facebook
twitter
linkedin
youtube
Per ulteriori informazioni  ed aiuti: +39 338 7674619
Per ulteriori informazioni puoi contattarci:
+39 338.7674619
info@pantarei2000.it
VIA E. De Amicis, 4
Casnate con Bernate (CO) 22070

 
 
Il sito web del centro 
Centro Studi Panta Rei
L'Associazione professionale Centro Studi Panta Rei è nata nel 1997 in provincia di Como (Italia) per volontà di Foglia Manzillo Maria Cristina e Nasti Nunzio.
centrostudipantarei_marchio

Articoli per argomenti


facebook
twitter
linkedin
youtube
pantarei2000.it @ All Right Reserved 2018  | Sito realizzato da Flazio Experience
 

Scopri tutte le ultime news del Centro Studi Panta Rei - Per l'integrazione tra psicologia, Medicina e Neuroscienze

15/09/2017, 00:49

reparto, Terapia intensiva, reparto di Terapia intensiva, medico, medico-rianimatore, psicologo, colloquio con i parenti, infermieri.



Storie-dalla-Terapia-intensiva:-Fabio


 Il reparto che ho frequentato per un anno ed in cui ho svolto la mia tesi di laurea in Medicina,




PREMESSA.Il reparto che ho frequentatoper un anno ed in cui ho svolto la mia tesi di laurea in Medicina, la Terapiaintensiva, ha davvero delle peculiarità che per me si traducono nellastraordinarietà di alcuni eventi di vita.In Terapia intensiva mi erastato dato un compito dal professore, compito che né lui né in sede di laureahanno apprezzato. Che peccato! Si trattava di uno studio che, per il reparto diquell’ospedale, era il primo tentativo e che avrebbe meritato tutt’altraimportanza. Avrei dovuto curare e studiare l’impatto di un’accoglienza nelreparto, utilizzando un organigramma ed un poster di presentazione del repartoe delle sue regole, sui familiari, sul loro stato d’animo, sulla possibilità dicollaborare con i medici al fine di prendere decisioni più lucide e meno dettatedall’ansia e dal dolore, per i familiari che, ricoverati, non sono più in gradodi decidere per se stessi. Era scontato per me che una Facoltà come quella diMedicina non avesse i recettori per rispondere adeguatamente al Fattore diCrescita rappresentato dall’argomento della mia tesi, avendola io conosciuta(la Facoltà di Medicina, intendo) in profondità negli ultimi anni della miavita, ed avendo poche illusioni riguardo al suo modo di pensare.                                                     

                                                     **************

Desidero qui raccontare unastoria, semplice, mesta ma anche significativa e, per me, una delle più belle. 

Quelgiorno ero a fianco del medico-rianimatore durante il suo colloquio con i parentidegli ammalati alle ore 12.00. I parenti entravano nella stanza, una famigliaper volta e, terminato il colloquio, andavano a trovare il loro caroricoverato. Uno di questi, un giovane uomo sui 40 anni circa, che chiameremoFabio, entra per il consueto colloquio ed il medico-rianimatore mi presentacome psicologa che sta svolgendo uno studio nel reparto, studio centrato suifamiliari. Se ha voglia di partecipare può prendere contatto con me al terminedel colloquio medico. Così, come ogni volta, dopo il colloquio medico, io escodalla porta insieme al familiare e gli chiedo la disponibilità a partecipareallo studio. La sua risposta è: "No, grazie, io sono una persona forte." Miviene da sorridere perché io non sono lì per proporre colloqui psicologici disostegno ma per portare avanti uno studio in cui i familiari segnalano il gradodi soddisfazione o meno con il servizio offerto dal reparto e sono lì permigliorare l’accoglienza che possa permettere loro di diminuire i vissuti diansia e prendere decisioni più lucidamente riguardo scelte vitali nellagestione dei loro cari ricoverati. Glielo spiego ma lui mi ribadisce che è unapersona forte. Aquesto punto lo lascio stare, rispetto il suo punto di vista, penso che non cisiamo intesi e realizzo quanto questa persona ci tenga a presentarsi nella vitacome una persona "forte". Mi ha dato un pezzetto di conoscenza fondamentale disé. So che è lì perché ha il padre ricoverato e, per rispetto a lui, evito diandare a vedere la cartella clinica del suo papà. Non so, dunque, in che statoversa il padre.

