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06/06/2016, 14:57

tempo in psicologia, psicologia, medicina, crisi depressiva, Unit Operativa di Salute Mentale, libert di scelta, difese, Freud, allievi psicologi, il tempo.



Storie-cliniche-ed-umane-–-“Del-correre-e-del-fermarsi:-Gelsomina”


 Rimpiango gli anni della mia formazione e la beata spensieratezza di chi ha il tempo per studiare e per riflettere.




Rimpiango gli anni della mia formazione e la beata spensieratezza di chi ha il tempo per studiare e per riflettere. Non mi piace lo stato in cui siamo noi "adulti" proprio perché siamo talmente presi dal flusso della vita da non riuscire con facilità a far bene il proprio lavoro. Penso che quando cominci a collezionare esperienze, cominci anche ad entrare in ritmi che ti "rimbambiscono". Questa affermazione, che fino a qualche tempo fa mi saliva alle labbra dal basso della mia gioventù con annessa spensieratezza, sta assumendo toni sinistri ora che sto "diventando grande" (NB: il nocciolo di questo pezzo è stato scritto anni fa e lo riprendo adesso che sono decisamente "adulta"!) perché mi accorgo che spesso sono "sballottata" dalla vita anch’io. Ma un lavoro come il nostro ha bisogno di tempo per riflettere, per rivedere certi processi mentali e comportamentali, anche per cogliere il risuonare delle nostre membrane interne all’incontro con le musiche dei pazienti. E la fregatura è che se le nostre risuonano troppo per una musica interna a noi, poi non riusciamo più a vibrare adeguatamente nell’incontro con l’altro. Peggio ancora se confondiamo le sue vibrazioni con le nostre e le nostre con le sue.

Magari gli altri riescono a farlo di fretta, riescono a macinare un’ora dopo l’altra in un crescendo interminabile. Magari gli altri hanno una marcia in più rispetto a me. Beh, io non ci riesco. Non è questo il modo in cui concepisco il mio lavoro e non è questo il modo in cui voglio lavorare. Non ci credo in un lavoro fatto di fretta.
Per svolgere bene questo lavoro, bisogna che dentro di noi si faccia il silenzio per poter ascoltare. Si faccia il silenzio per poter essere lucidi.
E bisogna avere tempo a disposizione per risuonare.
Per questo motivo, ho scelto di parlare di questa esperienza, in primo luogo per poter io riflettere sul tempo, e poi per passare questa riflessione a voi.

Gelsomina
Anni fa, avevo 25 anni circa, svolgevo il primo semestre del mio tirocinio in un’Unità Operativa di Salute Mentale. Mi ero appena laureata e la vicenda si svolse all’incirca nel mese di giugno.
Non mi era permesso fare lunghi colloqui clinici ed io assistevo ad alcune attività della psicoterapeuta, mia tutor. All’epoca, però, mi chiedevano di prendere un breve contatto con i pazienti che erano ricoverati in day-hospital oppure che, ricoverati in degenza, dormivano lì. I miei contatti non avevano nessun’altra finalità se non quella di un monitoraggio, erano piuttosto brevi e rappresentavano un modo per entrare discretamente nel mondo clinico. Intendevano farmi conoscere ed esplorare, non intervenire.

PRIMO TENTATIVO
Un giorno la mia tutor mi mandò al fatidico piano superiore (dove appunto c’era il reparto di degenza) e mi disse di continuare i miei colloqui. Mi disse anche che c’era una signora ricoverata recentemente per grave crisi depressiva, si chiamava Gelsomina. Mi chiese di parlare anche con lei e poi di tornare a riferire a lei come era andata.

Non ricordo chi mi indicò Gelsomina e non ricordo neanche dove la trovai. Ma ricordo che, al solo guardarla, mi sentivo scoraggiata dal chiederle se voleva fare due chiacchiere con me. Con mia sorpresa, lei accettò. Ma quando la invitai ad entrare in un locale ampio dove di solito gli psichiatri tenevano i colloqui, mi resi conto che non sarebbe stato facile prendere contatto con lei. Gelsomina mi aveva seguita docilmente, dovrei dire passivamente, si era seduta altrettanto docilmente ma aveva un tale scoramento in viso che mi pietrificava. Cosa dovevo dirle? Era evidente che non aveva nessuna voglia di parlare. Spalle basse, postura tutta accartocciata su se stessa, testa bassa ed occhi per terra. Era una donna minuta che diventava, così, ancora più minuta. Vestita in modo dimesso, una donna consumata precocemente e precocemente invecchiata. I capelli neri spettinati, il volto sofferente ed amimico. Ad occhio e croce, era sulla cinquantina. A quell’età ci sono donne che sono un fiore. Lei, chissà da quanto tempo, era sfiorita.
Ecco, avevo preso il mio contatto con una grave depressione, ma adesso? Mi sentivo depressa anch’io.

