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13/02/2017, 10:47

influenza, virus, batterio, antivirale, antibiotico, sistema immunitario, DNA, RNA, cellula, sovra-infezione batterica, utilizzo improprio degli antibiotici, effetti collaterali, Clostridium difficile, colite pseudomembranosa, diarrea,



(III)-L’influenza-e-la-sua-cura---terza-parte


 Ho ancora da rifinire qualche concetto prima di considerare esaurito (per modo di dire: su qualche aspetto non mi soffermerò... aspettando che qualcuno lo colga per fare domande. Sono monella! Lo so) l’argomento ANTIBIOTICI PER L’INFLUENZA.



Puoi visionare anche la lettura dell’articolo da parte dell’autrice


Prima parte dell’articolo 


Seconda parte dell’articolo


Ho ancora da rifinire qualche concetto prima di considerare esaurito (per modo di dire: su qualche aspetto non mi soffermerò... aspettando che qualcuno lo colga per fare domande. Sono monella! Lo so) l’argomento ANTIBIOTICI PER L’INFLUENZA. Quindi condividerò con voi 3 considerazioni ed, infine, 2 casi clinici.

PRIMA CONSIDERAZIONE: ho scritto che il sistema immunitario impiega 3-5 giorni per poter rispondere ad un virus che ha infettato le nostre cellule. Questo tempo è valido per i pazienti sani. Nel caso di pazienti anziani, considerati "intrinsecamente fragili", o di pazienti non sani per malattie che richiedono l’uso di terapie farmacologiche che sopprimono il funzionamento del sistema immunitario, i tempi di risposta sono superiori. Ci vogliono dunque più giorni per rispondere. 

SECONDA CONSIDERAZIONE: tra le responsabilità dei medici vi è anche la prescrizione facile. Danno la ricetta durante la visita per evitare di dover rivalutare il paziente in una nuova visita. 

TERZA CONSIDERAZIONE: tra le responsabilità dei pazienti vi è anche il preferire di avere già la ricetta piuttosto che dover ritornare dal medico per una rivalutazione. In questo, medico e paziente danzano sulle stesse note.

Inoltre, il fenomeno che  aumenta la resistenza dei batteri agli antibiotici non è soltanto il prenderli quando non è adeguato farlo ma anche, e qui la responsabilità è dei pazienti, il prenderli per un periodo di tempo inferiore a quello prescritto.
Sfido chiunque a dirmi che non è mai capitato che, prendendo l’antibiotico, lo hanno interrotto nel momento stesso in cui è passata la febbre o comunque prima del tempo comunicato dal medico. 

Ma prenderlo per un lasso di tempo inferiore, vuol dire dare ai batteri quel tanto di stimolazione che, invece di minacciare seriamente la loro vita, rappresenta, al contrario, un’opportunità di allenamento per difendersi meglio quando si troveranno ad incontrare di nuovo lo stesso antibiotico. RISULTATO:
LA RESISTENZA E’ AUMENTATA! 

Passiamo ora all’ultimo punto previsto per questo articolo:

CASI CLINICI: 

1) Nel mese di gennaio 2017 abbiamo invitato a cena una coppia di carissimi amici. Uno di loro ha detto: "Ho avuto l’influenza quest’anno. Sono andato dal medico e mi ha dato l’antibiotico. Capperi, in 2 giorni mi è passata la febbre."

COMMENTO: l’antibiotico è stato prescritto il 2° giorno della manifestazione dei sintomi dell’influenza. Sappiamo, dunque, che il nostro amico con alta probabilità aveva un virus. In 2 giorni la febbre è passata quindi siamo a 4 giornate complessive. Se ne deduce che l’infezione è stata con alta probabilità sempre e solo virale, che il sistema immunitario ha autonomamente sconfitto il virus, che non solo l’antibiotico non serviva ma visto che è stato interrotto dopo 2 giorni con lo scomparire della febbre, ha aumentato la resistenza dei batteri normali residenti del nostro corpo. Evviva! 

