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19/09/2017, 18:33

Terapia intensiva, reparto, sala d?attesa, medici, mal di testa, Pronto Soccorso, esami di routine, disfagia, paralisi, CPS, OSS.



(I)-Storie-dalla-Terapia-intensiva:-la-paralisi-di-Anna---prima-parte


 Questa è la prima storia terribile di cui sono stata testimone durante l’anno in cui ho frequentato il reparto di Terapia intensiva e spero di riuscire a descriverla con il rispetto che merita. Ricordo il giorno in cui seppi che Anna, una giovane don




Puoi visionare anche la lettura dell’articolo da parte dell’autrice


Questa è la prima storiaterribile di cui sono stata testimone durante l’anno in cui ho frequentato ilreparto di Terapia intensiva e spero di riuscire a descriverla con il rispetto chemerita. 

Ricordo il giorno in cuiseppi che Anna, una giovane donna di 35 anni era ricoverata. I medici parlavanodella sua storia: era estate, Anna era a casa da sola, visto che i genitori,anziani, erano in visita dai suoi nonni in Puglia. Lei era rimasta a casa perlavorare, durante le vacanze, al suo hobby preferito. In un locale della casaaveva impiantato un laboratorio di arti creative, di lavoretti manuali e lìusava colle, forbici, punteruoli, colori ed innumerevoli attrezzi che lepermettevano di creare ciò di cui era appassionata.
 
Si era sentita male. Ungiorno aveva avuto un forte mal di testa ed era andata al Pronto Soccorsoperché non le passava. L’avevano rimandata a casa perché, dopo gli esami diroutine, sembrava tutto in ordine. 

Dopo due giorni le erasembrato di non riuscire più a deglutire bene (disfagia, in termini tecnici).Era ritornata al Pronto Soccorso ma i medici non avevano dato una grandeimportanza al suo sintomo. Era stata nuovamente dimessa.
 
Purtroppo nei giorni seguentila situazione era peggiorata fino a quando non era più riuscita a stare inpiedi con il solito senso di sicurezza. Nel momento in cui la vedevo io, eraricoverata e completamente immobilizzata, paralizzata nel giro di pochi giorni.Che cosa stava succedendo?Non lo capirono nell’immediato ma non lo capirono neanche nelle settimanesuccessive. Si richiedevano esami di continuo, Risonanze magnetiche, esami delsangue, visite specialistiche neurologiche, esami del sistema immunitario,esami per la rilevazione di virus o altri agenti infettivi ma fu tutto invano. Furonosospettate anche le colle sintetiche che usava per il suo hobby. Non si riuscìa sapere che cosa fosse accaduto in quel corpo che deperiva giorno per giorno eche, giorno per giorno, rimaneva immobile; giorno per giorno, era inerte;giorno per giorno, sembrava morire, sembrava andar via, schiacciata sul lettoda una forza che non riusciva più a contrastare. Una esperienza terribile, lasua, che non aveva un nome ed era destinata a non averne. 

Mi veniva spesso in mentequella stupida, orrenda frase che ho imparato a detestare negli ultimi annidella mia vita per la sua sprezzante superficialità, la superficialità di unmondo in cui davvero credono tutti di essere psicologi e di essere dotati diempatia e di capacità di comprensione ma in cui copiosamente ho sentito dire damolti di questi presunti psicologi: "Tutti hanno i propri problemi!" Sarà... mac’è problema e problema, gravità e gravità, barca e barca, acque ed acque...anche se navighiamo tutti nello stesso mare. 

Se penso a ciò che perprima cosa sentii dire di lei: "Una tipa strana... una che vive chiusa in unlaboratorio in casa a lavorare al suo hobby. Bah, valla a capire!" Mi chiedevo:"Ma che vuol dire? Questo è tutto ciò che sanno di lei e già l’hanno fattadiventare "una tipa strana". Complimenti per la raffinatezza del ragionamento!"

                                            ************************

Imparai a conoscere i genitoridi Anna. Prima di tutto il padre. Si avvicinava a lei durante il turno divisita, rimaneva con gli occhi sulla figlia, immobile. Non parlava, non la toccava,non cercava nessun contatto. Il suo volto era allibito, afflitto, disorientato.Con la sua rassegnata incredulità arrivava e con la sua rassegnata incredulitàandava via dopo qualche minuto non sapendo cosa fare con quella figlia che nonc’era più. 

Un giorno accadde che,entrando nel reparto, mi accorgessi che c’erano più studenti del solito.Trattandosi di un reparto universitario, noi studenti potevamo mettercid’accordo e frequentare. Ci prenotavamo in modo da non essere mai più di tredurante un turno ma spesso accadeva che si era in numero maggiore perchéqualcuno se ne sbatteva allegramente delle regole... in puro stile nazionale.Detestavo quell’ammucchiata e, visto che mi era stato dato da poco l’incaricodi condurre uno studio sui familiari per la mia tesi di laurea, decisi, dopoaver partecipato al giro visite dei medici, di andarmene in sala d’attesa.Quella volta non cambiai la divisa; entrai, mi sedetti tranquilla su unapanchina con un libro da studiare ed aspettai gli eventi. 