Ricordo di averle detto grosso modo così "Ciao. Io sono una psicologa tirocinante. Ti va di venire con me per parlare un po’?". Accettò ma poi, una volta nella stanza, non si era mostrata interessata alle spiegazioni ulteriori su chi ero io e che cosa ci facevo là. Qualunque cosa io dicessi, lei non rispondeva.
Non si muoveva neppure un muscolo nel suo corpo!
Così, facendomi ancora più seria ed abbassando il tono della voce, che era diventato un sussurro, le avevo chiesto "Hai voglia di scambiare quattro chiacchiere con me?"  Gelsomina non si scompose più di tanto. Solo un’alzata di spalle ma fu così eloquente!
Le risposi (e mi risposi) "No, non hai voglia di parlare con me."

Pensavo: "Una persona avrà pure il diritto di non voler scambiare quattro chiacchiere. In fondo, chi sono io? Un’estranea a cui è mancato anche il coraggio di presentarsi per bene. Lei soffre di depressione e mi sto deprimendo anch’io. Sì, Gelsomina sapeva che ero una "psicologa tirocinante" ma non immaginavo che per lei potesse significare qualcosa. Non ero altro che una delle tante persone che erano sfilate davanti a lei lì dentro. A che cosa poteva servirle parlare con "questa qui"?"

Così continuai "Va bene, Gelsomina. Non sei obbligata a parlare con me. Se vuoi, puoi andare via." Secondo me, era importante che una donna in stato di depressione avesse la libertà di scegliere di non parlare. Così, Gelsomina si alzò e se ne andò via senza voltarsi e senza salutare. Senza aver proferito parola!
Bene, questo fu il primo incontro con lei. Lo dissi alla mia tutor, la quale non si meravigliò, e scrissi nel diario clinico della paziente che avevo fatto un tentativo fallimentare.

SECONDO TENTATIVO
Dopo qualche giorno, mi mandarono ancora al piano superiore. E, tra le persone presenti in reparto, c’era anche lei. Il mio morale non era dei migliori mentre mi accingevo ad incontrarla. Mi chiedevo con quale faccia tosta mi sarei ripresentata da lei e che cosa avrei trovato da dirle di diverso. Sapevo che mi avrebbe rifiutata e non riuscivo a far fronte a quel rifiuto. Stavolta la vidi nel corridoio e mi avvicinai a lei mentre le mie gambe avrebbero voluto sicuramente fare dietro-front. Ancora la salutai e le chiesi maldestramente se si ricordava di me. Per la seconda volta le chiesi se aveva voglia di parlare con me, ma ottenni in risposta, da subito, la stessa alzata di spalle. Stavolta aveva preso coraggio, era stata più diretta. 

Le dissi "Ti stai chiedendo a che cosa serve, vero? Dubiti che possa servire a qualcosa."
Gelsomina annuì debolmente con il capo.
La lasciai in pace e tornai nuovamente dalla mia tutor con la coda tra le gambe.

TERZO TENTATIVO
La situazione divenne incresciosa dopo qualche giorno dove, per la terza volta, fui invitata ad andare al piano superiore e lei era ancora presente in reparto. La mia tutor mi parlò esplicitamente di Gelsomina, altrimenti mi sarei defilata volentieri dal compito di avvicinarla per la terza volta.
Come descrivere il mio stato d’animo? Ero in empasse!!

Per salire al piano superiore bisognava o prendere le scale interne all’edificio oppure le scale esterne. Quella giornata era davvero radiosa e splendidamente calda. Così scelsi di prendere le scale esterne. Non feci in tempo a terminarle che vidi da lontano Gelsomina seduta al sole nella solita postura accartocciata. Molti ospiti avevano l’abitudine di fermarsi al sole al mattino in gruppo. Lei però non faceva parte di nessun gruppo. Era seduta distante dagli altri.

