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06/06/2016, 14:41

disposofobia, disturbo da accumulo, disturbo da hoarding compulsivo, hoarding behaviour, DSM V, disturbo ossessivo-compulsivo di personalit, criteri diagnostici per hoarding behaviour.





 Si tratta di un disturbo di cui si sta iniziando a parlare da qualche anno e che è stato inserito nel DSM 5 (Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders).




Si tratta di un disturbo di cui si sta iniziando a parlare da qualche anno e che è stato inserito nel DSM 5 (Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders). Un primo articolo divulgativo venne pubblicato sul numero di FOCUS del novembre 2012 ed un primo studio pilota professionale per la società italiana fu pubblicato sulla rivista specialistica PSICOTERAPIA COGNITIVA E COMPORTAMENTALE (volume 18 - n. 2, 2012).

Che cos’è?
Il termine deriva dal greco e significa letteralmente "paura di buttare".
Con questo termine ci si riferisce al disturbo da accumulo.
Si chiama anche disturbo da hoarding compulsivo oppure hoarding behaviour.

Da dove è stato tratto?
Un tempo esisteva come uno dei criteri, descritto in maniera non particolarmente approfondita e dettagliata, presenti per la formulazione della diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.
Il criterio numero 5, infatti, recitava: "è incapace di gettare via oggetti consumati o di nessun valore, anche quando non hanno alcun significato affettivo."

Quali sono i criteri diagnostici per il disturbo da accumulo proposti per il DSM 5?
Il primo criterio corrisponde alla definizione generale del disturbo da accumulo, così formulata secondo l’aggiornamento risalente al 19/05/2010 (i criteri sono stati riportati nell’articolo pubblicato sulla rivista specialistica di "Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale" a cui si faceva cenno in precedenza):

A)   PERSISTENTE DIFFICOLTA’ A DISFARSI O A SEPARARSI DAI PROPRI BENI, INDIPENDENTEMENTE DAL VALORE CHE GLI ALTRI ATTRIBUISCONO AD ESSI.

Si tratta, dunque, di accumulare oggetti. L’accumulare, però, non deriverebbe tanto o necessariamente dall’acquistare e comperare oggetti in sovrabbondanza. Basterebbe, infatti, semplicemente non buttare via nulla di tutto ciò che entra in una casa.
Immagino che molti di coloro che leggono una simile definizione potrebbero ritrovarcisi e quindi, da bravi psicologi o studenti di psicologia oppure da bravi allarmisti, preoccuparsi!! Visto soltanto come spiegato nel criterio A, il disturbo risulta davvero ben poco caratterizzato.
Decidiamo dunque che è meglio non por tempo in mezzo e proseguire il nostro breve cammino: a cosa sarebbe dovuto un simile comportamento? Il punto successivo ci spiega che:

B) QUESTA DIFFICOLTA’ E’ DOVUTA AL FORTE IMPULSO A CONSERVARE GLI OGGETTI E/O AL DISAGIO ASSOCIATO AL BUTTARLI VIA.

Abbiamo dunque due punti: da un lato l’acquisizione e la conservazione degli oggetti, dall’altro il non riuscire a buttare via gli oggetti.

Le motivazioni riportate dai soggetti che soffrono di questa patologia sarebbero le stesse motivazioni dei soggetti che mostrano gli stessi tipi di comportamento ma non in maniera patologica: ossia 1) "potrei perdere qualcosa di importante di cui adesso non mi rendo conto" e 2) "prima o poi questi oggetti potrebbero servirmi."
Ad occhio e croce, non riusciamo così facilmente a cogliere la differenza sostanziale, nel senso che, se prima o poi questi oggetti potrebbero servirmi, vuol dire che potrei effettivamente perdere qualcosa di importante e, viceversa, se qualcosa è importante, potrebbe di certo servirmi prima o poi!
Comunque, bando alle ciance e proseguiamo il nostro discorso ...
Quante volte anche io ho sentito dire esattamente queste parole e non soltanto durante i traslochi degli amici, occasione in cui si nota fastidiosamente l’accumulo di roba che nelle nostre case occidentali normalmente si fa!
Anche io ho una casa piena di roba accumulata ma, al contrario di molti amici, quando faccio pulizia divento pericolosa e sono capacissima di buttare via moltissime cose. Quando qualcuno della mia famiglia non riesce a ripulire qualche armadio di roba non usata da anni, dice sempre che dovrebbe chiamare me!
Eppure, a ben guardare, neanche questo criterio riesce a soddisfarci per una definizione chiara del problema. Fino a qui ci sono criteri che sfociano nella normalità e non comprendiamo bene la portata patologica del disturbo. Passiamo dunque alla presentazione del punto C:

C)  I SINTOMI DETERMINANO L’ACCUMULO DI UN GRAN NUMERO DI COSE, CHE FINISCONO CON IL RIEMPIRE ED INGOMBRARE LE AREE VIVIBILI DELLA PROPRIA ABITAZIONE O DEL PROPRIO POSTO DI LAVORO, AL PUNTO TALE DA PRECLUDERNE L’UTILIZZO ABITUALE. SE TUTTI GLI SPAZI VIVIBILI SONO SGOMBRI, E’ SOLAMENTE GRAZIE ALL’INTERVENTO DI TERZI (AD ESEMPIO, MEMBRI DELLA FAMIGLIA, ADDETTI ALLE PULIZIE, AUTORITA’).

Questo criterio è davvero importante per poter comprendere meglio la patologia di cui stiamo trattando. Altrimenti, con gli sgabuzzini che ci ritroviamo in casa, ci rientriamo più o meno tutti!

Viene specificato, infatti, che, da un punto di vista clinico, non si fa riferimento all’ingombro delle nostre case solite (o almeno delle nostre case "occidentali" spesso caldamente piene di oggetti inutili di ogni ordine e grado) ma ad un accumulo di oggetti in numero decisamente esagerato per le capacità contenitive di uno spazio abitativo ed al relativo disordine che permette loro, ad esempio, di occupare il letto, impedendo di dormire su un’area normalmente tenuta sgombra (oppure facilmente sgombrabile!!), o ancora di ingombrare tavolo e piani di cucina, impedendo al soggetto ed alla sua famiglia di servirsi adeguatamente di questi spazi cucinando o mangiando, o ancora, mantenere questi spazi in un tale stato di degrado da renderne l’occupazione pericolosa in se stessa, ecc ...
Non a caso, si è detto che i soggetti che hanno maggiori problemi in questo senso sembrerebbero essere quelli che non hanno famiglia, che sono single, separati e divorziati e, secondo alcune fonti, sarebbero più facilmente maschi ed anche più facilmente anziani.

Come accennavamo in precedenza, non è detto che queste persone tendano a spendere di più e ad acquistare più oggetti di quelli che gli spazi possono contenere. In realtà, basta impedirsi di buttare via roba per arrivare all’accumulo negli anni. Pensiamo, ad esempio, che cosa succederebbe se non buttassimo più la posta che arriva ancora a destinazione nelle nostre case, oppure i volantini o i cataloghi pubblicitari che prendiamo in giro nei vari outlet oppure nei grandi magazzini.
E non si tratta soltanto di accumulare oggetti funzionanti ma anche oggetti che non funzionano più e perfino immondizia vera e propria. Non riguarda neanche oggetti generalmente ritenuti di valore, anzi spesso sono oggetti di scarso o nullo valore commerciale.

Sulla rivista FOCUS sono riportate alcune immagini risalenti alle prime notizie di un simile disturbo (beninteso all’epoca non ancora classificato in questo modo) nella società americana. Si fa, ad esempio, riferimento, al caso di due fratelli, di nome Homer e Langlay Collyer, l’uno avvocato e l’altro ingegnere, che vivevano a New York nel quartiere di Harlem. Alla loro morte nel 1947, fu rinvenuto un impressionante cumulo di roba e pare che uno dei fratelli vi risiedesse mummificato. Pare anche che si iniziasse a parlare del caso come di "sindrome dei fratelli Collyer". Le foto riportate sulla rivista sono alquanto eloquenti.
D) I SINTOMI CAUSANO DISAGIO CLINICAMENTE SIGNIFICATIVO O COMPROMISSIONE NEL FUNZIONAMENTO SOCIALE, LAVORATIVO O IN ALTRE AREE IMPORTANTI DEL FUNZIONAMENTO (INCLUSO IL MANTENIMENTO DI UN AMBIENTE SICURO PER SE’ E PER GLI ALTRI).

Questo è uno dei criteri fondamentali riportati nella molteplicità delle diagnosi inserite nel DSM. Qualunque studente di psicologia clinica e qualunque psicologo (anche se non condivide l’utilizzo del DSM per la pratica clinica) ne è solitamente al corrente. Facciamo notare che il "disagio clinicamente significativo" non è sempre soggettivamente esperito e non lo sarebbe neanche in questa diagnosi specifica. Molti di questi soggetti non sembrano vivere necessariamente con disagio questa condizione, anzi, non sembrano realizzare la portata del loro problema, non collaborano in terapia, quindi le terapie pare che vadano facilmente incontro a drop-outs.

Al contrario, finisce sempre per compromettere aree del funzionamento individuale. Sono quindi soggetti in cui dovremmo aspettarci un malfunzionamento, una compromissione importante di almeno un’area di vita.

