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20/05/2016, 18:53

fallimento, psicoterapia, psicologia, psicologi, medicina, medici, errore, formazione professionale.



Sul-Fallimento-in-psicoterapia


 E’ uno strano titolo davvero! Un argomento non del tutto usuale, anzi di solito ampiamente evitato. Ebbene, mi accingo a parlarne.




E’ uno strano titolo davvero! Un argomento non del tutto usuale, anzi di solito ampiamente evitato.

Ebbene, mi accingo a parlarne.

Anni ed anni fa, quando ero ancora una ragazzina, parlando con un ginecologo nostro amico durante una visita, non so come, finimmo con l’intrattenerci chiacchierando delle tecniche anti-concepimento. Io gli feci notare che sui testi specialistici avevo più volte letto che la percentuale di efficacia della pillola era segnata al 99%. Mi chiedevo come mai non al 100%. Lui, pazientemente, mi spiegò che non si scrive mai 100% in medicina a causa di un certo fattore "imponderabile" che può portare al fallimento. Quella lezione non l’ho mai dimenticata e da allora ho iniziato a riflettere sull’impossibilità di riportare, per ciascuno di noi, un successo al 100%.

In quegli stessi anni, iniziai gli studi di psicologia ed una delle prime materie da affrontare fu "Statistica Psicometrica". Studiandola, scoprii che anche in un’azienda durante quella che può sembrare una produzione del tutto standardizzata di pezzi meccanici (qualunque essi siano, da un semplice bullone ad un’auto intera), un certo numero di pezzi venivano fuori dalla produzione "difettati". Continuai a riflettere sulla impossibilità, per ciascuno di noi, di riportare il successo al 100%.

Poi arrivò la laurea e, con essa, l’iscrizione alla scuola di specializzazione, quella che avrebbe dovuto proiettarmi direttamente nel mondo della clinica. Durante gli studi così squisitamente clinici, mi chiedevo spesso come mai ci parlassero solo di successi ma mai di fallimenti e pensavo che a noi sarebbero accaduti inevitabilmente nel quotidiano operare. Che cosa avremmo avuto dalla nostra parte per prepararci al fallimento, se il nostro percorso non prevedeva che il fallimento venisse affrontato? Mi chiedevo: se non ci preparano, non sarà un modo per aumentare la quota dei fallimenti stessi? Se non li affrontiamo è perché ne abbiamo paura, ma... se ne abbiamo paura... e se li evitiamo, non potremo imparare nulla di nuovo dagli errori e così continueremo a farne e proprio di quello stesso tipo.
Sono convinta che tutto ciò che possiamo fare al riguardo è proprio cercare di essere professionali, che per me vuol dire, anche, prendere quelle precauzioni ed avere quella preparazione umana e tecnica per ridurre al minimo il fallimento. Inoltre, per lo psicologo, vuol dire anche prendersi cura di sé. Noi rappresentiamo per noi stessi la principale ricchezza come psicologi. Intendo dire che nessuna preparazione teorica può sostituire la nostra preparazione umana. Non ci sono lauree, Master, specializzazioni, corsi di formazione professionale che possono darci quella competenza "umana" che ci è richiesta, insieme alle competenze tecniche. Solo un percorso di psicoterapia o di supervisione o di attenzione adeguata verso di sé o un valido "modello umano" da seguire potrà garantire quella preparazione "umana" che ci è indispensabile.

Comunque, ho iniziato a scrivere del fallimento perché mi interessa portare attenzione al semplice fatto che non se ne parla. Peggio ancora, non se ne parla tra noi psicologi.

Oggi si inizia a parlarne un po’ di più, ma sempre con le dovute precauzioni e comunque troppo poco perché diventi significativo. Si confina l’esperienza a qualche libro che inizia ad interessarsi alle percentuali di successo e fallimento nelle varie forme di intervento psicoterapico.

Mi dispiace che ciò sia accaduto proprio in una materia, come la psicologia, che mi ha affascinato originariamente (da quando avevo 12 anni) proprio per la chiarezza e la tranquillità con la quale "osava" parlare di argomenti scabrosi, nascosti, difficili, segreti portandoli alla luce del sole e facendoli diventare semplicemente naturali, condivisibili, un argomento di conversazione che, alla luce, perde quella venatura di carica, mistero, paura o violenza e di inevitabile soggezione che il buio porta con sé.

