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I nostri articoli - Per Argomenti

02/10/2017, 22:27

Terapia intensiva, paziente, consulti neurologici, medici, analisi, Risonanze Magnetiche, lacrime, piangere.



(III)Storie-dalla-Terapia-intensiva:-la-paralisi-di-Anna-(terza-parte)


 Anna fu ricoverata per un lungo periodo e le sue condizioni continuarono a far impazzire i medici che non comprendevano la sua malattia.




Anna fu ricoverata per un lungo periodo e le sue condizioni continuarono a far impazzire i medici che non comprendevano la sua malattia. I consulti neurologici si susseguivano, le analisi si susseguivano, le Risonanze Magnetiche si susseguivano ma della sua malattia non si veniva a capo. Con il passare del tempo, si pensò a patologie sempre più rare tanto che i campioni di sangue vennero spediti a laboratori speciali per effettuare analisi straordinarie.
All’epoca, dovendo studiare e lavorare, frequentavo il reparto soprattutto al pomeriggio e, durante quelle ore, vedevo Anna sempre avvolta nella solita atmosfera calma del reparto, luci basse, solo le voci degli operatori dietro al bancone principale, il suo corpo sempre immobile, gli occhi chiusi, i tubi che entravano indiscreti dappertutto negli angoli più intimi e segreti. Così la vedevo ... sempre.

Un giorno, era l’ora di ricevimento dei familiari per il reparto, mi accorsi che la madre di Anna era presso il letto della figlia. Era china su di lei, e contrariamente al padre, la toccava, le accarezzava le mani, le spalle, le gambe e le parlava. "Povera figlia mia" sembrava dire "che cosa ti sta capitando. Ma adesso ci sono qua io. Non preoccuparti. Sono con te, non ti lascio sola."

Mi avvicinai condiscrezione a loro e le salutai. Rimanemmo qualche minuto insieme achiacchierare, io e la signora. Poi silenzio, finché le dissi: "Questo è il suospazio, signora, non voglio invaderlo. Adesso la lascio da sola, così può starein intimità con sua figlia." 
"No" mi rispose lei"stia pure con noi. Non mi dà nessun fastidio. La prego." 
"Va bene. Quand’è così,rimango volentieri un po’ con voi."
La madre era rivoltaverso la figlia, continuava a parlarle con dolcezza mentre Anna, sempreimmobile, teneva gli occhi aperti ma inespressivi, come già l’avevo vista fare.

"Ma.... Cristina..."dissi a me stessa stropicciandomi gli occhi "...che cosa sta succedendo? Non èpossibile che io veda..." e continuavo ad aprire e chiudere le palpebrenell’attesa di rimettere a fuoco l’immagine. Passavano i secondi, a mesembravano eterni, ed io lottavo ancora con gli occhi, stavolta strofinandomelicon le dita.

Ero sicura di avervisto male, eppure c’era qualcosa di strano, qualcosa che non mi tornava... possibileche Anna ci fosse, fosse lì con noi e stesse ascoltando quello che dicevamo?Possibile che dietro la sua immobilità, dietro quel muro ostinato che nonriuscivamo ad abbattere, ci fosse Anna tutta intera? Ma no, dai, non puòessere, mi stavo sbagliando...

Così pensavo quando sentii le parole della madre: "Non piangere, tesoro mio. Ti prego, non piangere..."

Dio mio, un brivido mi percorse la schiena! Quale fu il mio stupore a quelle parole. Ma, allora, avevo visto giusto! Anna stava piangendo. Anna c’era, era viva, VIVA. Dall’altro lato del muro, Anna poteva ascoltare, provare emozioni, pensare, capire, immaginare; Anna poteva piangere. Solo che il suo corpo, i suoi muscoli, non rispondevano più e lei non poteva AGIRE il suo mondo interiore, non poteva mostrarci se stessa, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, non poteva "comportarsi".

Quell’attimo, quel momento fu un’esperienza indimenticabile. Al ricordo, avverto ancora un brivido, una sottile, gelida vibrazione salirmi lungo la schiena.

                                             *************

Qualche giorno dopo capitai in reparto di mattina, quando l’attività è più frenetica, ed incontrai in quella occasione la fisioterapista, Carla, del reparto.

Quando mi avvicinai, stava lavorando con Anna. Il suo corpo era debolissimo e sciupato, i suoi muscoli erano ridotti al minimo ma con l’aiuto di Carla, con il suo continuo spronarla e stimolarla con parole dolci a muovere il suo corpo, anche se di poco,  e con un grande sforzo da parte di Anna stessa, la vidi piegare di qualche centimetro i piedi, le gambe, vidi la fisioterapista prenderle le mani e portargliele lentamente sulla fronte per stimolare la sua sensibilità tattile, il riconoscimento di sé, l’esplorazione del proprio corpo, per sentire il braccio che si muoveva anche se passivamente spostato da Carla e non da Anna stessa. 

Ascoltavo Carla, mentre le diceva: "Ciao Anna. Sono Carla, la tua fisioterapista. Stamattina ci muoviamo un pochino. Facciamo un po’ di esercizio.... Ecco, adesso muoviamo un po’ i piedi... cominciamo con il destro... prova a piegarlo verso di me... brava... verso di me, ecco, piano, piano. Va benissimo, senti?... si è mosso di qualche centimetro... ora lo muoviamo dall’altra parte...". Carla la aiutava con le sue mani, seguiva quel lieve movimento accennato da Anna e quando non riusciva ad ottenere neanche il più piccolo movimento, allora usava le sue mani per mobilizzare e stimolare Anna. Allora le diceva: "Ora prendo la tua mano e sposto il braccio verso il tuo volto. Ecco, adesso tocchiamo la tua fronte, sentila. Questa è la tua fronte, Anna... Queste sono le tue guance ... poi c’è il tuo naso... la tua bocca. Le senti? ... Eccole qui! ... Ed ora passiamo all’altra mano... facciamo con l’altra mano la stessa cosa."

