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21/09/2016, 17:42

terapia intensiva, intervento chirurgico, chirurgo, otorino-laringoiatra, investimento di un pedone, strisce pedonali, medici, infermieri, cannula, escoriazioni, ematomi, familiari, sondino naso-gastrico, dentiera.



Dora-e-le-spondine-del-letto


 Passano i mesi, mi capitano tanti episodi ed io non trovo il tempo per metterli giù ma ieri è accaduta una cosa che non voglio si perda. Sto frequentando il reparto di Terapia Intensiva.




Passano i mesi, mi capitano tanti episodi ed io non trovo il tempo per metterli giù ma ieri mi è accaduta una cosa che non voglio si perda. Sto frequentando il reparto di Terapia Intensiva. E’ un reparto speciale, pieno di molte situazioni che crediamo capitino lontano da noi e che d’un tratto vedi lì tutte riunite e drammatiche sia per la loro straordinarietà sia per la "normalità percepita" da parte di chi ci lavora. Voglio rendervi partecipi di alcuni episodi, di riflessioni, di sentimenti. Secondo me ne vale la pena. E, se volete leggermi, ve le racconto volentieri.                             


Ieri pomeriggio era ricoverata in reparto una signora anziana che un automobilista tuttora vivente, che ha un volto, una storia, una nascita ed un nome, aveva investito sulle strisce pedonali.

La signora, che chiameremo Dora, aveva molte escoriazioni ed ematomi sul volto e bisognava che il chirurgo otorino-laringoiatra la operasse. Così com’era, gonfia, viola, piena di tubicini in ogni angolo del corpo, compresa la bocca, non riusciva a parlare ma voleva, voleva a tutti i costi! Muoveva le labbra ma nessun suono poteva emettere.

Quando sono arrivata, la prima cosa che ho sentito dire di lei è che era ansiosa, si agitava e, sotto l’influenza dei farmaci antidolorifici, era stordita. Aveva già provato a strapparsi le medicazioni ed i vari tubicini: le avevano, dunque, legato i polsi. Questa è una prassi comune quando il paziente rischia di farsi del male.
PS: vi prego, non immaginatevi che non potesse muovere le mani in assoluto. Poteva muoverle ma in un raggio d’azione e di libertà che le impediva di giungere ai cateteri per strapparli via. L’obiettivo non è immobilizzare il paziente ma impedire che si faccia del male. 

Il medico, passato per il giro mentre ero presente anch’io, aveva detto "Se qualcuno, essendo io nelle condizioni di questa donna, osa legarmi le mani, ricordatevi che quando esco dall’ospedale, vi meno tutti." E le aveva liberato le mani con un gesto che mi era piaciuto. Rimaneva, però, da gestire Dora e da impedire che si facesse male. A quel punto, si "impostava", proprio come una terapia, una lotta sotto banco tra medici ed infermieri, visto che spettava a questi ultimi, alla fin fine, gestire la paziente. 

Non metto in dubbio che Dora fosse stordita dai farmaci e facesse ciò che non avrebbe dovuto fare ma, in contemporanea, era più che evidente che voleva dire qualcosa. Così mi sono avvicinata insieme all’infermiera ma non si capiva affatto cosa diceva. Muoveva le labbra e cercava di fare piano ma una, due, tre, quattro volte ... non riuscivamo a capire. Ho detto all’infermiera che io avevo più tempo di lei e che potevo fermarmi per cercare di capire. 
Ma non c’era nulla da fare. Allora, ho provato a prendere un foglio ed una penna per farle scrivere. L’infermiera non mi aveva detto di no, ma era chiaro che pensava che non avevo esperienza e che quella scena lei l’aveva già vissuta tante volte. Si trattava di una donna ansiosa e ci avrebbe fatto perdere altro tempo inutilmente perché non saremmo riusciti a capirla. Avevo risposto che avevo già visto situazioni simili in ospedale, per farle intendere che non ero proprio l’ingenua tontolona che pensava che fossi. Semplicemente per me si trattava di un essere umano in difficoltà ed aveva diritto a ricevere attenzione con rispetto... ma questo punto l’avevo tenuto per me.

Un gesto di Dora mi procurava la dolorosa consapevolezza che voleva dire qualcosa ma che non riusciva: la cartellina che le avevo porto per provare a farle scrivere. Ebbene, lei la stringeva con forza e non voleva mollarla quando aveva notato che io stavo per desistere. Ma con mio grande disagio, lei non riusciva a scrivere, l’infermiera pensava sempre di più che le stessi facendo perdere tempo ed io proprio non riuscivo a capire di cosa avesse bisogno la paziente. Provavo a chiederle se aveva dolore. Scuoteva la testa: no. Provavo a chiederle se era scomoda nel letto. Di nuovo scuoteva la testa. Nulla, non riuscivo a fare nulla. 

Ho dovuto lasciarla in quella situazione frustrante perché vi erano altri pazienti da seguire e la percezione di una pressione palpabile che si esprimeva perfettamente senza parole. (NB: in terapia intensiva tutti i pazienti sono a vista contemporaneamente e tutti, medici ed  infermieri, lavorano a stretto contatto. Ognuno vede ciò che fai ed ognuno...giudica.) 

