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24/05/2016, 21:10

Primo colloquio, valori, convinzioni, relazioni, relazione clinica, profezia che si autoavvera, evitamento, ansia, affrontare paure, meccanismi di difesa



“LA-DISFANODI”:-quando-il-cambiamento-è-possibile


 L’incontro con un nuovo paziente è un momento delicato, complicato, importante. Non per niente si tengono addirittura dei seminari dedicati alla gestione del primo colloquio.





L’incontro con un nuovo paziente è un momento delicato, complicato, importante.
Non per niente si tengono addirittura dei seminari dedicati alla gestione del primo colloquio.

E’ il momento in cui si entra a contatto con un essere umano sconosciuto che ti porta un problema specifico che lo turba; ma anche una vita, un sistema di relazioni passate e presenti; uno stile relazionale, un sistema cognitivo, cioè un intreccio di convinzioni, valori; le strategie attraverso cui si difende dal mondo esterno, dal suo mondo interno e, potenzialmente, anche da me.
Non solo: è il momento in cui anche io metto in gioco tutto il mio bagaglio (esperienziale, emotivo, relazionale, cognitivo, professionale ed umano). Con la differenza, che la professione mi richiede, di una maggiore consapevolezza del mio suddetto bagaglio. 

E’ il momento in cui ci facciamo una prima impressione reciproca che ci servirà a decidere se possiamo provare ad impostare un lavoro insieme.
E’ il momento in cui gettiamo le basi di una relazione clinica, che è allo stesso tempo umana e professionale. 

Alla complessità di queste dinamiche si aggiunge, di solito, una complessità di contenuto dovuta non solo alla quantità di nuove informazioni da raccogliere (una vita!) ma al fatto che spesso il paziente porta una serie di problematiche intrecciate tra di loro che si alimentano a vicenda aggrovigliandosi reciprocamente. 
Come un gomitolo di lana annodato che non si riesce a dipanare: il tentativo di disfare un nodo è impedito da un altro nodo e così via.

Spesso il groviglio è tale che il paziente ne è sopraffatto. 
Necessario è che, invece, lo psicologo possa comprendere empaticamente, cioè sentire, lo stato d’animo in cui si trova la persona, impigliata nel groviglio, ma senza restarvi impigliato a sua volta. Riuscendo, invece, pian piano, a fare chiarezza.

Ci vuole un po’ di pazienza e di tempo che è, perciò, necessario richiedere al paziente.

Tutto ciò mi richiama alla mente un ricordo lontano.
Da piccola mi piaceva aiutare mia nonna, brava a lavorare a maglia.
Spesso, però, i miei fili di lana si aggrovigliavano e i miei tentativi di disfare i nodi finivano con il peggiorare la situazione al punto che, alla fine, non trovavo altra soluzione che intervenire drasticamente con un taglio di forbici.
La strategia di mia nonna era, invece, diversa: con una calma che allora mi faceva scalpitare (vista la mia impazienza di sferruzzare!) riusciva, senza scomporsi, a sciogliere tutti i nodi, uno per uno.
"Alla scuola di ricamo mi chiamavano la disfanodi" mi diceva.

Ecco, spesso allo psicologo spetta proprio il lavoro del "disfanodi".

Questo è, ad esempio, capitato con Carlo.
35 anni. Da dieci lavora in un’azienda che gli ha richiesto una trasferta di cinque anni a diverse centinaia di chilometri da casa.
Quando chiede un colloquio psicologico è a circa metà di questo lustro.

Parlando con lui si comprende in fretta di aver davanti un uomo intelligente ed onesto. Una brava persona che, a causa di una svalutata opinione di sé, ha allacciato relazioni sentimentali in cui è stato trattato con poco rispetto, messo sotto.
Ha troncato di sua iniziativa queste storie ma ne è uscito con un’idea di sé ulteriormente svalutata e un’insicurezza che lo hanno portato a chiudersi nel rapporto con gli altri. 
Da anni non ha relazioni sentimentali e frequenta solo una ristrettissima cerchia di amici d’infanzia che, ora che è lontano, vede raramente.
Si accontenta, inoltre, di una mansione lavorativa che non lo soddisfa. Potrebbe chiedere di essere assegnato ad una di maggiore responsabilità, ma non ne ha il coraggio perché teme di non essere in grado di gestirla. 
Soffre per la lontananza dalla sua famiglia e la sua unica speranza è trovare maggiore serenità quando, a fine trasferta, tornerà a casa. Riferisce questo come un motivo che lo frena nel trovare una compagna. "Voglio tornare a vivere nella mia città natale e una fidanzata di un’altra località potrebbe rappresentare un ostacolo".  
 
