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06/06/2016, 14:22

gay, omosessualit, preferenza sessuale, eterosessuale, cultura omofoba





 Ogni parola ha un significato denotativo e uno connotativo: il primo corrisponde a ciò cui si riferisce, il secondo alla coloritura, positiva o negativa, che assume.



Ogni parola ha un significato denotativo e uno connotativo: il primo corrisponde a ciò cui si riferisce, il secondo alla coloritura, positiva o negativa, che assume.

Ad esempio, la parola tavolo indica un elemento del mobilio con alcune gambe (solitamente 4) che sostengono un piano d’appoggio.
La connotazione di questo termine è neutra.
Lo stesso vale per molti aggettivi: maschile, femminile, verde, giallo.

Non vale per tutti: alcuni hanno una connotazione negativa certa. Brutto, cattivo, malvagio.

Alcune parole assumono, invece, un’indebita connotazione negativa culturalmente determinata.

Un esempio lampante è costituito dal termine GAY.

Consulto un dizionario.
Alla voce gay leggo omosessuale. 
Alla voce omosessuale: che pratica omosessualità.
Alla voce omosessualità: propensione a raggiungere la soddisfazione erotica o sessuale con persona dello stesso sesso.

Mi domando quali e quante siano le specifiche modalità in cui ciascun eterosessuale raggiunge la propria soddisfazione erotica o sessuale. Gli specifici gusti e preferenze. Immagino tante e differenti tra maschi e femmine ma anche tra maschi e maschi e tra femmine e femmine. E mi domando a chi potrebbe venire in mente di mettere il naso, di interessarsi alle suddette modalità.

Mi spiego meglio.

Nella definizione dell’identità di un eterosessuale compaiono: nome e cognome, professione, stato civile, titolo di studio. 

Nulla mai sul modo in cui quell’individuo propende a raggiungere la sua soddisfazione erotica.

Perché, allora, chi si sente attratto da persone del suo stesso sesso, deve prima e sopra ogni cosa essere identificato a partire proprio da questo aspetto così intimo della sua esistenza?

Ma a chi importa del modo in cui un qualunque estraneo propende a raggiungere la sua soddisfazione erotica?

Se tale estraneo non compie atti osceni in luoghi pubblici, se non è un molestatore, se gestisce il raggiungimento di quella soddisfazione nell’ambito di relazioni con persone maggiorenni e consenzienti?

Mi domando, pertanto, perché, invece, la preferenza sessuale di un gay debba riguardare tutti.

Mi domando, pertanto, perché il termine gay abbia nella nostra società una connotazione dispregiativa al punto che anche ai bambini arriva il concetto che questo aggettivo è un insulto.

Mi domando, infine, perché un ragazzo che non può o non vuole nascondere la propria omosessualità possa sentirsi additato e giudicato al punto da suicidarsi.

Ho trovato sacrosante le parole del presidente dell’associazione che gestisce il numero verde per omosessuali: alludeva alla necessità di cambiare la cultura omofoba, che sta mietendo vittime, insegnando ai bambini che essere gay non è un reato.

Parole sacrosante perché è educando i bambini che si crea una mentalità e cambiare la mentalità individuale significa cambiare una cultura.

Parole sacrosante perché il termine gay è un aggettivo che denota una caratteristica oggettivamente neutra e che è stato culturalmente caricato di una connotazione spregevole.

Per spiegare ai miei figli questo qui pro quo ho ricordato un episodio capitato loro quando erano molto piccoli. 

Il maggiore frequentava il primo anno di scuola materna ed il piccolo aveva un anno e mezzo.
Durante una delle loro quotidiane dispute, il grande, furente, si rivolge al fratellino e, serio, gli dice, con l’aria di chi sta pronunciando un grave insulto: "Avvocato!"

Comprendo il significato di questo episodio durante il primo colloquio con la maestra della scuola materna di mio figlio che, alludendo alla sua intensa loquacità, scherzosamente, mi dice: "Dico sempre a suo figlio che da grande farà l’avvocato".

E’ verosimile che la maestra abbia usato questo sostantivo in momenti in cui la chiacchiera di mio figlio le procurava, comprensibilmente, disagi in classe.

Il tono con cui la maestra avrà pronunciato il termine avrà fatto sì che esso acquisisse una connotazione dispregiativa. Cioè diventasse, per mio figlio, un insulto.

Il termine "avvocato" denota un titolo di studio che poi può diventare strumento per fare l’azzeccagarbugli, il principe del foro, il mascalzone che si arricchisce sulle disgrazie della gente o il Gandhi (lo sapevate che era un avvocato?) che, senza colpo ferire, libera un’intera nazione dalla soggezione politica di un’altra.

Nella stessa maniera l’aggettivo gay, dal punto di vista denotativo, si riferisce ad una sfera talmente intima e privata che gli estranei non se ne dovrebbero nemmeno occupare; dal punto di vista connotativo è neutro.

Il pregiudizio di una cultura che lo pronuncia con tono dispregiativo, come fosse sinonimo di pervertito, maniaco, pedofilo gli ha attribuito una connotazione negativa.

Non c’è fondamento alcuno all’automatismo della connotazione dispregiativa del termine. 

Dal momento che, proprio come un avvocato, un gay potrà essere una brava persona o un disgraziato. 
E questo nulla ha a che fare con le sue preferenze sentimentali e sessuali.

Questo è ciò che voglio insegnare ai miei figli.

(Paola Brera)



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