Mi fermai sulle scale. Non avevo proprio voglia di avvicinarmi a lei e non sopportavo quello stato di impotenza. Dentro di me, parlai a me stessa e mi dissi "Ci deve pur essere qualcosa da fare. Non è costretta a parlare con me né voglio farglielo fare a tutti i costi. Ma non è questo il punto. Il problema sono io! Sono io che non so cosa fare. Poi se mi risponde picche, pazienza, ma non riesco a trovare un modo, un’alternativa, qualcosa di nuovo da tentare."

Dopo un po’ ... il mio ragionamento continuava ... "Eppure anche tu hai sofferto nella tua breve vita. Allora, che cosa ti sarebbe piaciuto che l’altro avesse fatto verso di te? Che comportamento avresti gradito?"

Così chiusi gli occhi, mi misi nei panni di Gelsomina, vi aggiunsi il dolore che conoscevo e trovai una risposta "Avrei voluto che qualcuno mi dedicasse il suo tempo, mi facesse capire che era lì per me e che avrebbe aspettato e rispettato i miei tempi."
Benone, adesso sapevo cosa provare a fare e sarei stata in attesa di capire se lo gradiva anche lei oppure no.

Riaprii gli occhi e ripresi a salire le scale con calma fino a quando mi fermai vicino a lei. Mi accoccolai sulle ginocchia in modo da avvicinare il mio al suo sguardo basso e le dissi "Ciao Gelsomina. Ti ricordi di me? Non sono qui per chiederti di parlare con me. Rispetto la tua scelta. Ho però il desiderio di fermarmi un po’ qui al sole. Se non ti dà fastidio, prendo una sedia e mi fermo a godere il caldo così ho modo di riposare. Rimarrò qui in silenzio. Cosa ne dici? Posso rimanere?" Lei fece cenno di sì con la testa.
"Bene, allora prendo la mia sedia."

Ce n’era una poco distante. La presi e mi piazzai in modo da non essere né troppo vicina, per non invadere il suo spazio, né troppo lontana, per non scoraggiare eventuali tentativi. Non misi la mia sedia allineata alla sua, la misi leggermente in avanti affinché lei avesse modo di esplorarmi senza che io me ne accorgessi.

Mi misi seduta ed assunsi la posizione di rilassamento. Nel frattempo, infatti, avevo deciso di fare Training Autogeno. Ero lì per conto mio, completamente isolata dal resto del mondo, con gli occhi chiusi, a bearmi delle dolci sensazioni che mi procurava l’incontro del caldo sole di quella stupenda giornata di giugno con la mia pelle. Mi attardavo sul corpo cercando di rilassarne ogni più piccola parte e di trovare riposo in quei momenti ................... Il tempo passava ........................... ed io rimanevo tutta concentrata su di me ...................

"Come ti chiami?" mi aveva chiesto in un soffio.
Quanto tempo era passato? Non lo sapevo, mi ero persa nelle mie esperienze interiori.
"Cristina. Mi chiamo Cristina. E tu?" Sapevo il suo nome, ma avevo bisogno di chiederlo per creare reciprocità, per provare ad iniziare un dialogo.
"Gelsomina."
Poi più nulla.
Intanto, ripresi il mio percorso interiore. Proseguii negli esercizi, mi soffermai sul respiro. Ero tranquilla.
Passarono ancora dei minuti .........................
Gelsomina: "Quanti anni hai?"
"25. E tu?"
"Io 53."
Ancora più nulla .........................

Rispondevo cambiando leggermente la mia posizione e rivolgermi a lei solo il tempo necessario per quel breve scambio in modo da lasciarle tutto il tempo di esplorarmi e di decidere se valeva la pena di continuare a parlarmi. Così ripresi i miei esercizi. Ripartii ancora dal respiro.
Passarono ancora dei minuti ................
Gelsomina: "Sei sposata?"
"Sì. E tu?"
"Io no e .............................. da quanto tempo sei sposata?"
"Da due anni."
"Ed hai anche figli?"
"No, per il momento no."

Gelsomina continuava a farmi domande e così lentamente avevo alzato la testa e lentamente avevo iniziato a rivolgermi a lei con il corpo oltre che con lo sguardo. Rispondevo alle sue domande ma ben presto iniziai io a farne a lei e venni a conoscenza della storia della sua vita. Mi aveva parlato di sé, non conoscevo niente della sua storia che adesso si andava delineando chiara nelle sue linee essenziali.
Insomma, avemmo un colloquio a due in piena regola!