Stando accanto a Carla mentre lavorava con Anna, provavo una stretta al petto per due motivi. Innanzitutto perché capivo che Anna, e molti pazienti come lei, avrebbero avuto bisogno di ben altra quantità e qualità di stimoli per mantenere viva la persona, l’individuo, l’essere umano; che il lavoro di Carla era validissimo ma era povero ed insignificante non perché Carla lavorasse male, anzi! Ma perché le venivano concesse troppe poche ore di lavoro su un gran numero di pazienti. Quello che si riusciva a fare era insignificante, gli stimoli forniti erano nulla a confronto di quello che un corpo(-mente) umano vive durante una normale giornata di vita e di cui noi non ci accorgiamo perché, vivendoli normalmente, li diamo per scontato. Gli stimoli sensoriali, i movimenti sono parte del nostro cibo quotidiano, ci mantengono nutriti ed in forma, mentre noi non ci accorgiamo.

Cominciai a sospettare che il reparto di Terapia intensiva avrebbe dovuto essere un reparto in fermento e non un reparto di pazienti tutti addormentati. Non tutti i pazienti, si intende, ma molti di questi si sarebbero avvantaggiati di un lavoro che andava oltre il mantenere stabili i parametri vitali. Nei mesi successivi, ho sviluppato un’idea della Terapia intensiva in generale (non quella dell’ospedale nello specifico che stavo frequentando) come di un reparto arretrato.   

Il secondo motivo per cui mi si stringeva il petto era questo: stando accanto alla fisioterapista avevo intensamente desiderato che la madre, il padre, i familiari avessero potuto assistere a quel momento, proprio come stavo facendo io. Avrebbero visto che la figlia c’era, era viva, molto più di quando gli infermieri la ricomponevano, dopo aver rovistato in ogni angolo del suo corpo ed in tutte le sue funzioni e dopo averla lavata e sistemata per presentarla in ordine alla famiglia. Che peccato! L’avrebbero vista viva! Il dialogo con loro sarebbe stata un’esperienza di tutt’altra intensità e significato, pur nella tragedia che li aveva investiti. Avrebbe fornito ben altra speranza a loro familiari ed a lei, Anna.

Maledetta medicina quando non si avvicina al malato, non ne comprende le esigenze, si asservisce al farmaco e solo al farmaco, alle funzioni vitali, importantissime, ma non esclusive. Maledetta medicina quando non si occupa del paziente nella sua interezza, quando ci insegna che siamo un mucchio di cellule e ci dice che la psiche sono tutte balle, maledetta medicina quando, da un lato, mantiene in vita un corpo ma poi dall’altro lo abbandona, non lo stimola e permette che vada indietro nello sviluppo anche quando, a onor del vero, basterebbe poco per "dargli da mangiare". Maledetta medicina quando fa solo i conti con l’economia e vuole guadagnar sulle malattie.

Maledetta medicina quando convince i suoi allievi, giovani, che tutto ciò che conta sta nel corpo e non nella persona, quando abbatte e denigra la psicologia. E quando completa l’opera perché la salute diventa solo una questione economica.

E’ tutto da dimostrare che, per una comunità, trattare i propri malati come vengono trattati sia davvero economicamente conveniente! E, per una volta, dimostrate voi che considerare la medicina come una "professione" sia più conveniente che considerarla come una "missione"!

Non penso che sia facile comprendere il mio commento sul reparto di Terapia intensiva: non me lo aspetto dalla maggior parte dei medici, dei pazienti, dei familiari. Forse può comprendere chi si occupa di neuroscienze.
                                           
                                                   ************** 
Approfitto per rispondere qui agli amici che hanno letto la prima puntata e che, in molti, hanno reagito pensando che Anna fosse in "stato vegetativo", cosa che io non ho mai scritto. 

Quello che si credeva è che il sistema immunitario avesse giocato un gran brutto scherzo ad Anna... chissà per quale motivo. Solo che, se era stato il sistema immunitario a perdere il controllo, può capitare che, se manteniamo in vita il corpo, poi lo stesso sistema si resetti e si supera la crisi.

Il fatto che non fosse in uno stato vegetativo faceva sperare che, una volta provveduto nel reparto di Terapia intensiva a mantenere in range le funzioni vitali di Anna, ossia la circolazione, il cuore ed il respiro ma anche il controllo del metabolismo, un giorno avrebbe potuto superare la crisi e ritornare alle sue funzioni autonomamente. 

Non so cosa sia accaduto nella realtà ad Anna perché smisi di frequentare il reparto per poter studiare e sostenere, poco prima di Natale 2016, il terzultimo ed il penultimo esame alla Facoltà di medicina. Non riuscii neanche a salutare i familiari cosa che mi dispiacque tanto ed il cui ricordo mi afflisse per qualche mese. Mi sentivo come se li avessi traditi.

Quando rientrai, a gennaio 2017, Anna non era più ricoverata lì. Provai a chiedere che cosa era successo ma sembrava che la mia fosse una richiesta non lecita perché nessuno mi rispose. Dopo qualche tentativo, smisi di chiedere ma Anna e la sua storia rimarranno sempre presenti nella mia memoria finché questa mi assisterà.




Maria Cristina Foglia Manzillo








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