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06/06/2016, 17:40

adozioni gay, identificazione, identit sessuale, maturazione sessuale, maturazione affettiva, psicologo clinico, identit di genere, endocrinologia, ginecologia, amenorree, pediatria.



Omosessualità-e-adozioni-gay:-molte-domande,-poche-risposte


 Qualche giorno fa il dottor Nasti, psicoterapeuta, ha scelto come frase del giorno da condividere su Facebook, una frase di papa Francesco: "Chi sono io per giudicare un omosessuale."




www.ilpost.it/2016/02/04/i-figli-delle-coppie-omosessuali-studi/

NB: forse dovrei modificare il titolo di questo articolo in: "Omosessualità: molte domande, un po’ più risposte". Ho inserito, subito dopo il titolo, un link per gli studi che si stanno conducendo nel mondo a proposito dello sviluppo dei figli cresciuti in coppie gay.L’ho fatto solo per dare un esempio su come sarebbe corretto trarre conclusioni su una questione così scottante ed attuale in Italia. Bisognerebbe, cioè, verificare le proprie conclusioni a contatto con la realtà piuttosto che valutare senza esperienza in base a convinzioni che ci siamo confezionati stando lontano dalla realtà che pretendiamo di giudicare. 

Ho deciso comunque di non modificare l’articolo, che risale a qualche anno fa, per dare un esempio di come ragiona una mente che desidera "conoscere" e non "giudicare a priori", cosciente che, a prescindere da tutto, la lontananza emotiva da un avvenimento impedisce una buona valutazione dello stesso.

Qualche giorno fa il dottor Nasti, psicoterapeuta, ha scelto come frase del giorno da condividere su Facebook, una frase di papa Francesco: "Chi sono io per giudicare un omosessuale."

Un collega ha commentato che sì, era d’accordo ma sottolineava che ... beh, meglio non stravolgere con mie parole quello che ha scritto il collega e lasciare a lui la parola: 

"Penso che con qualche difficoltà che si avverte naturalmente nell’accettare la diversità rispetto ai canoni della nostra cultura occidentale un rapporto d’amore non dovrebbe avere barriere due persone si amano devono poterlo fare indipendentemente dalla loro identità sessuale.
Il problema si complica allorché si parla di adozione di bambini. In base alle conoscenze che ho acquisito sul piano professionale (essendo uno psicologo clinico) ritengo che questa possibilità non vada nella direzione giusta, perché penso che per lo sviluppo di una chiara identità sessuale sia necessario che i bambini crescano in "seno" ad una coppia normale. La crescita e lo sviluppo di una maturazione sessuale ed affettiva si fondano sulle differenze e non sulle uguaglianze."

Così ne abbiamo parlato fra di noi, io ed il dottor Nasti, mio marito, mentre si andava a fare una commissione insieme e mi sono rimaste dentro una serie di domande e riflessioni che vorrei provare a mettere per iscritto.

Non me ne voglia il collega che, a dire il vero, mi ha presentato un punto di vista su cui non avevo avuto modo di riflettere e mi ha semplicemente stimolato a pensare. Questo scritto non è e non vuole essere una risposta a lui, men che meno una critica o un’approvazione. E’ stato proprio un processo di pensiero che si è avviato una volta in cui le sue parole hanno acceso una miccia dentro di me e mi sentivo stimolata a trovare altri punti di vista da cui affrontare mentalmente la questione. Avrei voluto raggiungere una certezza ma, nel prosieguo del ragionamento, mi rendevo sempre più conto che arrivavano più domande che risposte certe e promuovevano più punti di vista che prese di posizione. Ringrazio dunque il collega per avermi indotto a riflettere su qualcosa che non avevo considerato e su cui ha sicuramente diritto di esprimere il proprio punto di vista.

Credo che l’argomento sia notevolmente interessante ed ho deciso di metterlo per iscritto per provare a condividere un fatto. E cioè che si tratta di una questione niente affatto banale e per nulla semplice, anzi.

1)  Mi sono domandata se c’erano novità ed aggiornamenti importanti in fatto di sviluppo della propria identità sessuale ed affettiva. A me è sempre sembrato che noi psicologi ne sapessimo, tutto sommato, poco. Pieni di idee e di ipotesi ma nulla di così provato e certo da farci trarre oneste conclusioni. Ma, visto che non mi è capitato di leggere articoli illuminanti al riguardo, lascio la parola a chi ne avesse letti.