Si descrive come immobile, dal punto di vista lavorativo e relazionale. Non prende più iniziative perché teme di non essere all’altezza di nulla e nessuno: ragazze, lavoro, amici. Ma ha l’impressione di stare "sprecando la vita".
I problemi nelle varie sfere di vita di si influenzano e peggiorano a vicenda.
"E’ come se mi trovassi in una stanza chiusa ... in un tunnel".
    
Servono alcuni colloqui per il racconto della sua storia di vita.
Dopodiché, in questo groviglio di problemi, come procedere?

Decido di partire da quello delle relazioni sentimentali perché mi sembra il più urgente: è, infatti, il primo che Carlo ha esposto. 
Sta, inoltre, causando, ormai da anni, uno stato di solitudine che prostra il paziente.
Di conseguenza, è possibile che abbia una negativa influenza anche sugli altri aspetti problematici riferiti.

Ripercorriamo insieme la storia delle sue relazioni sentimentali mettendo a fuoco le responsabilità sue e delle ragazze in questione nel fallimento delle relazioni stesse.

Carlo riconosce con stupore le responsabilità delle sue ex-ragazze e commenta di non aver mai pensato che anche loro ne avessero avute. 
"Adesso che me lo fai notare mi rendo conto che è scontato che in una relazione non tutto dipenda da una sola delle parti, cioè da me. Eppure non ci avevo mai pensato.  Rendermene conto mi ha rasserenato". 

Per quanto riguarda, invece, il suo comportamento, si nota una costante: "Visto che mi sento insicuro finisco con l’essere appiccicoso: faccio mille telefonate, mille domande su cosa lei pensa di me e della relazione, su ciò che eventualmente sbaglio".

Gli faccio notare l’effetto negativo che questo può sortire sull’altra persona.
Si tratta della profezia che si autoavvera: il timore "di non essere all’altezza", di non essere degno di amore lo induce a cercare conferme rassicuranti ma che finiscono con l’esasperare l’altra persona e allontanarla.
L’interruzione della relazione, infine, conferma i timori che hanno contribuito al suo fallimento.

Con il ripetersi di queste dinamiche le insicurezze di Carlo sono aumentate fino a generare atteggiamenti di evitamento. Quello che Carlo chiama immobilità.
Consiste nell’evitare di affrontare le situazioni (approccio con le donne in primis ma anche uscite con amici, conoscenza di gente nuova, cambio di mansioni sul lavoro) che attivano tutte le sue insicurezze (non sentirsi all’altezza, essere giudicato).

L’evitamento tiene al riparo dall’ansia suscitata dall’attivazione di queste insicurezze ma, contemporaneamente, le ingigantisce poiché quanto più ci si astiene dall’affrontare l’oggetto delle proprie paure tanto più la paura aumenta. 

A sostegno di questa impalcatura difensiva Carlo utilizza anche una razionalizzazione, cioè una scusa con la quale giustifica il suo atteggiamento: "Non voglio trovare una ragazza perché voglio tornare a vivere nella mia città natale e una fidanzata di un’altra località potrebbe rappresentare un ostacolo".  

Attraverso metafore, paragoni e, soprattutto, esempi concreti tratti da alcune ristrette esperienze positive vissute da Carlo, si delinea l’unica via d’uscita possibile: abbandonare l’evitamento affrontando le paure, di essere giudicato, di non sentirsi all’altezza.

Carlo capisce al volo e decide di uscire dalla sua immobilità.
Di volta in volta arriva in seduta con delle novità:
"Sono andato a giocare a pallone con i colleghi ... sono uscito a cena con loro ... vado a fare footing, come al solito, ma senza auricolari nelle orecchie per ascoltare la musica e così mi è capitato di fare quattro chiacchiere con le persone che ormai incontro da tempo ... tutto questo è molto piacevole".

Passano le settimane e, parallelamente a queste novità, l’umore di Carlo migliora.
Quando torna in seduta dopo dieci giorni di ferie trascorse nella sua città, Carlo  stupisce:
"Sono tornato a casa ma questa volta è stato diverso. Ripartire non mi ha fatto più cadere nello sconforto perché ho capito che ho esigenze da adulto. Anche se tornerò nella mia città lo farò in una casa mia e il mio rapporto con i miei genitori sarà necessariamente diverso. Quindi sarà più o meno lo stesso stare nella mia città o altrove. Non ha senso preoccuparsi del fatto che una fidanzata di un’altra città sarebbe un problema.
Avevo idealizzato la mia città e il momento del mio futuro ritorno. Se non affronto le mie difficoltà qui me le ritroverò anche quando tornerò a casa tra due anni e mezzo". 