L’infermiera non era affatto una cattiva persona, né si rivolgeva a lei in malo modo. Solo che non credeva che saremmo riuscite a fare di meglio. Nel resto del pomeriggio, ogni tanto si rivolgeva a lei gentilmente, seguiva le sue necessità di malata, riprovava ancora a capire. 
Una volta era riuscita. Dora voleva sapere quando sarebbe arrivato il marito. Lei aveva risposto spiegandole che ora era, facendole vedere l’orologio e dicendo che mancava ancora 1 h per le visite. 

 Un’altra volta era riuscito un medico: Dora voleva bere ma non si poteva darle da bere per bocca. Si poteva solo bagnarle le labbra. 
 Poi ... più nulla. Spessissimo strattonava la spondina del letto che aveva cominciato a traballare,vi era un’atmosfera di imbarazzo in giro, si provava a spiegarle che danneggiava il letto (che, come tutti gli attrezzi in terapia intensiva, è molto costoso), non si voleva castigarla ma si provava a farle capire. Poi rieccola a tentare di sfilarsi i cateteri, a togliersi le medicazioni, a liberarsi. Si era dovuto contenerla di nuovo. 

Così passando le ore, giungemmo alle 18.30: orario delle visite dei parenti che non tardarono ad entrare, uno per volta ed uno per ogni malato, ognuno di loro con il verde camice trasparente indossato per preservare il reparto da un eccesso di microbi provenienti dall’esterno, così pericolosi per i nostri malati delicati.

Ecco arrivare il marito, primo parente, e poi apparve il figlio... fu qui che cambiò la storia. 

Il figlio sembrava un Signore, con la esse maiuscola. Educato, composto, comprensivo e gentile verso la madre ma, al tempo stesso, comprensivo e gentile anche verso i medici. Anche lui faticava a comprendere cosa volesse la madre. Ma la accoglieva, non aveva fretta come gli infermieri, era lì solo per lei. Si lasciava attrarre vicino al volto della madre per poi dolcemente dirle che non riusciva a capire. Ispirava calma, rispetto e pareva proprio in grado di prendersi cura di lei. Infatti, d’un tratto riuscì a capire ... la madre voleva mangiare, diceva di non aveva mangiato nulla.

TOMBOLA: il figlio dolcemente le spiegò tutto. La paziente non poteva mangiare usando la bocca ma le veniva dato da mangiare in altro modo. Dora non era affatto soddisfatta della risposta.Non le davano da mangiare, punto e basta. Lei era affamata. Ed insofferente. 
(NB: spesso mi è capitato che i pazienti in terapia intensiva, quando sono coscienti, cosa non frequente, si lamentano che hanno fame e non viene dato loro il cibo. Tutti ricevono cibo ma non possono mangiare un pasto regolare come gli altri malati in ospedale oppure come noi. O lo ricevono tramite il sondino naso-gastrico oppure in vena. Eppure loro non sono soddisfatti di quel tipo di cibo. Vogliono che qualcosa passi dalla bocca!).

Anche per il figlio non era facile capirla ma non perdeva la pazienza e non si allontanava da lei con fastidio e stanchezza. Del resto era lì solo per lei. Ed allora accadeva che si ritrovavano di nuovo e lui comprendeva che stavolta la madre desiderava sapere che cosa le era successo. E dopo ancora dove era successo.  Ed infine che cosa le sarebbe accaduto ora. Il figlio le spiegò tutto e le disse che doveva essere operata. Si soffermò su tutti i particolari che le permettessero di capire la situazione in cui era.

Un’altra richiesta di Dora, dopo le solite mille peripezie per farsi comprendere, attirò la mia attenzione. Dora voleva la sua dentiera! 
Sorrisi teneramente fra me e me. Certo, non si poteva darle la dentiera. La paziente non aveva coscienza dello stato in cui si trovava la sua faccia e non sembrava comprendere fino in fondo in che situazione si trovasse la sua bocca, oltre alla cannula che già vi era infilata dentro. Eppure la sua richiesta era così squisitamente umana e così straordinariamente comprensibile. Doveva essere strano trovarsi a contatto con il proprio corpo e con un particolare così stonato rispetto alla sua normale esperienza sensoriale della bocca.

"Ah, tutte ipersensibilità fuori luogo di una psicologa! Eh, sì, quella lì non ha il minimo senso pratico. Non riusciremmo più a lavorare se stessimo dietro a tutti."
A onor del vero, il personale, con lodevole atteggiamento, si rese conto che stavolta si poteva fare un’eccezione e permettere ai figli ed al marito di essere presenti, costantemente ed a turno, vicino a lei in modo che fosse più semplice gestirla e farle vivere al meglio il ricovero. 

I familiari, d’altro canto, in maniera intelligente, si resero perfettamente conto della difficile gestione della madre e compresero bene quanto fosse gravoso lasciarla libera a impedirle di farsi male.

Tutto è bene quel che finisce bene. Oggi Dora è ritornata a casa e spero che ciò che è accaduto possa diventare per tutti solo un brutto e penoso ricordo. E per chi ha avuto la pazienza di leggermi ... una finestra aperta su un nuovo pezzo di realtà.

Maria Cristina Foglia Manzillo



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