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20/05/2016, 21:06

tilit come psicologa/psicoterapeuta, prima seduta, sedute successive, cadenza delle sedute, obiettivi in psicoterapia, storia di vita, compiti in psicoterapia, dipendenza/indipendenza del paziente, fatture non soggette ad IVA in p





 Mi propongo, scrivendo: per me, di incontrare i pazienti che sono più adatti a me ed al mio modo di lavorare



Mi propongo, scrivendo: per me, di incontrare i pazienti che sono più adatti a me ed al mio modo di lavorare e, per loro, di incontrare lo psicologo-psicoterapeuta più adatto a loro. Vorrei, dunque, permettere ai pazienti di scegliere. Non potrei trovarmi con tutti i potenziali pazienti e non tutti i potenziali pazienti si troverebbero con me. Desidero dunque spiegare il modo in cui mi piace lavorare.

Faccio una premessa. I pazienti di solito richiedono:

1) Una sola seduta con un lavoro di consulenza (è sufficiente lo psicologo)

2) Un numero limitato di sedute con un lavoro di consulenza o di sostegno (è sufficiente lo psicologo) o di psicoterapia molto breve (sarebbe necessario lo psicologo/psicoterapeuta; in realtà, a questo livello non è sempre facile distinguere tra la necessità dell’una o dell’altra figura).

3) Un percorso più lungo, la cui durata dipende in parte dagli psicoterapeuti coinvolti (è più probabile che duri a lungo se si sceglie un analista, è più probabile che possa essere breve se si sceglie uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale) ed in parte dalla disponibilità e dalla richiesta/motivazione dei pazienti. Di solito, in questo caso le finalità sono soprattutto psicoterapeutiche ma possono capitare situazioni particolari nelle quali il soggetto desidera o necessita di un sostegno a più lungo termine e non di una psicoterapia.

Alla base di questa premessa, la cui necessità sarà chiara più avanti, attualmente come desidero svolgere il mio lavoro?

Ho un desiderio principe su tutti gli altri.

Desidero che il mio lavoro sia UTILE, ossia non mi piace essere pagata per un lavoro che non serve. 

Sono una libera professionista, il che vuol dire che i pazienti vengono di solito liberamente, ma questo non vuol dire che vengono essendo convinti di quello che stanno facendo, di volerlo e di ritenerlo utile.

Capita invece che i pazienti arrivino confusi, su spinta esterna, che dichiarano di non voler soffrire, di essere venuti per un primo contatto perché non sanno ancora capire se a loro va o non va iniziare un percorso, di sapere che può essere utile ma hanno delle resistenze, che vogliono farlo ma non sanno se è il momento giusto, che hanno paura di scoprire che c’è stato un trauma nelle loro vite di cui non hanno coscienza, ecc...

In situazioni del genere (soprattutto per coloro che scelgono percorsi più lunghi) le prime sedute servono da orientamento.  Il mio lavoro dovrebbe servire ad orientare queste persone.

Ma poter lavorare cercando di orientare una persona NON significa sempre che l’obiettivo per me sia di effettuare una psicoterapia a tutti i costi.

Nel momento in cui NON vedo l’utilità, preferisco condividerlo con il paziente e smettere o rimandare ad un momento più opportuno piuttosto che proseguire in modo sterile il percorso.

Ci sono state volte nelle quali ho pensato che la cosa migliore per il paziente e la sua famiglia era di mettere da parte i soldi e piuttosto spenderli per una vacanza insieme, per qualche gita in coppia o altro e che ciò sarebbe bastato per recuperare un rapporto che mostrava di avere risorse. Ovvio, gliel’ho comunicato!

E ricordo altri casi in cui non mi sembrava il momento propizio per intervenire. Ricordo, a tal proposito, una paziente che era venuta con la richiesta di "avere il coraggio di divorziare", ma, a mio giudizio, non era pronta a farlo. Dopo qualche seduta, ne parlammo insieme e condivisi con lei il mio punto di vista.

Riconobbe che era così e non venne più. Mi richiamò dopo qualche mese dicendomi che aveva avuto il coraggio di rivolgersi ad un avvocato ma voleva essere sostenuta nella sua decisione fino a separazione avvenuta.  Così iniziammo un vero e proprio percorso di psicoterapia durante il quale realizzò quello che 
aveva deciso. Quello era stato il momento giusto!

I miei pazienti sanno che è così. Farò un terzo esempio. Qualche tempo fa ritornò da me una paziente, dopomesi.  In precedenza avevamo condiviso un breve percorso che l’aveva portata a modificare caratteristicheimportanti della sua vita. Mi disse che non era contenta di come stava usando la sua nuova vita e che non osava fare quello che aveva sempre sognato. Le risposi onestamente che, dal mio punto di vista, in terapia aveva affrontato tutti i punti e che adesso le rimaneva soltanto da scegliere se FARE o NON FARE le cose che aveva sempre sognato di realizzare. Aveva paura di affrontare le cose ma ritornare in terapia le avrebbe dato una mano ad evitare di affrontare le sue paure facendole diventare più grandi.  Così sarebbe stata ranquilla per un altro po’ nel grembo della madre evitando il problema e perciò stesso peggiorandolo.