La sala d’attesa è unluogo degno di attenzione, un luogo in cui mi sarebbe piaciuto condurre studigià da quando, 20 anni fa, ero psicologa tirocinante presso un CPS (CentroPsico-Sociale), a Milano. Ricordo che un giorno, in mancanza di uno studio inreparto in cui mettermi, avevo pensato di fermarmi in sala d’attesa epartecipare all’atmosfera che si creava tra pazienti. Meraviglia dellemeraviglie: feci un’esperienza unica e trovai interessantissimo udire i lororiferimenti alla struttura, ai medici, a ciò che apprezzavano ed a ciò chedetestavano, a ciò che consideravano corretto ed a ciò che li facevainnervosire. 
Perciò, iniziai con curiosità i lavori della mia tesi di laurea inMedicina partendo dalla conoscenza della sala d’attesa. Quel giorno il padreera insieme alla madre di Anna. Erano lì ed aspettavano che la OSS (operatriceSocio Sanitaria) aprisse la porta e dichiarasse che i familiari dei pazientidella Terapia intensiva generale potevano entrare. 
Io non feci nulla, furono iparenti che a turno mi rivolsero la parola, ora per chiedermi se avevano giàaperto per uno dei reparti di loro interesse, ora per chiedermi delucidazionisull’orario, diverso per ogni reparto di cui si componeva la Terapia intensiva.Il nostro è un ospedale universitario e vi sono 6 diversi reparti di Terapiaintensiva (TI), uno per la TI generale (TIG), uno per la sub-intensiva, uno perla neurochirurgica, ecc... 

Tra le tante persone chespontaneamente mi coinvolsero (e da cui mi lasciai coinvolgere), vi erano igenitori di Anna con cui cominciai a parlare quando si aprì la porta della TIG(Terapia intensiva generale) ed il padre decise di entrare per primo. Mentre lasala d’attesa si svuotava, io rimasi con la madre. Iniziammo a parlare, lei mispiegò la situazione di Anna. 
Anna aveva 35 anni, si erasentita male mentre loro erano via e lei non riusciva a perdonarsi di nonessere rientrata immediatamente dalla Puglia, non appena era venuta a saperedel malessere della figlia.Iniziò a piangeredisperata: "Avrei dovuto capire, avrei dovuto ritornare subito, le cose magarisarebbero andate diversamente. Da sola, povera figlia, ha dovuto affrontarel’angoscia di quei giorni. Non riesco a perdonarmelo. Cercava di tranquillizzarci.Diceva che al Pronto Soccorso le avevano detto che era tutto a posto e che nonc’era bisogno di ritornare dalle vacanze. Diceva: godetevi ancora un po’ ivostri genitori perché li vedete così poco e sono così anziani." 

Piangeva sempre piùdisperata e si chiedeva: "Che cosa possiamo fare? I medici non capiscono checosa sta succedendo. Come facciamo ad aiutarla. Magari potremmo portarla in unaltro reparto, un reparto specializzato. Avrei voluto informarmi ma dicono chenon è in condizioni di reggere uno spostamento e che bisogna curarla qui." 

I singhiozzi incessanti lacostringevano a fermarsi ogni tanto ed a cercare di riprendere a respirare... "Unabrava figlia. Casa e lavoro. Non aveva più voluto avere relazioni con i ragazzidopo che era stata tradita da un ragazzo. Non aveva voluto più nessuno e poi,dopo 10 anni, era stata riavvicinata dallo stesso ragazzo ma questo disgraziatol’ha ferita nuovamente. Povera figlia, tanto brava, tutta casa e lavoro, tantoseria ed assennata. Si è dedicata al suo hobby per distrarsi un po’. (Nelfrattempo io pensavo: "Eccola qua la tipa strana dei medici! Un essere umano inpiena regola e niente affatto strana.") Ma come è potuto accadere. Io nonriesco a capire. Non dormo la notte, non riesco più a mangiare. E’ un’angoscia,un’angoscia infinita." 

Le lacrime, copiose, siintrecciavano alle parole che mi sembrava fossero diventate liquide anch’esse, enon si sono mai fermate mentre mestamente parlava con me; la disperazione diquesta donna, la prostrazione, lo scoramento erano strazianti. Io potevo solostare ad ascoltare, non potevo fare altro. Anna a me appariva morta, sempre congli occhi chiusi, non avevo sufficiente esperienza della Terapia intensiva persapere quale avrebbe potuto essere lo scenario possibile nel corso dei giorni equale era la sua reale condizione interiore. Del resto tutti i pazienti sonomantenuti in uno stadio larvale che solo studiando per la tesi edimpadronendomi meglio di quanto avviene nel reparto ho capito essere unomicidio per questi pazienti, un omicidio che non viene riconosciuto da nessunoe di cui proprio la situazione di Anna mi permise di iniziare a sospettare lagravità...FINE PRIMA PUNTATA


Seconda parte dell’articolo


Maria Cristina Foglia Manzillo




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