lavoro eccellente che hai svolto con il paziente. Mai vista una situazione in via di risoluzione così brillante!", la mia reazione fu di stupore. Accettai con gioia il complimento e, nelle sedute con il paziente, mangiammo quel "dolce" dividendolo a metà perché, se il paziente non mi avesse permesso di lavorare e non avesse condiviso con me il mio metodo, la mia laurea in psicologia sarebbe stata carta straccia, i miei studi sarebbero stati tempo perso e la mia buona volontà insufficiente.

 Lo psicologo funziona come un enzima, ed in questo caso il paziente deve portare con sé i substrati. Se non li ha, lo psicologo funziona come una proteina regolatrice della trascrizione del DNA, ma il paziente deve possedere quella sequenza nel suo DNA. Se non la possiede, con le tecniche di ingegneria genetica, posso inserire io la sequenza ma deve poter portare il resto della cellula! 

Quello che intendo dire è che lo psicologo non può essere contemporaneamente enzima e substrato, proteina regolatrice della trascrizione e sequenza di DNA, DNA e resto della cellula e non può incarnare la parte sua e quella del paziente contemporaneamente. Potrei continuare con tantissimi altri esempi ma arriverei allo stesso concetto: lo psicologo non può metterci tutto perché se ci mette tutto ne deriva di conseguenza che il paziente non esiste. 

Inoltre, parliamoci chiaro! Il paziente non viene sempre da noi per cambiare, ma mille, mille, mille altri motivi possono averlo indotto a consultarci. 

ESEMPI: 

La coppia Stefano ed Elisabetta: lui viene perché non si dica che non ci ha provato! Ma contemporaneamente ha già deciso di lasciare la moglie. La moglie è rabbiosa perché pensa che la psicoterapia allontanerà il marito definitivamente ma il marito è già con un’altra donna. A me è chiaro come il sole, a loro due no e cercano di dare la responsabilità del loro fallimento alla psicoterapia. 

Un’altra coppia: Guido e Francesca, vengono lui, ammettendo candidamente le colpe che ha nel rapporto a patto di continuare a commetterle, lei per avere la conferma di essere una santa agli occhi della psicologa e di aver diritto a rivendicare giustizia. Ma né lui vuole cambiare atteggiamento né lei vuole lasciarlo. 

Lucia viene per accontentare il marito e per condurlo alla conclusione che la terapia non servirà. 

Rossella viene perché pensa che i suoi problemi derivano da un marito narcisista e ci chiede di farlo cambiare. 

Ed i risultati con i pazienti, inoltre, non sono necessariamente correlati ad una buona relazione con i pazienti. 

Ci sono stati casi di fallimento con alle spalle un’ottima relazione e stima verso la persona dello psicologo. Una paziente, un giorno, mentre parlavo del nostro comune fallimento e del fatto che poteva non essersi fidata di me, è sbottata su in maniera simpatica ed ha esclamato: "Ma, Cristina, non è affatto vero che io non mi fido di te. Io ho piena fiducia in te, sono io la persona di cui non mi fido. Sono io che decido di non fare niente." Mi ha messo KO! Caspita, sono ammutolita, aveva ragione. Avevo a che fare con una persona e, se decideva di non fare nulla, non potevo essere io a farle cambiare idea!


Maria Cristina Foglia Manzillo




1
Percorso-in-solitaria-in-val-di-Mello,-a-San-Martino,-14-giugno-2013-(4).png

Iscriviti alla newsletter

Rimani aggiornato sulle nostre attività gratuitamente
Create a website
Chiudi

Accedi