Pensavo che sarebbe stato iatrogeno, cioè dannoso (Iatrogeno vuol dire che l’effetto dannoso è procurato

dal farmaco che doveva curare o dalla psicoterapia che avrebbe dovuto aiutare), rientrare in terapia. Così glielo dissi. Qualche mese dopo mi arrivò una cartolina dall’estero con su scritto "Uno dei miei obiettivi è realizzato!" Aveva capito! Non le serviva un ulteriore percorso di psicoterapia! Le serviva, per uno dei suoi sogni, trovare il coraggio di entrare in un’agenzia di viaggi e fare quel viaggio "rischioso".

Per il lavoro psicologico/psicoterapico, le sedute durano circa un’ora. Questo, nel mio modo di lavorare, vale per tutte le sedute tranne che per la prima seduta. Essendo la prima una seduta fondamentale nella quale ci si vede per la prima volta, si stabilisce il rapporto e si comprende qual è la situazione emotiva, la richiesta del paziente e se possiamo farcene carico, preferisco non avere limiti di orario ed inserire il primo appuntamento in un momento in cui sono piuttosto libera per non dover pensare all’orologio. La prima seduta, quindi, nel mio modo di lavorare, ha una durata libera. Nella maggior parte dei casi rimaniamo nell’ora spontaneamente, ma capita che, soprattutto per le coppie o in situazioni piuttosto gravi o emotivamente impegnative, la prima seduta duri di più.

Chiarisco comunque che le successive sedute dureranno un’ora. In questo caso uso puntare la sveglia del cellulare perché non desidero dover pensare al tempo che passa e cercare con lo sguardo un orologio.

Desidero rimanere concentrata sul paziente durante il tempo che trascorriamo insieme. La seduta si protrae oltre l’ora solo nel caso in cui si arrivi al termine ed il paziente sta piangendo. Nella mia esperienza non è una situazione frequente.

Potrebbe sembrare strano che io possa usare il cellulare ma chiunque mi conosce abbastanza bene, come pazienti ed allievi, sa che, per comunicare con me, è meglio inviare un sms o una mail. Non rispondo durante il lavoro, quindi il mio cellulare non è di quelli che suonano facilmente.

Nei casi di percorsi più lunghi, è assolutamente necessario che la coppia paziente-psicoterapeuta si trovi a suo agio.  Ribadisco questo punto: non si tratta soltanto del paziente che sta bene con il proprio terapeuta, ma anche del terapeuta che sta bene con il proprio paziente. E questo nell’interesse del paziente, che è la parte debole da tutelare, ma anche nell’interesse del paziente e del terapeuta stesso che lavoreranno meglio insieme.

Eppure, come si fa a scegliere uno psicologo/psicoterapeuta? Se io paziente dovessi non trovarmi bene?

Come affronto la situazione in seduta? Come posso svincolarmi se poi cambio idea?

Per questo motivo preferisco che, nel caso di percorsi lunghi, si concordi con il paziente un massimo di 4 incontri al termine dei quali si decide se è il caso di proseguire insieme.  Mi sembra corretto dare la possibilità ad entrambi di verificarsi come coppia.

Per quanto concerne la frequenza delle sedute, devo ammettere che, tranne rari casi in cui ritengo importante consigliare una seduta alla settimana, ci sono stati molti percorsi di psicoterapia del tutto soddisfacenti realizzati con una frequenza iniziale già di due incontri al mese, cioè una seduta ogni due settimane. Più raramente, sono capitate occasioni nelle quali ho ritenuto che il paziente avesse ottime risorse individuali e, tenendo fortemente alla possibilità di incoraggiare le sue risorse, si sia deciso insieme che poteva andar bene incontrarsi una volta ogni 3 settimane. In questo caso si è però trattato di una consulenza piuttosto che di una psicoterapia.

Intendo dire che non sta scritto da nessuna parte che bisogna vedersi OBBLIGATORIAMENTE una volta alla settimana, che non ha nessun senso fare così perché "si fa così". La decisione di quante volte vedersi è da prendere sulla base delle reali necessità del paziente e va concordata tra lo psicoterapeuta, che esprime PROFESSIONALMENTE il proprio punto di vista, ed il paziente che, da persona ATTIVA nel processo, si esprime.

Se si prospetta un lavoro di psicoterapia, è importante che il paziente sia preparato a che cosa si intende per PSICOTERAPIA.  Il che vuol dire che si lavora attivamente su alcuni punti.