Da quel momento passano i giorni fin quando, un venerdì, svoltando l’angolo, mi ritrovo a passare nel corridoio dove ci sono le sedie dei familiari in attesa del solito colloquio giornaliero delle 12.00 con il medico. Vedo Fabio seduto insieme ad una donna che mi dirà essere sua moglie. A due sedie di distanza c’è un’altra giovane signora con cui ho condiviso l’intervista qualche giorno prima, signora che ha lì ricoverato il marito per un incidente in auto e che attende il proprio turno in compagnia della suocera. 
Saluto tutti sorridendo e chiedo alla signora di cui seguo la vicenda con il marito, come vanno le cose. La signora si lamenta che "i medici hanno fatto prendere un’infezione a suo marito". Da lì nasce uno sfogo rabbioso della suocera contro medici e reparto. Ascoltiamo tutti il racconto e lo sfogo fino a quando la signora e sua suocera entrano a colloquio con il medico. Sento che, nella stanza del colloquio, i toni cambiano decisamente. Le due donne, poco prima rabbiosamente inviperite contro medici, infermieri e reparto, diventano mansuete e sottomesse.
Fabio e la moglie si rivolgono a me e vogliono intervenire su quello che hanno sentito. Fabio non ha nulla di cui lamentarsi riguardo al comportamento del personale, sa che le infezioni sono la regola in un ospedale ed è addolorato che le due donne se la prendano con il reparto per un problema che, è noto, essere una caratteristica dell’ambiente ospedaliero. Vista la tranquillità con cui si rivolge a me e con cui mi presenta la moglie, donna che saprò essere la parte "debole ed ansiosa" della coppia, chiedo come sta il papà, di cui non so nulla. Mi dice che attendono di parlare con il medico perché sembrava stesse andando meglio e adesso sono ansiosi di sapere se i miglioramenti si sono mantenuti.
Per quel giorno ci salutiamo e li lascio nella speranza di un miglioramento duraturo.
Arriviamo al martedì successivo. Sto uscendo di corsa dal reparto di Terapia Sub-intensiva per andare ai colloqui ed incrocio nel corridoio Fabio mentre, uscendo dalla zona filtro, con già il camice verde addosso, è diretto nel reparto della Terapia intensiva. Visto che aveva accettato di chiacchierare con me il venerdì precedente, mi fermo, lo saluto sorridendogli, come faccio al solito, e gli chiedo come sta il papà. Mi saluta cordialmente e mi dice: "Il mio papà sta molto male. Sono appena uscito dal colloquio con il medico e mi ha detto di prepararmi e di andare a salutare mio padre perché potrebbe essere l’ultima volta che lo vedo vivo." 

Io, che avevo una gamba già pronta a partire, la rilasso decidendo di fermarmi un attimo con lui e gli dico con fare serio: "E lei non è pronto ad andare a salutarlo in questo momento!" Fabio mi guarda e risponde con un sorriso infinitamente triste: "E’ così." "Bene" penso tra me e me "Posso fare qualcosa. Lo intrattengo in modo che parli per qualche minuto ed elabori velocemente ciò che sta accadendo. E’ una persona forte, su questo sono d’accordo con lui, devo dargli tempo solo per una boccata d’aria." 
Così gli parlo: "Mi dispiace molto di quanto mi dice. Ma era una cosa inaspettata?"
Fabio: "Pensandoci su un attimo, credo che le cose non andassero bene già l’ultima volta che ci siamo visti. Ma quel giorno era il mio compleanno ed i medici, credo, non hanno voluto dirmi come stavano le cose per non rovinarmi il compleanno. Loro lo sapevano già."
Mi soffermo a chiacchierare con lui mentre intorno a noi si è fatto il buio più totale. Non percepiamo la presenza di nessuno nonostante un vivace movimento di familiari, medici ed infermieri che, a quell’ora del giorno, vanno e vengono nel corridoio. 
Non sono passati che 5-10 minuti da quando chiacchieriamo ma guardo il suo volto e vedo che si è disteso. Allora gli dico: "Ora è pronto per incontrare suo padre per l’ultima volta."
Fabio sorride, sempre mestamente, e mi dice: "Si, mi sento pronto. Posso darti del tu?"
"Certo."
"Bene. Grazie, Cristina."

Oltre a darmi del tu, mi ha chiamata per nome. Non credevo che ricordasse il mio nome. Nella tragicità del momento, ho pensato a come può essere semplice aiutare un essere umano in difficoltà. Ed a come i medici, ma in generale, gli esseri umani si perdano nell’idea di dover fare chissà che cosa per dare una mano, per fornire un sollievo ad un compagno di vita. Penso anche che per molti medici quello scambio non ha nessun valore perché non abbiamo toccato una molecola che si chiama AX39B o ACCIDENTIATE e non abbiamo usato una molecola come FARMACO, quindi quello scambio, in realtà, per i medici "organicisti spinti" (non sono tutti così ma ce ne sono veramente tanti, ahimé) non esiste. 

Io rispondo, allineandomi al "tu", con le lacrime agli occhi: "Non c’è di che! Ora vai pure." E lo vedo avviarsi verso il letto del padre...


Maria Cristina Foglia Manzillo







1
Percorso-in-solitaria-in-val-di-Mello,-a-San-Martino,-14-giugno-2013-(4).png

Iscriviti alla newsletter

Rimani aggiornato sulle nostre attività gratuitamente
Create a website
Chiudi

Accedi