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24/05/2016, 21:08

Teoria dell?attaccamento, Teoria sistemica, Relazioni, Infanzia, Et adulta, Cura, Attenzione, Aiuto, Stili di attaccamento, Cambiamento





 La teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1958) insegna come le esperienze relazionali che viviamo fin dall’infanzia influenzano il modo in cui, a nostra volta, ci comporteremo con gli altri.



La teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1958) insegna come le esperienze relazionali che viviamo fin dall’infanzia influenzano il modo in cui, a nostra volta, ci comporteremo con gli altri. 

Di conseguenza, influenzeranno l’andamento delle nostre relazioni future.

Più precisamente, accade che l’abitudine di ricevere cura, attenzione e aiuto dagli adulti determini lo sviluppo, nel bambino, di queste capacità che egli, poi, metterà in atto in ulteriori relazioni. 

Comportamenti opposti si svilupperanno, invece, in caso di esperienze di assenza o discontinuità di supporto. 

Tutto ciò segnerà profondamente le relazioni adulte.

Il seguente caso clinico è un chiaro esempio di tutto ciò.

Ricevo una richiesta di consultazione da una signora di 50 anni. 
Michela. 
Buona posizione lavorativa. 
Sposata da 25 anni.

La sua richiesta è determinata da una crisi coniugale che dura da circa un decennio. 

Nell’ultimo anno, tuttavia, i due coniugi non riescono a rivolgersi praticamente la parola senza litigare. 

La presenza in casa di tre figlie adolescenti li trattiene ancora a convivere. Così come il pensiero delle difficoltà economiche che il mantenere due case implicherebbe.

Con le figlie non è mai stato affrontato esplicitamente il discorso della loro crisi. Ma i litigi e le reciproche feroci risposte sono sotto gli occhi di tutti.

Michela mi elenca le lamentele del marito Giulio nei suoi confronti.

"Mi definisce una persona egoista perché metto più passione per le cose che faccio per me che per quelle che riguardano la famiglia.
Per esempio, qualche tempo fa, mi ero iscritta ad un corso di pianoforte: avevo sempre desiderato farlo e, cresciute le ragazze e avendo più tempo libero, seguivo un’ora di lezione a settimana e mi esercitavo un paio d’ore nel week-end. 
Mio marito non ne era contento perché diceva che sottraevo del tempo alla famiglia. 

Così ho smesso.

Inoltre non è soddisfatto di come tengo la casa. Ci tiene ad averla sempre perfetta. Abbiamo una persona che ci aiuta nelle pulizie e io faccio il possibile. Ma, secondo lui, non lo faccio abbastanza bene perché non ci metto l’amore che so mettere, invece, nel lavoro e nei miei hobby".

Michela si descrive, inoltre, come una persona non romantica, che non sa "prendersi cura della relazione". Riconosce che è sempre stato il marito a farlo: affettuoso, attento alle ricorrenze. 

"Per me le relazioni vanno da sé; non ci penso a dare attenzioni particolari al mio compagno. Tendo a dare le cose un po’ per scontate. Ma sono fatta così. Così ho sempre visto fare anche tra i miei genitori: mia madre si occupava di noi quattro figli alla perfezione dal punto di vista fisico ma le manifestazioni d’affetto non esistevano. Mio padre si disinteressava di tutto".

Michela descrive suo marito come molto diverso da lei; lo stesso la sua famiglia.

Quando lei li aveva conosciuti aveva subito notato la differenza: tra loro c’erano abbracci; tutti si ricordavano del compleanno di tutti; si preoccupavano del regalo.

Di contro, nella famiglia del marito, Michela rileva una situazione di caos ed inaffidabilità: denaro sperperato, relazioni extraconiugali con conseguente instabilità famigliare.

Al primo colloquio Michela appare molto confusa: si domanda se il suo desiderio di coltivare interessi al di fuori della famiglia e della casa sia qualcosa di sbagliato.

Si domanda come mai sia attiva ed appassionata nel lavoro e negli hobby e priva di entusiasmo nelle attività domestiche.

Si domanda se ami ancora suo marito oppure no.

Chiede, pertanto, un aiuto a trovare risposte a tutte queste domande.

Come già accennato, nel corso dei colloqui, emergono esperienze nelle famiglie d’origine, da parte dei coniugi, opposte ma ugualmente non ottimali.

Michela ha vissuto relazioni di accudimento garantite dal punto di vista materiale ma anaffettive.

Al contrario, il marito ha vissuto in una famiglia capace di manifestazioni d’affetto e attenzioni ma inaffidabile ed incostante nella cura.