2) Mia madre, di 86 anni, quest’anno ha fatto il vaccino come tutti gli altri anni. Glielo avevo fatto io a casa di mia sorella, dove risiede quando è in visita da noi qui al Nord. 
Due giorni prima delle feste di Natale, mi chiama mia sorella un mattino presto dicendomi che mamma stava facendo colazione quando si è sentita male ed ha chiesto di essere portata a letto ma non erano riuscite ad arrivarci. Mamma si era accasciata a terra e sembrava morta. Mia sorella ricordava che 2 anni prima le avevo detto di lasciarla distesa e non provare a tenerla alzata in questi casi. Così aveva fatto ma voleva sapere cos’altro doveva fare.
Siccome avrei impiegato tempo ad arrivare da lei, le ho chiesto di chiamare la guardia medica che la valutasse nell’immediato. Più tardi vengo a sapere che mamma si trovava al Pronto Soccorso perché avevano chiamato il 112 ed era arrivata l’ambulanza. Il personale dell’ambulanza, aveva deciso di ricoverarla per una desaturazione (la percentuale di ossigeno nel sangue segnata dal saturimetro era 92%). 
Mi precipitai in Pronto Soccorso ed aspettatai che, dopo qualche ora, la dimettessero. Il medico, pur sapendo che sono arrivata alla laurea, non mi disse nulla mentre io pensavo che era meglio 
andarcene di là e ritornare a casa. 
A parte la diagnosi sbagliata del Pronto Soccorso con tanto di farmaci adatti alla diagnosi ma non adatti a lei che quella diagnosi non l’aveva !, tra le prescrizioni vi erano i famosi antibiotici.
La ricostruzione che feci dell’incidente era molto semplice e comprensibile. 
Il giorno precedente, di sera, mamma aveva avuto la febbre a 38.8. Capito che era influenza e presa la tachipirina, si era sfebbrata durante la notte in modo tale da avere un’importante perdita di liquidi che spiegava la sincope (il suo perdere i sensi mentre la portavano a letto). A questo punto bisognava solo darle liquidi, quindi farla bere. I giorno del ricovero in Pronto Soccorso era il 2° giorno di influenza. Nel pomeriggio, portatala a casa, la febbre si era alzata a 38.2 e, datale la tachipirina, si era sfebbrata mentre io provvedevo a controllare che lei bevesse adeguatamente.
Ma qui viene il bello... 

La mia decisione fu di non darle gli antibiotici e di aspettare che ce la facesse da sola perché il picco di febbre del 2°giorno era inferiore a quello del 1°. 
Erano però i giorni di Natale e la famiglia era tutta riunita. Anche se sapevo cosa stavo facendo, non tutti i familiari erano d’accordo con quella "follia" di non darle l’antibiotico. Se l’hanno prescritto al Pronto Soccorso significa che si deve prendere. 
Nessuno me lo aveva detto esplicitamente ma i comportamenti non-verbali di alcuni testimoniavano chiaramente che non erano d’accordo.Alla mattina del 3° giorno, vista l’atmosfera, decisi che era meglio acquistare in farmacia gli antibiotici che il giorno precedente non avevo ritenuto opportuno prendere. 
Di sera il picco di febbre arrivò a 37.8. Il sistema immunitario stava reagendo autonomamente contro i virus.Al 4° giorno il picco di febbre arrivò a 37.2, temperatura che in ospedale sono stata abituata a non considerare febbre (in H la febbre inizia al di sopra di 37.5). 
Inutile dire che dell’antibiotico non ci fu bisogno e mia madre non ebbe più febbre. Il suo corpo aveva reagito da solo e le avevamo evitato un farmaco che, alla sua bella età, ha effetti collaterali più importanti che in un giovane.

3) In compenso, l’antibiotico prescritto a mia madre, lo diedi a mio marito. 
La sua temperatura corporea normale è 35,4 ed era a 37.2 stabile da circa 10 giorni ma soprattutto si lamentava perché sentiva di avere l’influenza. I segni ed i sintomi c’erano: tosse, rino-sinusite, dolori articolari e muscolari. 
Lui non è entusiasta di prendere farmaci ma la situazione si presentava stabile da giorni senza miglioramento. Una volta piegatosi all’antibiotico, ebbe un visibile miglioramento nel giro di 4 giorni ma prese l’antibiotico per i giorni consigliati di prassi.
Tutto è bene quel che finisce bene. 

Spero che questo scritto possa servire: 

 1) Mai fare da soli!!!

2) Ma per contribuire a creare una dimensione che sarà futura (purtroppo) ma che vedrà’ il prender vita di un clima di informazione culturale adeguata nel pubblico che permetta ai medici di riappropriarsi della propria competenza ed ai pazienti di ripristinare la fiducia nei medici in modo che si possa degnamente collaborare per il bene della collettività.

Buona salute a tutti.


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Maria Cristina Foglia Manzillo



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