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06/06/2016, 14:34

psicologi, psicoterapeuti, pazienti, rapporto psicologo (psicoterapeuta)/ paziente, famiglia dei pazienti, codice etico degli psicologi, alleanza terapeutica, terapia singola, terapia di coppia, terapia familiare, neutralit dello psicologo/psicoterapeuta





 E’ noto che in terapia possono essere seguite intere famiglie, coppie, singoli.




E’ noto che in terapia possono essere seguite intere famiglie, coppie, singoli.
E dovrebbe essere altrettanto noto che lo psicologo e lo psicoterapeuta hanno un preciso codice etico da seguire nei confronti dei pazienti di cui si fanno carico. Si tratta di un comportamento corretto da seguire al fine di aumentare le probabilità di benessere della coppia psicologo (psicoterapeuta) /paziente (singoli, gruppi, famiglie) e le probabilità che il rapporto prosegua a buon fine. Il rapporto che si tenta di stabilire e di cui sono responsabili entrambi dovrebbe essere improntato alla cosiddetta "Alleanza Terapeutica".

Si tratta dello sviluppo di una relazione di fiducia reciproca nella quale il paziente sente che lo psicoterapeuta è dalla sua parte, cioè che si prende cura di lui e porta su di lui la sua attenzione.
Il che vuol dire che:
il paziente si sente considerato come persona, sente che lo psicoterapeuta è attento a lui e non si distrae o si annoia durante le sedute, sente che lo psicoterapeuta partecipa e non che è freddo e distaccato, sente che i suoi vissuti vengono presi in considerazione e non abbandonati, dimenticati o lasciati in un angolo.
Il che non vuol dire che:
lo psicoterapeuta è sempre d’accordo con il paziente.
L’accordo su tutti i punti espressi dal paziente è un accadimento piuttosto pericoloso, che nessun paziente che si rivolge a noi per un percorso di psicoterapia (un po’ diverso è il caso della consulenza psicologica), ossia per modificare qualcosa di sé, dovrebbe augurarsi e che merita di essere affrontato in separata sede.
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Premesso ciò sull’importanza dell’Alleanza Terapeutica come requisito indispensabile per lo sviluppo di una buona relazione di collaborazione tra psicoterapeuta e paziente, vorrei affrontare qui un tema piuttosto scottante: l’intromissione impropria e scorretta di un familiare o di una parte della famiglia in un percorso di psicoterapia o di consulenza, sia singola che di coppia o di famiglia.
Nel caso di una psicoterapia di un singolo paziente: si tratta di un familiare o di un amico che non conosciamo.
Nel caso di una coppia: può essere parte della famiglia che non conosciamo ma anche uno dei due membri della coppia che telefona non per cambiare appuntamento o per contatti simili (leciti) ma per stabilire un rapporto privilegiato ed un’alleanza esclusiva con lo psicoterapeuta a discapito del partner.
Nel caso di una famiglia: può trattarsi di uno o più membri che tentano un’alleanza contro un’altra parte della stessa famiglia.
In questi ultimi due casi bisognerebbe chiarire nella prima seduta il ruolo dello psicoterapeuta e ribadire chiaramente la sua neutralità nei confronti delle parti in causa. Non è corretto che lo psicoterapeuta si schieri dall’una o dall’altra parte e dovrebbe vigilare attentamente su se stesso e sullo svolgimento degli accadimenti per non prendere posizione a favore di una o dell’altra parte.
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Comunque sia, capita spesso, di ricevere telefonate da familiari ALL’INSAPUTA dei nostri pazienti.
A dire il vero, e lo realizzo nello stesso momento in cui sto scrivendo, se penso ai circa 15 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta, non credo di ricordare nessuna telefonata, da parte dei familiari, che sia stata concordata con il paziente ... e sì che ce ne sono state molte, di telefonate!

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Questi puntini sospensivi simboleggiano il fatto che mi sono fermata a ricordare per alcuni minuti se ho mai ricevuto telefonate di familiari che si erano preventivamente premurati di mettere al corrente i miei pazienti ma ...... mi viene in mente un solo contatto telefonico con una madre, avvenuto su richiesta della madre stessa ma propostami correttamente in seduta dalla figlia consenziente prima che la telefonata avesse luogo! Risale a più di quindici anni fa, ad una delle prime pazienti gravi che ho seguito come psicoterapeuta privata.
Eppure dovrebbe essere intuitivo che un comportamento del genere da parte di un familiare non è corretto e che nessun professionista serio può partecipare ad un simile atteggiamento condividendo informazioni sul suo paziente e intrattenendosi a sua volta al telefono se non per chiarire la sua posizione, la sua disponibilità ad un colloquio con i familiari, ma solo dopo che tutto ciò sarà stato condiviso e concordato con il paziente, ed, infine, la menzione obbligata, che dovrà fare al paziente nella prossima seduta, dell’imprevisto contatto con il familiare.
Un comportamento del genere è quasi sempre il tentativo, conscio o inconscio, di un familiare, di cercare di mettere alla prova, quando non apertamente di rompere, l’alleanza terapeutica.

Ho scritto "quasi sempre" perché provo a pensare a delle situazioni particolari (le cosiddette eccezioni che confermano la regola) nelle quali può darsi che ci sia un fondamento nel cercare di avvertire uno psicoterapeuta di qualcosa concernente il paziente a sua insaputa. Suppongo che possano esistere casi simili, che immagino estremi, limite, come pazienti con personalità psicopatiche, ma che questi casi possano effettivamente esistere.
Non hanno mai fatto parte della mia esperienza fino a questo momento. Finora, sono stati solo tentativi non corretti di inserirsi in una relazione.

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Io, che non amo le posizioni estreme, amo terminare ricordando una situazione nella quale la madre (che pure aveva accompagnato la figlia al primo colloquio e che, su esplicito invito della stessa, era entrata in seduta con noi) aveva mostrato un comportamento scorretto telefonandomi successivamente, all’insaputa della figlia, per parlarmi di lei.

In quel caso, e contrariamente a quanto capitato in tutti gli altri casi, era stata illuminante per me la reazione della paziente quando lo aveva saputo. Si era indispettita non del comportamento della madre ma del mio. Credo che le avrebbe fatto molto piacere il cogliermi in fallo e non le andava giù che il mio comportamento corretto le avesse impedito di mostrarmi il suo rimprovero.
Il comportamento scorretto della madre mi diede l’occasione di verificare un’ipotesi che mi ero fatta nelle prime sedute e cioè che la paziente non desiderava stabilire alcuna Alleanza Terapeutica con me. In questo caso, fu dunque di aiuto nella conferma delle mie idee.

Non tutti i mali vengono per nuocere!
Maria Cristina Foglia Manzillo



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