Ma quel giorno non era finita lì.
Ero contenta di aver superato quello stato d’animo così penoso, ero contenta per entrambe e così ero andata subito a scrivere nel diario clinico quello che era successo (come mi veniva richiesto di solito). Quando arrivai alla scrivania ed aprii il diario, mi accorsi che circa un’ora prima di me era passato lo psichiatra di turno ed aveva scritto qualcosa del genere "Pz in depressione chiusa. Impossibile un colloquio."

Mi sentivo profondamente in imbarazzo. Non mi andava di scrivere che Gelsomina ed io avevamo parlato!! Non era mia intenzione urtare la sensibilità di un medico.
Così chiusi il diario e scesi al piano di sotto dove raccontai alla mia tutor quello che era successo ed il mio imbarazzo di fronte a quello che avevo letto nel diario, ragion per cui avevo pensato di non scrivere nulla.

Lei mi rispose "E perché mai? Ritorna sopra e scrivi tranquillamente quello che è successo. Se qualcuno è curioso oppure è interessato a quello che è successo, verrà a chiederti che cosa hai fatto tu e se non vorrà, bene lo stesso. Non è un tuo problema. Capito?"
Nessuno mi chiese niente, forse neanche lessero quanto avevo scritto!

Conclusione: il tempo dentro e fuori dalle sedute

Questo episodio mi dice quanto è importante avere tempo da dedicare in questo lavoro, quanto è importante non correre. Se fossi stata una dipendente, avrei avuto mille cose da fare quella mattina e non avrei potuto mettermi tranquilla ad aspettare i ritmi di Gelsomina. Eppure questa è l’essenza del mio lavoro. Uno psicologo non può correre troppo. Mi accorgo che quando corro troppo faccio errori, inciampo con maggiore facilità.

In seduta non è un problema. Mi fermo con il paziente ed entro in una "dimensione temporale che sembra sospesa nel tempo". E’ strano, ma non riesco a trovare parole migliori per descrivere quello che succede. In quel momento so di essere lì per lui, la mia vita non c’è più. I miei stati d’animo sono neutralizzati. Sembra una magia. Si fa silenzio dentro ed intorno a me ed io mi dispongo a mandare il messaggio "Ecco, sono qui. C’è silenzio dentro di me, parlami."

Questo messaggio non arriva sempre. Ho presente i muri tra me e la persona di fronte, ho presente le difese (quanto aveva ragione nonno Freud a riguardo!! Trovo che lo studio dei meccanismi di difesa sia quanto di più geniale abbia messo a punto), ho presente gli tsunami che mi hanno investito, ho sentito tutto l’impatto della rabbia di alcuni pazienti, rabbia scaricata addosso a me che mi trovavo a passare per caso nella loro vita e da cui qualche volta non sono uscita indenne.

In ogni caso, è stato davvero raro nella mia esperienza non riuscire a fare silenzio per cercare un contatto con l’altro. Ed in quel silenzio mi piace vibrare seguendo la musica del paziente per capire che musica è. Mi piace ascoltare i vari generi di musica, e poi, ogni tanto capita il pz che fa solo rumore!

Quando sono in seduta non mi faccio trascinare dalla fretta di alcuni pazienti che, così facendo, inconsapevolmente accelerano solo il fallimento. So di dover essere io a capire i tempi ed a prescriverli, decidere quando seguire i tempi del paziente e quando proporre o imporre i miei.

Alle volte, dunque, il tempo diventa un problema fuori dalle sedute, quando ci sono troppe cose da sistemare e mi impedisco il fisiologico processo di rielaborazione ed il fisiologico sedimentarsi emotivo delle situazioni più impegnative. Non è sempre necessario ma alcune situazioni cliniche lo richiedono.

E’ una preoccupazione di molti allievi psicologi quella di non saper fronteggiare le richieste di tempi ristretti e veloci fatte da alcuni pazienti e così si mettono a correre dietro al tempo scandito dal paziente. E corrono, corrono, corrono, nel terrore di sentirsi dire dall’altro che non ha soddisfatto le richieste, ha deluso le aspettative, non ha capito niente di chi aveva di fronte. E se in tutto questo correre dietro al paziente cadono, come è facile che succeda, aumenta l’ansia di essere accusati di non aver saputo tenere il passo, di essere rimasti indietro. E nell’insicurezza del loro operato, invece di guidare, si lasciano guidare. 

Maria Cristina Foglia Manzillo




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