E’ il motivo per cui la psicologia è vietata nei regimi totalitari. Rappresenta "l’osare": osare guardare, osare percepire, osare parlare, contro il non vedere, rappresenta lo scoprire contro il nascondere.
Allora perché non ne parliamo? Perché nessun docente è disposto a dirci quando ha fallito? Perché nessun docente considera costruttivo e formativo per i suoi allievi e per se stesso la condivisione dei propri (e non solo degli altrui) fallimenti? E perché gli allievi (l’altra onnipresente faccia della medaglia) non reputano importante il confronto con i fallimenti dei propri docenti? Li vedrebbero forse innaturali, segno di incompetenza, segno di non professionalità? Ma, in questo modo preparano la strada alla impreparazione, alla vergogna per l’errore, ai meccanismi di difesa contro l’errore, allo spostamento su un capro espiatorio, alla giustificazione, al non apprendimento. Insomma, si preparano a fallire meglio e di più.
Ebbene, anche noi psicologi abbiamo paura del fallimento. Anche noi guardiamo più facilmente quelli degli altri. Ed anche noi facciamo fatica a parlare dei nostri.
Eppure, ripeto, non possiamo farne a meno, accadrà comunque di fallire, perciò, nel nostro stesso interesse, non dovremmo evitare di confrontarci con esso.
Ecco, io non volevo riproporre questo stesso modello durante le mie lezioni. Volevo poter parlare con gli allievi, tutti psicologi, del fallimento, dell’importante insegnamento dell’errore nel nostro operare ed ho diviso, durante l’ultima lezione su questo argomento, gli errori in quattro gruppi:

Un gruppo di situazioni fallimentari in cui so di aver fatto un errore importante (o più errori).

Un gruppo di situazioni fallimentari in cui so che l’errore è stato fatto da entrambi (vuol dire che sia io che il paziente non siamo stati in grado di creare una buona relazione, e la relazione, si sa, è responsabilità di entrambi) o dal paziente (i pazienti non hanno sempre ragione quando ci giudicano e ci valutano. Possono sbagliare anche loro.).

Un gruppo di situazioni in cui il paziente non è stato contento (e considererebbe quella situazione probabilmente come fallimento) ma io credo di essermi comportata professionalmente (il che vuol dire che io non lo valuto come fallimento). Vuol dire che la mia decisione professionale è stata quella di non colludere con il paziente e di non mettermi nella posizione relazionale che avrebbe perpetuato oltre i suoi ruoli, ruoli che aveva dichiarato, almeno in teoria, di voler cambiare. E’ un modo per evitare, da parte mia, manipolazioni ed insuccessi futuri nei quali, pur di essere bene accetta al paziente, sottostò al ruolo che desidera ma poi non faccio nulla di buono per lui. In pratica, ho semplicemente evitato il conflitto rendendomi simpatica e gradevole ai suoi occhi, ma lui uscirà dalla terapia esattamente uguale a prima. Addirittura rinforzato nei suoi ruoli.

Un gruppo di situazioni in cui non so che cosa è successo.
Quello che in questo gruppo di situazioni mi premeva era di sottolineare che noi esseri umani tendiamo a dare una spiegazione anche quando non ce l’abbiamo ed io volevo che a lezione venisse proposto un modello nel quale, invece di tentare di aprire bocca per forza per l’intolleranza verso l’ignoto, rimanessimo a contatto con la risposta "Non so cosa è successo", "NON LO SO", senza che questo scatenasse la caccia alla risposta a tutti i costi.

Spiego agli allievi colleghi che è fondamentale che loro parlino dei fallimenti con i docenti e che valutino i loro docenti sulla possibilità che hanno di affrontare anche questo punto, ma a me non sembra che ne siano molto convinti.
Di per certo so che anche loro, giovani professionisti, hanno una gran paura di essere giudicati e di sbagliare. Lo verifichiamo continuamente durante le lezioni. Immagino dunque che più di uno di loro sia in disaccordo con me su questo punto.
Durante la lezione, il fatto stesso che io ne parli porta sollievo alle loro ansie ma non so quanto rimanga di tutto ciò a lungo andare.

Solo un’ultima considerazione prima di terminare: nel mondo moderno la medicina viene molto criticata ed i rapporti umani tra pazienti e medici vengono a ragione spesso additati come il punto debole del rapporto tra sanità e pazienti, ma la medicina ha un grande punto a suo vantaggio riguardo all’argomento che sto trattando: la percentuale di successi e fallimenti è SEMPRE riportata negli studi.

Non c’è manovra, non c’è farmaco, non c’è esame, non c’è prova di laboratorio verso la quale il medico non si preoccupi di capire quanto funziona e quanto danneggia, quando ha successo e quando fallisce.

Almeno nel nostro percorso di studi in medicina, il fallimento è contemplato.

Che poi un medico lo sappia affrontare....... Beh, questo è un altro paio di maniche!

Maria Cristina Foglia Manzillo




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