Michela e Giulio hanno, perciò, sviluppato quegli stili relazionali che vediamo in gioco nel loro matrimonio: evitante lei, dipendente lui.
Nessuno dei due ha avuto l’occasione di sperimentare e, di conseguenza, di acquisire uno stile di attaccamento di tipo sicuro. Cioè capace di chiedere e dare supporto nei momenti di difficoltà, di manifestare attenzioni ed affetto tollerando, però, la separazione e la distanza. In altre parole, uno stile d’attaccamento intermedio tra l’anaffettività e la dipendenza.

Michela riproduce con Giulio l’anaffettività appresa dai genitori.

Giulio necessita, invece, di una relazione esclusiva, simbiotica per tutelarsi da quell’inaffidabilità sperimentata in famiglia.

Non stupisce che Giulio e Michela siano stati piacevolmente colpiti l’uno dal mondo dell’altro, così diverso dal proprio. Che si siano legati.

Questo perché ciascuno ha trovato nell’altro la compensazione delle proprie mancanze.

Per 25 anni hanno mantenuto ognuno il proprio stile relazionale: autonomo e sfuggente l’una, bisognoso di vicinanza simbiotica l’altro. Cronicizzandosi nei ruoli del topo che fugge e del gatto che insegue e rinforzandosi, a vicenda, in questi ruoli.

Più Michela è sfuggente, più Giulio pretende la sua vicinanza e interpreta come mancanza d’amore ogni interesse della moglie che sia esterno alla famiglia. 

Più Giulio incalza, più Michela si sente criticata, soffocata ed apatica in famiglia.

Questo gioco, durato 25 anni, li ha logorati.

Eslicito a Michela questi meccanismi e i relativi effetti.

Riflettiamo, inoltre, sullo stile relazionale che, con il quotidiano rancore, stanno trasmettendo alle figlie. Quelle figlie per il cui bene convivono da anni da separati in casa.
Anch’esse subiscono l’esposizione ad un modello di relazione tutt’altro che sicuro: un conflitto acceso, alimentato da un reciproco esacerbato rancore, nascosto sotto la cenere di una forzata convivenza.

La possibilità di salvare la coppia dipende dalla messa in discussione, da parte di entrambi, delle proprie modalità di comportamento attraverso un lavoro psicologico di coppia. 

Oppure dalla capacità, di almeno una delle due parti, di agire un cambiamento.

Da parte di Michela si tratterebbe di meta-comunicare (cioè comunicare sulla relazione), ovverosia di riferire anche a Giulio, o attraverso lo psicologo o personalmente, i giochi relazionali rintracciabili nella loro storia.

Dopodichè indispensabile sarebbe l’iniziativa di modificare concretamente il proprio comportamento iniziando a prendersi cura della relazione: fare un passo verso Giulio iniziando con qualche gesto desiderato da lui. 

A quel punto la palla passerà a lui, alla sua reazione di fronte ai cambiamenti di Michela e alla sua disponibilità a fare, a sua volta, dei passi verso di lei. Ad esempio accettando gli hobby della moglie grazie a modalità di interpretazione di essi alternative a quella attuale, cioè leggendoli, per esempio, come un’esigenza di svago e realizzazione che nulla toglie alla coppia e alle figlie.

La teoria dell’attaccamento ci aiuta a comprendere una costellazione di comportamenti che entrano in gioco nella relazione influenzandola.

Non si tratta, infatti, semplicemente del modo in cui ci poniamo agli altri. Ma anche di quello che dagli altri ci aspettiamo, il modo in cui interpretiamo ciò che l’altro fa o non fa, dice o tace.

Tutto ciò, a sua volta, influenza le nostre condotte, le nostre reazioni, il nostro umore, i nostri sentimenti.

Fermarsi a riflettere su questi meccanismi, grazie all’aiuto di un osservatore esterno, può essere utile per prendere coscienza del modo in cui le nostre attese ed interpretazioni possono falsare il senso dell’agire altrui ed influenzarlo negativamente.

La teoria sistemica ci insegna, infine, come tutto ciò avvenga in un complesso intreccio di azioni e reazioni reciproche in cui insensato è andare alla ricerca di colpe individuali poiché la partita di ogni relazione si gioca, sempre, necessariamente, almeno in due. 

Il topo, infatti, scapperà fintantoché sarà inseguito dal gatto, così come quest’ultimo continuerà l’inseguimento solo finché l’inseguito continuerà la fuga. 

Impossibile dire se abbia cominciato prima l’uno a scappare o l’altro ad inseguire!

Il punto cruciale è un altro: si può interrompere questo gioco doloroso?

Sì: se entrambi si fermeranno. 

Oppure anche se un solo giocatore deciderà di arrestare la sua corsa.

A quel punto l’epilogo della storia dipenderà dalla mossa successiva del contendente e dalle conseguenti azioni e reazioni che deriveranno da questo cambiamento di rotta. 

(Paola Brera)



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