2)  Mi sono anche chiesta, incuriosita, che tipo di esperienze cliniche avesse fatto il collega. In Italia non è attualmente possibile per due omosessuali adottare un bambino. Quindi? A quali tipi di esperienze faceva riferimento il collega? Dovevano essere esperienze in cui il bambino avesse come punto di riferimento una coppia di omosessuali. Come sarebbe successa una cosa del genere? Faccio fatica a pensare che, in tal caso, ha avuto esperienze da cui si possa trarre una conclusione. Se qualcosa del genere è avvenuto, deve essere stato un caso eccezionale. Ed allora? Ha fatto esperienze all’estero? Quante ne ha fatte? Il numero è importante perché "una rondine non fa primavera" ed ogni discorso che voglia qualificarsi come scientifico deve prevedere un numero significativo di situazioni osservate per poter trarre una conclusione valida. Il clinico, se non si confronta con i colleghi e con il resto della comunità scientifica, compresi contesti culturali differenti per capire un fenomeno anche in un’ottica transculturale, a mio avviso difficilmente raggiunge i numeri per poter trarre conclusioni dirimenti.  Può, però, certamente dare il suo contributo che si intreccerà con i contributi altrui. Ed è il bello di far parte di una comunità di professionisti che possono interconnettersi e confrontarsi. 

3) Dalle parole del collega non riesco (ammetto che può essere anche per mia incapacità) a capire che cosa pensa dell’omosessualità: mi sembra che da un lato dica che possono anche andar bene, nel loro privato, ma che dall’altro non vanno più bene. Non mi pronuncio oltre, potrei aver capito male.

4) Mi sono anche chiesta: secondo il collega, l’omosessualità implica una identità sessuale ed affettiva confusa? In tutta onestà, me lo sono chiesta ma non ho capito se avrebbe risposto sì o no. Spero, dunque, di aver compreso male io i termini della questione.

5) Ma può darsi anche che la questione sia differente, che non abbia i risvolti di cui sopra e che il collega intendeva dire un’altra cosa. Avrebbe potuto voler dire che per formarsi una precisa identità sessuale, un bimbo o una bimba devono avere a disposizione un individuo di chiara identità maschile insieme ad un individuo di chiara identità femminile. Mi spiego meglio: forse non intendeva dire che gli omosessuali non hanno una chiara identità sessuale ma che per lui è importante che il bimbo (o la bimba) siano a contatto con due individui dalla chiara identità sessuale ma una maschile e l’altra femminile, quindi "diverse" tra loro.

6)  Sarebbe dunque un problema di identificazione? Sappiamo che il maschietto finisce, di solito, per identificarsi sessualmente con il papà e la femminuccia con la mamma. Per questo processo sarebbe importante il confronto con due realtà percepite diverse per poi poter "permettere", in un certo senso, la propria identificazione naturale? Lascerei da parte altri risvolti della questione "identificazione" perché il discorso diventerebbe molto complicato.

7)  Ma, se le cose stanno così, come avrebbero fatto una miriade di omosessuali a venire fuori da una regolare coppia genitoriale con identificazioni donna-uomo in regola con gli standard sociali e psicologici? E al punto tale che può diventare un dramma comunicarlo ai genitori "normali"? Certo, qualcuno può anche pensare che queste coppie cosiddette "normali", per aver avuto un figlio omosessuale, così "normali" non erano ma sono sicura che ci sono state coppie eterosessuali, normali o meno, con vari figli di entrambi i sessi e con un solo figlio omosessuale tra questi, mentre gli altri non lo erano. Come ce la spiegheremmo la questione?

8) Tutto potrebbe avere ancora un altro significato: il collega potrebbe obiettarmi che non pensa che l’omosessualità sia una identità sessuale distorta o confusa ma che quando trae le conclusioni che una coppia di omosessuali potrebbe non favorire una chiara identità sessuale ed affettiva nei bambini a loro affidati, pensa ad un disturbo dell’identità sessuale o affettiva di questi bimbi diverso rispetto all’omosessualità. La domanda è d’obbligo: a quali disturbi dell’identità sessuale o affettiva farebbe riferimento oppure a quali aspetti danneggiati rispetto a quelli che formerebbero l’identità sessuale o affettiva di un soggetto "normale"?  Anche qui, a malincuore, lascerei da parte il fatto che l’omosessualità non sia più considerata come disturbo e non entri più nelle ultime edizioni del DSM (Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali). Complicherebbe molto il discorso.

9) Inoltre, mi vengono in mente alcune mie pazienti che sono state cresciute, ad esempio, da due zie!! Ma scommetto che questa situazione non presenterebbe alcun problema. Chissà perché, se a torto o a ragione, ho il sospetto che qualcuno potrebbe dire: "Ma le due zie non avevano rapporti sessuali tra di loro!". E sia, però hanno una identità sessuale simile, messo che esista una identità sessuale "unica femminile" normale ed "unica maschile" normale! E se fosse importante l’aspetto "rapporti sessuali", beh, tante coppie non hanno rapporti sessuali dopo la nascita dei loro figli. Perché l’avere rapporti sessuali o meno dovrebbe fare la differenza?

10) E come la mettiamo con i figli di un solo partner e non soltanto per divorzio dei genitori ma anche per morte di uno dei due? Anche in queste situazioni dovremmo avere confusioni dell’identità sessuale ed affettiva del bambino? Immagino che dovremmo rispondere di sì perché ci discostiamo comunque dalla coppia "standard" e da una maturazione sessuale ed affettiva che si fonda sulle differenze. A meno che quello che faccia la differenza sia il fatto che gli omosessuali siano in due! Insomma, come ha detto il dottor Nasti, gli sembra che un omosessuale singolo sia da considerarsi anche normale ma che in coppia facciano patologia!

