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06/06/2016, 15:00

psicologia, psicologi, psicologia umanistica, indagine psicologica, conoscenza psicologica, assessment psicologico.



Della-psicologia-e-dell’indagare-


 psicologia, psicologi, psicologia umanistica, indagine psicologica, conoscenza psicologica, assessment psicologico.





Strano titolo di sicuro. Cosa c’entra la psicologia con l’indagare? Beh, io non immaginavo di certo che questi due concetti potessero sposarsi e giurarsi amore eterno come sta succedendo negli ultimi anni.

Non ricordo che durante i miei studi universitari,  che ormai risalgono a circa 20 anni fa,  avessimo mai ricevuto, io e mio marito, un messaggio di connubio tale.

Questo è durato fino a quando ho iniziato ad insegnare ai colleghi ed un giorno, durante una lezione qualche anno fa, mentre facevamo la simulazione di un caso clinico,  uno dei colleghi, allievo nel gruppo, disse "Io indagherei su questo aspetto della vita della pz."

In quel momento, mi è arrivato uno schiaffo in piena faccia, ma ho dovuto prendere atto che nel frattempo il mondo andava avanti e che la nostra comunità aveva deciso di diventare una comunità di investigatori. Da allora, tante, troppe volte per i miei gusti, ho constatato che questo concetto è regolarmente e naturalmente usato per descrivere una parte del nostro lavoro. Non sono soltanto gli allievi che lo usano di continuo e che non riescono a smettere, nonostante le mie rimostranze al riguardo. I testi scientifici la riportano di continuo.

Non mi piace. Mi chiedo continuamente quale sia l’origine di questo concetto nella nostra branca del sapere e perché la mia categoria abbia scelto di usarlo e di identificare una parte importante del suo operare quotidiano con l’indagare aspetti della vita del paziente.

Negli studi di medicina incontro regolarmente l’indagine e la cosa non disturba (per quanto anche la medicina sia in parte una scienza umanistica, ma ci sarà occasione di riparlarne) o meglio, disturba meno che in psicologia.

Come è arrivata anche a noi? Vogliamo emulare la medicina? Vogliamo inseguire gli stessi criteri di scientificità medica, quella che si chiama oggigiorno "medicina basata sulle evidenze"? Oppure è stata portata nel nostro ambito dal cognitivismo di ultima generazione che se ne è impadronito trovandolo adatto al suo spirito scientifico ed alle sue basi epistemologiche? Ho formulato questa ipotesi perché mi sembra difficile che le correnti psicoanalitiche, per esempio, adottino questo stesso linguaggio. Eppure, rifletto, mi sono specializzata in psicoterapia cognitivo-comportamentale ma non ho mai incontrato questo vocabolo nel corso dei miei studi.  Certo, il mio diploma di specializzazione risale al 2000. Che nel frattempo ci sia stato un cambiamento di cui io non mi ero accorta?

Nonostante apprezzi mentalmente gli studi e le prospettive scientifiche (altrimenti non mi sarei iscritta alla facoltà di medicina dopo la laurea in psicologia) anche nella mia professione di psicoterapeuta, nonostante sia spesso scettica verso nuovi indirizzi e mi muova in modo da cercare di comprendere le basi sviluppate da un nuovo orientamento senza accettarlo con creduloneria ed ingenuità, ma esercitando la riflessione personale e la critica, ritengo che la caratteristica fondamentale ed imprescindibile della psicologia sia la sua forte base umanistica.

Sono fermamente convinta che non si indaga un paziente, lo si conosce; non si curiosa nella sua vita, la si accoglie; non si giudica un paziente, lo si rispetta nel tentativo di comprenderlo.


Che poi questo non sia facile, è un altro paio di maniche!

Così io non desidero indagare le relazioni familiari di una persona, indagare le sue relazioni professionali, indagare l’area lavorativa, indagare il suo stato di salute, indagare la sua storia di vita, indagare le sue relazioni affettive, indagare tutto l’indagabile di una persona. No, no ed ancora no. Desidero fare un assessment psicologico, non un’indagine psicologica!

A questo punto, fa bene un paziente a difendersi da noi, se questo è ciò che siamo in grado di offrirgli: un’indagine nel suo privato.

Negli anni scorsi, ho lottato per portare i miei allievi colleghi a riflettere sull’uso di questa parola. Oggi ho smesso di lottare. Ho dovuto capitolare. Non solo non serve, ma non ho neanche l’impressione che gli allievi comprendano il motivo del mio disappunto. A loro a quanto pare sembra giusto. Così mi limito ad esprimere la mia opinione al riguardo e, per quanto riguarda loro, penso che ognuno sia responsabile del tipo di professionista che desidera essere.

Io, in tutta onestà, non desidererei andare da uno psicologo che la pensasse in questo modo, ma, vivaddio, siamo diversi in modo che ognuno ha il suo pubblico, come giustamente dice Nunzio... ( n.d.r.: Nunzio Nasti, collega e marito) ed... ogni pubblico ha il suo tipo di psicologo! Aggiungo io.

Maria Cristina Foglia Manzillo




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