Nel momento in cui Carlo decide di affrontare le sue paure per vincerle e vivere più pienamente la vita, cadono le difese che si era costruito e che contribuivano a tenerlo immobile: la summenzionata razionalizzazione e l’idealizzazione ("Quando potrò tornare nella mia città, sì che starò meglio").

Aggiunge: "In questi giorni ho pensato a tutte le cose che ho affrontato e vissuto in questi anni. Tanti concorsi all’interno dell’azienda, una lunga trasferta, la difficoltà di adattarmi ad un ambiente e a persone nuove. Fino a poco tempo fa tutto ciò mi sembrava negativo e triste ma ora mi rendo conto che sono ostacoli che ho affrontato e superato. In fondo ne ho fatte di cose! Ne sono stato in grado!".
 
Prendere il coraggio di affrontare le sue paure ha significato abbandonare l’evitamento consolidato negli anni. Affrontare situazioni temute ed uscirne indenne gli ha consentito di  migliorare la sua visione di sé e di rivalutare anche quanto costruito negli anni precedenti; risultati che, invece, a causa del suo umore depresso, Carlo non vedeva e svalutava.

Infine ha un’altra uscita sorprendente: "Ah , ho chiesto il trasferimento. Ora aspetto la risposta. Ma sto già pensando ad un’alternativa, casomai non accettassero la mia domanda". 

E così, piano piano, il gomitolo si dipana ... nodo per nodo ...

Fondamentale, in questo lavoro, e’ stata l’intelligenza del paziente che gli ha permesso una comprensione veloce delle riflessioni fatte  insieme in seduta. 

Sostanziale la sua decisione di affrontare le sue paure. 
In assenza di ciò nessun nodo si sarebbe disfatto.

Il percorso di Carlo non è ancora terminato ma, intanto, ha smesso di sprecare la vita.


"LA DISFANODI": quando il cambiamento è possibile (parte II)

Il percorso di Carlo continua con miglioramenti sotto tutti i punti di vista: lavoro, amicizie, tempo libero.
Si iscrive ad alcuni corsi a cui da tempo era interessato ma che non aveva mai avuto il coraggio di iniziare. 
Tutto ciò diventa occasione di nuove uscite, nuove conoscenze.

Mi racconta con stupore: "Erano anni che nemmeno mi capitava di conoscere una ragazza. Invece da quando vengo qui ho avuto diverse occasioni".
Commento che, chiuso nel bozzolo che si era costruito, era molto difficile fare nuove conoscenze femminili.
Ne sorridiamo.

Tuttavia, continuo a domandarmi, comunque, come mai Carlo non abbia avuto, in tanti anni, nemmeno uno straccio di occasione: è una persona piacevole dal punto di vista fisico, intellettivo e caratteriale.

Decido, per il momento, di tenere per me queste perplessità.   
Fino al giorno in cui Carlo non ha questa uscita:
"In questi anni ho spesso pensato che ormai sarebbe stato per me impossibile trovare una fidanzata perché, essendo adulti, qualunque donna avrebbe già un passato alle sue spalle, delle relazioni. Come faccio io a sapere com’è realmente ... se posso fidarmi di lei ... se non mi tradirà".

A quel punto ho un sussulto: "Ora ho capito! Ecco perché da tanti anni sei solo: sei tu a non volerla una ragazza perché hai paura di non poterti fidare!"

Carlo è scettico. Non è convinto di questa spiegazione. 

Restiamo ognuno della propria idea ma, grazie alla buona relazione che abbiamo instaurato, questa divergenza di opinione non ostacola il proseguimento del percorso.

Mano a mano che i colloqui proseguono Carlo racconta varie novità.
Una ragazza lo corteggia vistosamente. Anche lui, per quanto si senta "arrugginito" nella gestione del corteggiamento, se ne rende conto ma afferma di non essere minimamente attratto da quella persona.

La ragazza che, invece, gli interessa è fidanzata e lui non è tipo da "provarci" con una persona impegnata. "Io sono fatto così: è una questione di onestà e correttezza".
Apprezzo il suo rigore.