11) Quello che so dalle esperienze cliniche riguardanti coppie di omosessuali è che, in una coppia, di solito ci sono identificazioni "maschili" e "femminili" e che un membro della coppia spesso abbia una caratterizzazione più spiccatamente femminile e l’altro una caratterizzazione più spiccatamente maschile, sia sessualmente che affettivamente. Quindi?

12) Inoltre, studiando medicina e proprio occupandomi di una materia che ho trovato infinitamente interessante e con vari punti di confine con la psicologia, ossia l’endocrinologia, mi sono imbattuta in un argomento che riguarda l’ambiguità sessuale e sono andata a curiosare sul conseguente sviluppo sessuale ed affettivo di persone che la presentavano. Mi sono accorta che le variazioni sul tema sono davvero tante, ma così tante che, già solo biologicamente parlando, ci discostiamo da due precise identità classicamente definite come "maschili" e "femminili", sia sessualmente che affettivamente. Lo stesso è accaduto studiando ginecologia, quando abbiamo affrontato le amenorree in adolescenza, e pediatria, quando l’argomento da studiare ha riguardato lo sviluppo dell’identità di genere.

13) Infine mi sono detta: ma i figli di coppie "regolari", pur non essendo omosessuali, possono avere anche loro un’identità sessuale ed affettiva non precisa e non ben definita. Magari saranno in numero diverso rispetto ai bimbi cresciuti con coppie di omosessuali, magari la differenza di numero sarà significativa ma non credo che per il momento lo sappiamo con certezza. Io, intanto, mi chiederei comunque come mai anche i figli di una coppia regolare possono presentare un’identità sessuale ed affettiva non precisa e come mai alcuni figli possono farlo ed altri no, anche quando sono figli della stessa coppia. Come sarebbe accaduto?

14) Ci sono altre riflessioni che si possono fare: si potrebbero richiamare gli studi sui gemelli monozigoti (ossia identici) per vedere la concordanza della identità sessuale ed affettiva oppure si può pensare che un giorno ci saranno studi in cui una coppia di gemelli monozigoti (identici) siano adottati l’uno da una coppia tradizionale e l’altro da una coppia di omosessuali. ... giusto per accendere una luce su quanti aspetti presenta la realtà della vita!

E, comunque sia, sospetto che troveremmo in ogni caso qualcuno che considererebbe certi fenomeni come "variazioni sul tema" ed altri che li considererebbero come "deviazioni dal tema".

Dopo tante domande, dico però almeno una cosa: non solo sono sicura che si tratta di un argomento piuttosto complesso ma, a mio personale sospetto, risente pesantemente, dico e sottolineo "pesantemente", dei giudizi personali riguardo l’omosessualità. Se faccio solo riferimento al nutrito gruppo di nostri amici, mi si apre un ventaglio di possibilità. La maggior parte delle persone "giudica", ma "non conosce".

Quello che penso è che in Italia non farei adottare dei bambini a coppie di omosessuali ma perché conosco l’ambiente culturale e ritengo che attualmente, più che la coppia omosessuale in sé, mi aspetterei che fosse l’ambiente intorno ad influire in maniera negativa, ed anche qui ripeto e sottolineo "negativa", sullo sviluppo del bambino affidato. Mi piacerebbe invece confrontarmi con Paesi del mondo, come l’Olanda, in cui l’omosessualità viene considerata e quindi "percepita" più frequentemente che da noi come "una parte" della vita di un individuo e non come l’intero individuo ed in cui si è più tranquilli nel confrontarsi con questa "parte" della "realtà", tranquillità che equivale pienamente al mio sentire interiore.

Non so se le esperienze di adozione negli altri Paesi (la solita Olanda, poi Belgio, Canada, ecc...) stanno andando bene o male (NB: aggiungo oggi, nel 2016, che gli studi riportano risultati positivi e niente affatto scoraggianti). Quello che so è che l’uomo non ama i cambiamenti, è abitudinario e tende a difendere lo status quo e che tutto questo serve anche per una certa "economia": non ci si può reinventare e reimpostare ogni giorno. La mente umana ha bisogno di tempo, ed alcuni ambienti culturali più di altri, come alcune persone più di altre.  E so di per certo che tanti cambiamenti, oggi considerati così normali da non essere neanche più percepiti (la possibilità per il popolo di votare, per esempio, o lo stesso voto alle donne oppure la possibilità di divorziare), un tempo hanno rappresentato un grave scandalo e si è dovuto lottare pesantemente per affermarli. 

In questo senso, credo che sia meglio studiare ed affrontare la questione "omosessualità" in ambienti dove le acque sono meno agitate che da noi, dove ogni ondata rischia di invadere le nostre conclusioni in materia. Non siamo sufficientemente sereni e quindi sufficientemente obbiettivi per poter trarre delle conclusioni rispettose, qualunque esse siano.

www.ilpost.it/2016/02/04/i-figli-delle-coppie-omosessuali-studi

Maria Cristina Foglia Manzillo




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