Sembra anche che, anche se la condizione dovesse esordire nella tarda infanzia o adolescenza, di solito è dopo i 30 anni che tende a manifestarsi come patologia ed è ingravescente portando ad un peggioramento con il passare del tempo. Pare che ci vogliano in media almeno 10 anni prima che il soggetto si accorga che la condizione sia ormai diventata critica.

E)  I SINTOMI DELL’HOARDING NON SONO DOVUTI AD UNA CONDIZIONE MEDICA GENERALE (AD ES, TRAUMA CRANICO, MALATTIE CEREBROVASCOLARI).

Anche questo criterio è uno di quelli fondamentali per le diagnosi da DSM. E’ importante che possa essere presente una diagnosi differenziale basata su criteri di esclusione di disturbi organicamente accertati e di interesse squisitamente medico, oltre che epifenomenicamente (ossia secondariamente), di tipo psicopatologico.
Le diagnosi per i disturbi mentali vengono accertate (ed accettate!) per disturbi psicopatologici primitivi e non secondari a (e quindi spiegabili come conseguenze psicopatologiche di) un disturbo medico, organicamente accertabile.

F)  I SINTOMI DELL’HOARDING NON SONO LIMITATI AI SINTOMI DI UN ALTRO DISTURBO MENTALE (AD ESEMPIO, HOARDING DOVUTO AD OSSESSIONI NEL DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO; FATICABILITA’ O MANCANZA DI ENERGIA NEL DISTURBO DEPRESSIVO MAGGIORE, DELIRI NELLA SCHIZOFRENIA O ALTRI DISTURBI PSICOTICI, DEFICIT COGNITIVI NELLA DEMENZA, INTERESSI RISTRETTI NEI DISTURBI DELLO SPETTRO AUTISTICO, ACCAPARRAMENTO DI CIBO NELLA SINDROME DI PRADER-WILLI).

Questo criterio ci risulta invece meno chiaro, soprattutto per quanto concerne le sovrapposizioni e la compresenza con gli altri disturbi mentali.
Teoricamente è chiaro che, per poter diagnosticare il disturbo, bisogna che sia, in un certo senso "puro", quindi non rientrare o essere riconducibile ad altri quadri clinici che ne spiegherebbero la patogenesi.
E’ così per questa come per le altre diagnosi in stile DSM.
D’altro canto, sembra che molti studi stiano cercando di conoscere, di comprendere, di approfondire il fenomeno correlandolo alle altre diagnosi.

Per esempio, si sarebbe visto che le correlazioni non risulterebbero tanto elevate rispetto al Disturbo Ossessivo- Compulsivo di Personalità (di cui pure l’hoarding sarebbe stato un criterio diagnostico) quanto quelle rispetto al Disturbo Depressivo e ai Disturbi d’Ansia. In questi casi, le correlazioni sarebbero più importanti.
Comunque sia, da qui a chiarire gli aspetti psicopatologici di questa diagnosi crediamo ne passi. Sicuramente, ci sarà da studiare ed approfondire questa condizione patologica fino a poterla definire e caratterizzare meglio proprio rispetto a se stessa in prima battuta e rispetto alle altre diagnosi successivamente.

CONCLUSIONI:

1)  Il disturbo risulta attualmente meglio caratterizzato nei suoi aspetti clinici che non nei suoi aspetti più squisitamente psicopatologici. Questi ultimi rimangono ancora da esplorare e possono al massimo essere espressi punti di vista dai vari approcci psicologici che necessitano però di ulteriori studi e di ulteriore comprensione del fenomeno.

2) Facciamo presente che sono stati usati molto spesso i condizionali in questo articolo. Crediamo siano d’obbligo, per il momento. Gli studi effettuati in Europa ed in Italia sono ancora pochi ed hanno più valore di esplorazione iniziale che di analisi esaustiva e completa. Lo studio italiano riportato in precedenza ha il pregio di voler rappresentare un primo interesse ed ha contemporaneamente il limite, riconosciuto dagli autori, di occuparsi di un numero non significativo di soggetti, oltre che di un gruppo di soggetti non omogeneamente distribuito per età.

3) Una nostra considerazione personale: ci chiediamo se questo disturbo sia presente ed, eventualmente, secondo quale entità in società non "occidentalizzate". Oppure se sia una manifestazione culturalmente determinata, presente nella nostra società "occidentale". Non abbiamo ancora trovato molte informazioni al riguardo e siamo armati di quella pazienza dell’attesa che spesso, nella progressione del sapere, è indispensabile e saggio coltivare.

 Maria Cristina Foglia Manzillo




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