E’ importante che il paziente sappia, come ogni paziente che ha affrontato davvero una psicoterapia sa, che tratta di un percorso scomodo, a volte doloroso, dispendioso non solo economicamente, da affrontare con un certo impegno ma nel quale non si è soli e si realizza un’intimità ed un rapporto  con l’altro che, se si riesce a realizzare, sarà fonte di un’esperienza di riscrittura di alcune parti di sé, della propria vita e dei propri rapporti che non è facile da descrivere per chi non l’ha provata.

Nelle prime sedute, bisogna preparare il lavoro futuro. E’ importante che il paziente sappia che si affronteranno i suoi OBIETTIVI, che si parlerà della sua STORIA DI VITA (non sempre), che ci saranno una serie di COMPITI, di volta in volta diversi, sui quali il paziente sarà invitato a collaborare.

 Per quanto riguarda gli obiettivi, il paziente ha i propri e li condivide con noi.

Anche io ho, però, degli OBIETTIVI: importante per me è tenere sempre presente, a lungo termine, l’INDIPENDENZA del paziente dalla terapia e dalla mia persona. Ritengo che la dipendenza dalla terapia o dallo psicoterapeuta sia un obiettivo che non desidero per il paziente, anche quando il paziente lo desidera vivamente. Ritengo, piuttosto, che una psicoterapia debba permettere una iniziale dipendenza del paziente per una fase nella quale il paziente è caduto ed è a terra o sta per cadere, ma l’obiettivo è per me quello che arrivi a CAMMINARE con le proprie gambe e PENSARE con la propria testa, dopo un iniziale periodo di dipendenza. 

 E’ per questo motivo che, non appena è possibile ed il paziente comincia ad aumentare la propria autonomia, è bene diradare le sedute per stabilizzare la quota di indipendenza raggiunta.

Siccome desidero, per la mia vita personale, chiamare le cose con il proprio nome e valutarle in base ai miei principi, desidero che anche i pazienti abbiano questa possibilità.

Il che vuol dire che è importante il rispetto delle loro convinzioni religiose, dei loro orientamenti sessuali, dei loro gusti e preferenze, a meno che non portino danno fisico o psichico alle altre persone sfociando in atti di iolenza.

Mi viene da pensare teneramente alla fatica che ha fatto un mio paziente (che aveva già fatto un precedente percorso di psicoterapia anni addietro) quando, dopo essere ritornato e dopo aver scoperto che le sue preferenze sessuali lo portavano verso l’omossessualità, voleva condividere con me quanto aveva scoperto e non aveva il coraggio di dirmelo.

Il mio compito non è quello di giudicare, il mio compito è quello di capire, di comprendere la logica che sta dietro ad un modo d’essere al mondo, che sta dietro ai comportamenti di una persona, essendo ben conscia del fatto che capire non significa necessariamente condividere.

Non penso che un percorso di psicoterapia sia necessariamente da iniziare e da finire in una sola ondata.

Chi ha deciso che tutto avvenga senza soluzione di continuità? Ci sono situazioni nelle quali un paziente affronta un punto per volta perché non ha la disponibilità emotiva in quel momento di affrontare altro. E quindi un percorso di psicoterapia può anche frammentarsi in periodi multipli.

Ricordo, anni fa, una paziente che, affrontato un primo punto concernente le relazioni nella sua famiglia di origine, smise per poi telefonarmi dopo mesi dicendomi che aveva maturato l’esigenza di affrontare il proprio comportamento alimentare e che, terminato anche questo lavoro, smise di nuovo per poi contattarmi per la terza volta per poter affrontare i suoi rapporti con l’altro sesso ed una relazione di maltrattamento in atto.

E’ lecito che un paziente chieda al proprio terapeuta il costo di una seduta di psicoterapia ed è importante che sappia che la fattura non è soggetta ad IVA ed è scaricabile come spesa sanitaria.

Da questo punto di vista, devo riportare una mia esperienza nella quale rimasi molto male. Qualche anno fa, essendomi ammalata, decisi di consultare uno specialista privatamente. A parte la figura agghiacciante che mi trovai di fronte (trovavo che la temperatura dello zero assoluto, ossia -273° C, era più calda di lui), al momento del pagamento mi disse che, volendo, avrei pagato di meno risparmiando l’IVA se non avessi voluto la fattura. Rimasi malissimo, lui sapeva che io ero una psicoterapeuta ma quello che non sapeva era che le nostre prestazioni, al pari delle sue, sono SANITARIE, quindi non soggette ad IVA.

Questi, in nuce, alcuni dei punti su cui desidero essere chiara. Io voglio lavorare così. Una mia paziente, tempo fa, mi inviò una collega. Quando la collega arrivò da me, disse: "Mi sono fidata a telefonare perché la mia collega mi ha detto che lei non mi avrebbe seguito per un tempo maggiore del necessario e che, se avesse ritenuto non adeguato il momento, me lo avrebbe detto."

Ogni cosa a suo tempo.

Maria Cristina Foglia Manzillo


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