Poche settimane dopo, la ragazza annuncia di aver lasciato il fidanzato e accetta di uscire con Carlo. 

Ma, nella seduta successiva, egli riferisce di averla conosciuta meglio e di essere rimasto deluso.

Gli domando, a questo punto, se sia sicuro di non avere così tanta paura di rimanere nuovamente scottato da una delusione sentimentale da difendersi tenendo le donne a debita distanza. 

Il paziente riconosce come propria tale paura ma esprime la convinzione che, nelle due suddette situazioni, non c’entri: queste due ragazze non gli interessano. 
Aggiunge che forse è meglio così: è stato solo così tanto a lungo che farebbe fatica a rinunciare a gestire il suo tempo in totale libertà. 

Dubito ma taccio.

Arrivano le vacanze estive e, al rientro, Carlo annuncia di avere una cosa importante da raccontare. 

In vacanza ha conosciuto una ragazza, sua concittadina, che gli è subito piaciuta molto. Si sono visti per un solo giorno e non si sono scambiati i numeri di telefono ma, grazie ai social networks, attraverso una complessa serie di peripezie, è riuscito a contattarla. 
Lei ha reagito positivamente. Si sono scambiati i recapiti e hanno iniziato a messaggiarsi, sempre più frequentemente.

Tuttavia, mano a mano che i messaggi della ragazza diventavano più frequenti, Carlo ha iniziato a sentirsi a disagio, "soffocato", infastidito, ad essere sempre più sfuggente e a diradare le sue risposte.

"A quel punto mi sono detto: ma perché faccio così? Questa ragazza mi piace. Ho fatto carte false per ritrovarla e ora che lei dimostra interesse nei miei confronti mi viene voglia di scappare. 
Ma perche??? 
Ma vuoi vedere che avevi ragione tu quando dicevi che sono io a non volerla una ragazza perché ho una paura matta? Quando me lo hai detto ho pensato: ma che scemenza sta dicendo questa!? Invece mi sa che è proprio vero!".

Faccio notare a Carlo che questo sembra essere l’ultimo evitamento da affrontare: quello determinato dalla paura di non potersi fidare di una donna.
La paura di dare la propria fiducia a qualcuno che potrebbe tradirla. In altri termini la paura di amare. Di soffrire di nuovo.

Il rischio, in effetti, esiste. Nessuno gli può garantire il contrario.

Solo a lui spetta decidere se correre tale rischio, affrontando la sua paura e l’evitamento che ne deriva, come ha fatto con tutti gli altri aspetti della sua vita fino a qualche mese fa problematici. O continuare a fuggire raccontandosi che stare solo è meglio. 

Solo dopo aver osato rischiare di vivere una relazione potrà decidere che effettivamente preferisce la solitudine con la piena libertà che essa garantisce. 
Ma solo allora sarà una scelta consapevole e veritiera e non un alibi per giustificare e nascondere la paura che lo immobilizza.

Carlo concorda. 
"Spero di riuscire ad affrontare anche questa paura. Intanto ora riesco almeno a notare i miei comportamenti di fuga che prima non riconoscevo".

Così si conclude l’ultimo colloquio.
Pochi giorni dopo Carlo sarà chiamato a tornare, prima del previsto, a lavorare nella sua città.   

La grossa matassa annodata con cui il paziente era arrivato alla consultazione psicologica (vedi prima parte) è quasi completamente dipanata. 
Resta un ultimo, grosso nodo da sbrogliare. 
E ora Carlo ha una visione chiara delle mosse che deve fare per riprendere il filo della propria vita, che si era ingarbugliato.

Necessario è stato attendere il momento giusto per evidenziare al paziente alcuni meccanismi e difese che egli, inconsapevolmente, metteva in atto. 

Inutile sarebbe stato insistere troppo precocemente sul fatto che di nuovo si stava difendendo con scuse (in termini tecnici, razionalizzazioni) quando diceva che da solo stava meglio; e che faceva questo per evitare di affrontare la sua ultima grande paura: veder tradita la propria fiducia da parte di una donna, come già gli era capitato in passato, e soffrire di nuovo.

Necessario è stato limitarsi a condividere con lui in forma di ipotesi queste considerazioni e poi lasciargli il tempo di riconoscere l’attuazione, nelle proprie azioni, di tali meccanismi.  

I dati personali relativi al paziente sono stati modificati e alterati, nel rispetto della privacy.  

Paola Brera



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